I dati sul consumo abbattono le aspettative di ripresa economica
CONGIUNTURA. In Germania, Francia, Italia e Stati Uniti i dati sui consumatori confermano le difficoltà di famiglie e imprese a uscire dalla crisi. L’ottimismo diffuso dai media, e fondato sulla spesa pubblica, si rivela sempre più fragile.
L’indice Ifo tedesco ha registrato una flessione per la prima volta in undici mesi, segnalando debolezza nella principale economia europea. La battuta d’arresto è un sintomo di stanchezza dopo l’ottimismo per la ripresa degli scorsi trimestri. Il dato mensile dell’istituto tedesco è tra i più seguiti nei mercati finanziari perché anticipa correttamente da decenni lo sviluppo della congiuntura economica, rivelandosi un buon anticipatore dell’andamento della Borsa, dei tassi a breve termine, del Pil. Si tratta di un sondaggio condotto tra centinaia di operatori dell’industria e del commercio, e rileva più prontamente di tante statistiche ufficiali il polso dell’economia. A febbraio l’indice ha registrato un valore di 95,2, in calo rispetto al 95,8 di gennaio, mentre gli analisti si aspettavano un incremento. La componente più deludente è stata quella delle “condizioni correnti”, scesa di 1,4 rispetto a gennaio, all’89,9.
Invece la componente “aspettative” è salita a 100,9 (da 100,6 a gennaio) e lascia presumere che l’impatto positivo, per gli esportatori, dell’indebolimento dell’euro prevalga sull’impatto negativo per la Germania della crisi dei titoli greci. La battuta d’arresto forse è in parte attribuibile al cattivo tempo nel periodo di rilevazione, che ha ridotto l’attività di vendita. Tuttavia occorre notare che le ottime rilevazioni sulla componente aspettative dei mesi e trimestri scorsi dovrebbero, con il dovuto ritardo, trasmettersi alla componente “condizioni attuali”, mentre ciò non sta avvenendo. Ora quindi assumono maggiore importanza i dati sul reddito disponibile, che saranno pubblicati nelle prossime settimane.
Una crescita del potere d’acquisto sembra necessaria per registrare migliori dati nei consumi. Il pessimo dato sull’andamento dell’attività commerciale al dettaglio in Germania, riflette i sondaggi sulla fiducia dei consumatori pubblicati in Italia nello stesso giorno, che hanno riportato un inatteso calo in febbraio mentre gli operatori si aspettavano un dato positivo. Anche i dati sulla spesa dei consumatori francesi in gennaio sono risultati molto al di sotto delle attese.
Ma sul fronte dei consumatori le notizie peggiori giungono però dagli Usa, dove l’indice della fiducia dei consumatori dopo il 56,5 di gennaio è risultato pari a 46 per febbraio, contro attese superiori a 55. Un dato profondamente deludente. Negli Usa come in Europa, la ricostituzione delle scorte, l’ottimismo delle imprese, i sussidi statali hanno generato ottimismo dopo la crisi del 2008, nonostante produzione e consumi siano ai livelli minimi degli ultimi dieci anni, nonostante un settore finanziario devastato, nonostante famiglie troppo indebitate con redditi reali che non crescono, per non parlare della disoccupazione in crescita.
Per confermare le speranze di ripresa occorrerebbe rilevare una aumento dei consumi: più acquisti, più produzione, più salari in una spirale virtuosa. Ma fino a oggi, nel mondo occidentale, i dati sui consumatori hanno deluso. Con il passare del tempo la loro debolezza sarebbe la conferma che una ripresa non è possibile nelle attuali condizioni. Quel momento potrebbe essere lontano cinque o dieci anni. In breve, si sta sfaldando l’ottimismo mediatico che da mesi cerca di convincerci che banche, imprese e borse (grazie ai soldi pubblici) mostrano un’economia in miglioramento. La realtà è molto peggiore.
Le borse hanno reagito negativamente ai dati, ma i prezzi attuali incorporano ancora un tale ottimismo che se dovessero lentamente parametrarsi alla cruda realtà dell’economia quotidiana, a parte i proclami mediatici, potrebbero perdere gran parte dei guadagni realizzati negli ultimi dodici mesi. Se l’indice S&P della borsa di New York dopo il crollo da 1500 a 666 fosse rimasto intorno a valori di 600-800, avrebbe meglio riflesso la situazione dell’economia reale. Siccome in dieci mesi è risalito da 666 a 1150 sulla base di poco più che speranze, una perdita del 50% lo riporterebbe solo a valori congrui con il mondo reale.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






