Il Pd e il tabù nucleare
ENERGIA. Il dibattito sull’atomo si riaffaccia all’interno del Partito democratico. Ferrante: «Qualcuno può avere idee diverse, ma la nostra linea è ferma. è sconveniente e pericoloso». Il futuro è delle rinnovabili, lo dicono i numeri.
Con gli imponenti investimenti sull’atomo (8 miliardi) annunciati martedì da Barack Obama sembra essersi riaperta l’era neo-nuclearista. Una ripulita alla pericolosa fonte di energia che ha offerto ai più timidi fautori di tutto il mondo l’assist tanto atteso per uscire allo scoperto. Anche in Italia, dove la tematica è una patata più bollente che in altri Paesi, visto la sua portata nell’esito delle prossime elezioni regionali e la marginalità in cui sono relegate le fonti rinnovabili. Data per scontata la spavalderia con cui i nuclearisti del Centrodestra hanno salutato l’impegno degli Usa a costruire nuove centrali dopo oltre trent’anni, a sinistra si è ceduto alla tentazione di riaprire un dibattito messo finora a tacere, ma comunque sempre incombente, visto le antiche posizioni pro-atomo dell’attuale segretario Pd Pierluigi Bersani.
Gli esponenti democratici più benevoli nei confronti dell’energia atomica hanno avuto occasione di fare (o rinnovare) il loro outing nella giornata di ieri. Sulle pagine del Sole 24 ore sono stati interpellati gli esponenti Pd Umberto Ranieri, Nicola Rossi, Matteo Colaninno e Michele Salvati, i quali sembrano auspicare un confronto interno al partito subito dopo le Regionali. «Sono fuori linea - è il commento secco del senatore Pd Francesco Ferrante -. Siamo un grande partito ed è normale che qualcuno abbia idee diverse. Ma la linea assunta è quella di ritenere il nucleare, al contrario di quanto fa il governo, non conveniente, sia dal punto di vista economico che da quello ambientale. La scelta di Obama rinforza questa ipotesi: certifica che senza l’impegno dello stato, il nucleare non si fa. Se i 30 miliardi di euro necessari ci sono, Tremonti ce lo dica al più presto. Non c’è comunque alcun motivo per cui il Partito democratico cambi la propria posizione».
E la domanda provocatoria lanciata da Michele Salvati nell’articolo apparso sul quotidiano economico «Qual è dunque l’alternativa al nucleare?», trova risposta concreta nell’appuntamento tenutosi ieri nella capitale, organizzato da Legambiente in collaborazione con l’Anev (Associazione nazionale energia del vento) e intitolato “Il vento fa bene all’Italia”, per esplicitare le ragioni per cui puntare sull’energia eolica e sfatare la mitologia che questa fonte sia nemica dell’ambiente. Il trend del settore è fortemente positivo e presenta grandi possibilità di sviluppo. Lo dicono i significativi traguardi raggiunti, sia in Italia che nel mondo: oltre 5mila Megawatt installati, 6,7 TWh la quantità di energia elettrica prodotta (pari al 2,1% del consumo interno lordo), 2.500 di occupati stabili diretti. Un successo ottenuto grazie a una tecnologia competitiva e affidabile, che fa dell’eolico uno strumento concreto per intraprendere la giusta direzione di marcia in vista degli obiettivi fissati entro il 2020 dall’Unione Europea per le rinnovabili (il 17 per cento).
Per tagliare l’ambiziosa traguardo manca però un reale apporto da parte della politica. Governo e Regioni, secondo quanto emerso nel convegno, devono stabilire finalmente regole certe e garantire procedure univoche per lo sviluppo dell’energia eolica: non sono mai state approvate le linee guida nazionali per la valutazione e approvazione degli impianti da rinnovabili, e quindi, per l’eolico come per le altre fonti pulite, si continua a lavorare in una situazione assurda nella quale, di volta in volta, occorre trovare soluzioni diverse nei territori col rischio di ricorsi e polemiche. Rispetto alle accuse dell’eolico di impattare il paesaggio, questa la risposta del presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza: «Sono ridicole. Gli impianti interessano meno del 3 per cento dei comuni.
Numeri nemmeno lontanamente paragonabili a quelli delle cave (18mila) o dell’abusivismo edilizio (30mila abitazioni realizzate ogni anno)». Pulito, efficiente, moderno. Questo lo scenario dell’energia (e si spera della politica) nell’Italia del futuro.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







