Giuliano & Pisciotta, tra i primi misteri di Stato mai risolti
MAFIA. Il 9 febbraio 1954 muore nel carcere di Palermo, avvelenato da un caffè alla stricnina, Gaspare Pisciotta, l’assassino del cugino, il bandito Giuliano.
Palermo, carcere dell’Ucciardone, cella numero 4. è da poco passata l’alba del 9 febbraio 1954 quando Gaspare Pisciotta - luogotenente prima e poi assassino del cugino Salvatore Giuliano, il “re di Montelepre” - prepara il caffè per sé, per suo padre e per il secondino Ignazio Selvaggio che passa ogni giorno. Ma quella mattina la guardia non vuole il caffè: “Grazie, ne ho già presi due”. Gaspare serve il padre e riempie la sua tazzina. Un po’ di zucchero e giù il caffè prima della sigaretta. Il tempo di tirare due boccate, mentre papà Pisciotta sciacqua e ripone le tazzine, e Gaspare ha i primi, violentissimi spasmi. “Mi avvelenarono!”, urla piegato in due. (Chi ha visto lo splendido film di Rosi, ricorderà la drammatica ricostruzione di quel momento nell’interpretazione di Frank Wolff).
L’immediata reazione di Pisciotta è attaccarsi al fiasco dell’olio e vuotarlo a grandi, disperati sorsi nel tentativo di provocare il vomito. Scatta intanto l’allarme tra le vecchie mura del carcere borbonico, ma passa un’ora prima che arrivi un medico: quando per Gasparino non c’è più che il tempo di un ultimo rigurgito di schiuma oleosa, ancora un rantolo, poi una flebile scossa e la morte. All’autopsia, nelle budella del bandito si troveranno venti milligrammi di stricnina, dose capace di stroncare un bisonte. Chi ha messo la stricnina nel caffè di Pisciotta? Padre e secondino, in un primo momento inquisiti, sono presto prosciolti da ogni sospetto. Il mistero dura da allora. Ma anche quella tazzina di caffè (esattamente come la morte di Giuliano) viene da lontano, e sigla sette, otto anni roventi in cui c’è la chiave per intendere come, quanto e perché l’intreccio tra poteri criminali e apparati pubblici sia poi diventato per decenni pane quotidiano della cronaca politica italiana.
Ricordiamo brevemente l’antefatto. Giuliano e Pisciotta sono accusati dell’orrenda strage anticontadina di Portella della Ginestra, primo maggio 1948, undici morti e cinquantasei feriti. Per molto tempo, prima e dopo la strage, Giuliano ha rapporti strettissimi con ispettori generali di polizia, alti ufficiali dei carabinieri, altissimi magistrati sino al procuratore generale di Palermo (anche lui si riconoscerà nel film di Rosi, fazzoletto bianco anti-sole sulla testa, seduto davanti al cadavere di Giuliano). Gode, Turiddu, di una impunità scandalosa. Tanto da diventare un problema, una grana per lo stesso apparato statale che se ne è servito a lungo. E in più il banditismo siciliano è una contraddizione sempre più insanabile con il sistema mafioso.
E proprio la mafia diventa per il governo (e su tutti per il ministro dc dell’Interno Mario Scelba) l’intermediario prezioso ma innominabile per liquidarlo. Sarà la mafia, infatti, a convincere Gaspare Pisciotta a preparare la trappola mortale per Giuliano. Sarà la mafia, una volta che Turiddu è stato ammazzato nel sonno da suo cugino, a coprire l’intrigo consentendo a Scelba di sparare la colossale bugia della versione che Giuliano è stato ammazzato nella notte del 4 luglio 1950, a Castelvetrano, in un conflitto a fuoco con i carabinieri. La bugia verrà ossessivamente ripetuta da Scelba: prima con comunicato ufficiale, poi in conferenza stampa, infine e solennemente nelle aule parlamentari. Sarà sbugiardato da tutti (in primo luogo da Pisciotta) ma, ancora oggi, agli atti c’è quella versione e quella soltanto.
Qualche mese dopo la mafia spiana la strada anche alla cattura di Pisciotta. Processato con i sopravvissuti della banda Giuliano, Pisciotta si illude di farla franca in un nuovo mercato con il governo. Ma è condannato all’ergastolo. «Accussì finìu? Nooo! Ora comincia il bello!», grida sconvolto e incredulo dal gabbione dell’Assise di Viterbo. E minaccia di parlare, di raccontare tutta la verità, anzi le tante verità cui si era riferito lo storico leader dei comunisti siciliani Girolamo Li Causi invitando pubblicamente prima Giuliano e poi Pisciotta a rivelarle: “Prima di essere uccisi” era stata la sua premonizione.
