Glaxo, fuga dal Belpaese

Sara Picardo
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LAVORO. Chiude il centro veronese del colosso farmaceutico. Nuovo colpo al settore della ricerca italiana. I sindacati si rivolgono al governo.

Un fulmine a ciel sereno. Questo è stata la decisione comunicata ai dipendenti dal vertice della multinazionale inglese Glaxo Smith Kline (Gsk) di chiudere il centro di Ricerca di Verona insieme ad altri sei a livello mondiale. «è inaccettabile - commentano Filcem-Cgil, Femca-Cisl, UilcemUil - perché con questa scelta Gsk chiude uno dei più importanti centri di ricerca sulle neuroscienze che occupa circa 500 ricercatori e i cui progetti ne coinvolgono altri 2.500 tra università e strutture ospedaliere; disperdendo un patrimonio inestimabile di eccellenza scientifica e di professionalità elevatissime».
 
La Glaxo, in Italia dal 1932, ha ricevuto moltissimo dal sistema Paese: solo nel 2009, per citare gli ultimi fatti, ha ottenuto 24 milioni di euro per finanziare progetti di ricerca e ha appena annunciato che gli utili sono aumentati del 66%, portandosi a 1,63 miliardi di sterline. Mentre le grandi industrie private cercano di delocalizzare, l’Italia è agli ultimi posti in Europa per investimenti nella ricerca. Prova ne è la grave crisi economica e occupazionale in cui versano gli enti pubblici, dall’Ispra all’Ingv, con piante organiche sottodimensione e sedi vetuste e sfornite. Gli obiettivi dettati dall’agenda di Lisbona, ovvero il 3% del Pil alla ricerca, sono stati disattesi: il Belpaese ha raggiunto a malapena lo 0,90%.
 
La decisione di Glaxo di chiudere una sede così grande, in un settore ad alto valore aggiunto come quello farmaceutico, destinato a morire senza attività di ricerca, prefigura la scomparsa di un pezzo di tessuto industriale strategico, che rischia di portare a una deriva caratterizzata da logiche di natura esclusivamente commerciale. «Il Paese ha perso autorevolezza - affermano i sindacati -. Noi lo denunciamo da tempo, ma il governo non risponde. Sul settore farmaceutico in particolare chiediamo, ormai da anni, una discussione di “politica industriale” e invece siamo costretti ogni volta a ragionarne solo per le conseguenze occupazionali derivanti da politiche di “rispetto” dei bilanci e dei tagli alla spesa sanitaria ».

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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