Ora attenzione. Improvvisamente Pisciotta, il pomeriggio del 6 febbraio (il processo di appello è alle porte) chiede che dalla procura della Repubblica venga subito all’Ucciardone un magistrato, uno qualsiasi. «è urgente», insiste. Quel giorno era un sabato, uffici giudiziari in chiusura. In procura c’è solo un sostituto di mezza età, quello di turno per furti, rapine e omicidi del giorno. Il magistrato, che ha da sbrigare un po’ di lavoro, decide di passare dal carcere a sera, da solo, prima di andare a casa per la cena. Ma il colloquio a quattr’occhi dura a lungo e prende evidentemente una piega inattesa se il sostituto promette a Pisciotta di tornare qualche giorno dopo con un cancelliere per verbalizzare le dichiarazioni di cui nessun altro conosce la natura. Ma, prima del magistrato, all’Ucciardone arriva la stricnina. Arriva nello stesso carcere dove in quei giorni è rinchiuso (per caso?) quel Filippo Riolo, capo temutissimo della potente famiglia mafiosa di Piana dei Greci, che più tardi si scoprirà essere stato tra gli organizzatori della trappola in cui era finito Giuliano.
Chi è il magistrato che non ha fatto in tempo a riascoltare e verbalizzare le dichiarazioni di Pisciotta? è il “commendatore” Pietro Scaglione, futuro e assai discusso procuratore capo a Palermo durante gli anni in cui la criminale gestione Lima & Ciancimino del comune aveva consentito alla nuova mafia di tracciare a colpi di mitra - nell’assoluto disinteresse della magistratura - le direttrici di sviluppo di quella che stava diventando una grande città. Scaglione non aveva mai rivelato, neppure in un atto secretato, che cosa gli aveva detto Pisciotta. Una mattina di molti anni dopo, il 7 maggio del 1971, mentre percorre in auto uno stretto budello dietro le catacombe dei cappuccini, Scaglione incappa in un agguato preparato nei minimi particolari. Il procuratore è trucidato con decine di colpi di mitra e di pistola. Non si saprà mai chi lo ha ucciso, e perché. Ma nessuno nessuno - ne farà un martire.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.








Commenti
Articolo di Mario Francese (ucciso dalla mafia) su Scaglione
Il procuratore Scaglione fu considerato un martire anche da Mario Francese, illustre giornalista ucciso dalla mafia nel 1979. Scrisse Francese:
"Debuttò con la toga di pubblico ministero – sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Palermo - il 14 marzo 1950. Sue le implacabili requisitorie e le richieste di rinvio a giudizio dei componenti le bande armate di Salvatore Giuliano, Michele Labruzzo ed altri famigerati banditi, tra cui La Marca e Dispensa. Fu l’anno in cui venne ucciso il “re di Montelepre” e in cui ebbero inizio nel circondario di Partinico le retate a catena di ex appartenenti a bande armate. Da allora, la sua carriera di magistrato è stata punteggiata sui casi giudiziari più clamorosi che hanno riempito le cronache degli ultimi venti anni.
Pietro Scaglione salì al vertice della magistratura palermitana – diventando procuratore capo della Repubblica – nel 1962 e non ebbe nemmeno il tempo di tracciarsi un programma di lavoro: gli episodi delittuosi, a catena, lo obbligarono a lanciarsi nella lotta contro la criminalità organizzata su basi gangsteristiche, esigenza imposta dagli eventi che fecero balzare dal 26 dicembre 1962 al 30 giugno 1963 la città alla ribalta della cronaca internazionale.
Tra il 30 maggio e il 30 luglio 1963 (giorno della strage di Ciaculli) dispose l’incriminazione di 91 presunti mafiosi (i “37” del rapporto La Barbera e i “ 4” del rapporto Torretta), contro i quali fu aperto anche un procedimento istruttorio, sfociato in sentenze di rinvio a giudizio e nei due processi noti di Catanzaro....
Pietro Scaglione in quegli anni fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni. E’ il tempo del cosiddetto braccio di ferro l’alto magistrato e i politici, il tempo in cui la “linea” Scaglione portò ad una serie di procedimenti per peculati o per interesse privato in atti di ufficio nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici. Procedimenti di nuovo stampo, che cominciarono a destare sensazione nell’opinione pubblica, per la personalità degli incriminati....
Impossibile, in questo momento fare un preciso bilancio dei processi disposti da Scaglione contro pubblici amministratori per peculati, interesse privato, corruzione.....
La strage di viale Lazio del 10 dicembre 1969, riaprì in Italia il discorso sulla mafia nella Sicilia occidentale, un discorso che si era fatto più animato in seguito a fatti più recenti, quali la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, l’attentato ad Angelo Nicosia, deputato nazionale del MSI e componente della Commissione parlamentare antimafia, e il barbaro delitto del civico del 27 ottobre scorso.
Il riacutizzarsi del fenomeno aveva indotto Scaglione ad intensificare la sua opera di bonifica sociale. Misure di prevenzione e procedimenti contro pubblici amministratori (vedasi quelli più recenti contro Salvo Lima, Vito Ciancimino, ex assessori comunali e provinciali) hanno caratterizzato l’ultimo periodo di attività del procuratore capo della Repubblica....."
(articolo di MARIO FRANCESE, dal titolo "Il giudice degli anni più caldi", in Il Giornale di Sicilia, 6 maggio 1971, p. 3).
Falcone e Borsellino considerarono Scaglione come un "martire"
Tra i tantissimi che considerarono un "martire" il procuratore Pietro Scaglione, vi furono due illustri vittime della mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (come riporta Massimo Griner, nel libro "Nell'Ingranaggio"):
a) "a partire dagli anni 70, la mafia condusse una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Isolati, uccisi, quegli uomini furono persino sospettati e calunniati. Accadde così con Scaglione. Accadde pure con Boris Giuliano>" (Paolo BORSELLINO, in L’Ora, 2 febbraio 1987, pag. 10, e in La Sicilia, 2 febbraio 1987, pag. 1),
b) "L’uccisione di Pietro Scaglione, Procuratore della Repubblica di Palermo e la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, sono fatti che, al di là delle loro motivazioni specifiche, avevano lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino" (Giovanni Falcone, in Interventi e proposte, Sansone, Milano, 1994, pag. 310).
Il procuratore Scaglione fu un "magistrato integerrimo"
Il professore Antonio Scaglione, figlio del procuratore Pietro Scaglione (ucciso dalla mafia nel 1971 e citato da Frasca Polara) ha scritto (come riportato nel libro di Luciano Mirone "Gli Insabbiati" e nel blog di Giuseppe Casarubbea) che:
“L’operato del magistrato Scaglione è sempre risultato ante e post mortem, in tutte le sedi giudiziarie e istituzionali, assolutamente corretto e imparziale.
In particolare,
1) In sede giurisdizionale penale é risultato chiaramente dagli atti che il Procuratore SCAGLIONE fu magistrato “dotato di eccezionale capacità professionale e di assoluta onestà morale”, “di indiscusse doti morali e professionali”, “estraneo all’ambiente della mafia ed anzi persecutore spietato di essa” e che “tutta la rigorosa verità é emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso”, sia per quanto concerne la sua attività istituzionale, sia in relazione alla sua vita privata, così come si legge testualmente nella motivazione della sentenza n. 319 del 1 luglio 1975 emessa dalla Corte di appello di Genova, sezione I penale, passata in giudicato a seguito di conferma della Cassazione (sentenza 17 dicembre 1976 n. 6198), e pubblicata negli Atti della Commissione parlamentare antimafia, 1984, vol. IV, tomo 23, doc. 1132, pag. 729 s. al cui contenuto tutto si rinvia); ed ancora, sempre in provvedimenti giurisdizionali, si legge quanto segue: nel corso della “ventennale istruzione” si è rivelata “vana” la “ricerca di motivazioni o legami di carattere privato” ed è stato accertato che il Procuratore SCAGLIONE svolse “in modo specchiato” l’attività giudiziaria, cadendo vittima del dovere, in Palermo, il 5 maggio 1971 (cfr. Tribunale di Genova, Ufficio del Giudice istruttore, sentenza 16 gennaio 1991, proc. pen. m. 2144/71 RG e n. 692/71 R.G.G.I; e il Decreto n. 3772 del 20-11-1991, emesso dal Ministro della Giustizia previo rapporto del Procuratore generale della Repubblica di Palermo e parere del Consiglio Superiore della Magistratura, con il quale il procuratore Scaglione è stato riconosciuto vittima del dovere).
2) Quanto alla notizia, contenuta nel predetto articolo, secondo cui il magistrato Scaglione ascoltò Pisciotta senza verbalizzare le sue dichiarazioni, si deve rilevare che – come risulta dagli atti e dalle cronache giornalistiche dell’epoca – nel 1954, il dott. Pietro Scaglione, allora Sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Palermo, previo incarico del Procuratore Generale, si recò in carcere per interrogare il predetto Pisciotta, assistito da un segretario; il Pisciotta si rifiutò però di fare qualsiasi dichiarazione in quanto voleva “parlare a quattro occhi con un magistrato” senza testimoni e senza alcuna verbalizzazione delle sue dichiarazioni; il sostituto Scaglione allora gli fece presente che le norme di legge imponevano la presenza del segretario e la documentazione mediante verbale; il Pisciotta rispose che eventualmente dopo un periodo di riflessione avrebbe richiamato il magistrato (v. LONGONE, “Pisciotta annunciò al magistrato gravissime rivelazioni”, in l’Unità, 14 febbraio 1954, pag. 1).
3) Tutte le notizie relative a presunte attività ovvero inerzie che sarebbero state poste in essere dal Procuratore Scaglione in alcuni procedimenti penali, sono già state oggetto di specifico accertamento in sede giudiziaria penale e sono risultate mancanti del requisito “della verità e dell’obiettività”, “prive di fondamento e nettamente contraddette dalle risultanze di causa”, con conseguente ulteriore conferma della assoluta correttezza e imparzialità dell’operato del magistrato Scaglione......"