Incontro Obama-dalai lama. La dura reazione di Pechino
DIPLOMAZIA. All’indomani dell’incontro tra il presidente Usa e la guida spirituale dei buddhisti tibetani la Cina convoca l’ambasciatore americano per protestare. E considera «seriamente danneggiati» i legami tra le due potenze.
E' di rabbia la reazione della Cina all’incontro tra il presidente statunitense Obama e il dalai lama, guida spirituale e politica del Tibet. Una chiacchierata di 45 minuti scarsi, non nella sala ovale ritualmente destinata ai grandi affari diplomatici e comunque lontano dai flash dei reporter. Ma tanto è bastato al governo di Pechino per convocare l’ambasciatore Usa e inoltrare una formale quanto vivace protesta. «L’azione intrapresa da parte statunitense interferisce seriamente negli affari interni della Cina, ferisce i sentimenti patriottici del popolo cinese e danneggia le relazioni tra il nostro Paese e gli Stati Uniti d’America». Queste le parole durissime di Ma Zhaoxu, portavoce del ministero degli Esteri cinese.
Nella “terra di mezzo”, dove almeno 55 popoli diversi vengono definiti “cinesi” al pari della maggioranza han, Tenzin Gyatso, Tenzin Gyatso, quattordicesimo dalai lama della storia e premio Nobel per la pace 1989, è considerato un personaggio equivoco, un pericoloso separatista nascosto dietro la maschera della spiritualità buddhista, la cui visibilità politica è garantita solo dalla sponsorizzazione del governo di Washington, attraverso la Cia. «Le parole e le azioni del dalai lama nei passati decenni hanno mostrato che egli non è una figura puramente religiosa - afferma Ma Zhaoxu - dietro il travestimento della religione egli è un esiliato politico impegnato in attività separatiste anticinesi a lungo termine». Il favore che Tenzin Gyatso riscuote in Europa e negli Usa è frutto della mentalità da guerra fredda nella quale, dicono a Pechino, i politici occidentali sono ancora immersi anima e corpo.
Anche l’assegnazione a suo tempo del premio Nobel sarebbe stata un gesto politicamente motivato, un riconoscimento esplicito concesso al separatismo tibetano, finalizzato esclusivamente alla destabilizzazione della Cina comunista. Un atteggiamento che cozza in profondità con l’ortodossia e l’amor di patria evocati dai vertici del gigante asiatico. «Il Tibet è una parte inseparabile del sacro territorio cinese e ogni questione relativa al Tibet è esclusivamente un affare interno alla Cina». Per questo, a difesa della propria sovranità nazionale e dell’integrità territoriale del Paese, il governo di Pechino si oppone con fermezza a qualsiasi incontro ufficiale tra il dalai lama e le autorità politiche di qualsiasi governo, in qualsiasi forma possa avvenire.
Poco importa che da anni Gyatso affermi pubblicamente di non chiedere l’indipendenza per il suo popolo ma solo una reale autonomia. Nel 1992, afferma l’agenzia cinese Xinhua come per fare un esempio, egli inviò una lettera al neoeletto presidente Bill Clinton per chiedere il suo sostegno alla causa dell’indipendenza. Ed è vero che appena un anno prima, sotto Bush senior, il Congresso di Washington aveva definito il Tibet «un Paese occupato, i cui veri rappresentanti sono il dalai lama e il governo tibetano in esilio».
Acqua passata, forse, ma in diplomazia anche il passato ha un suo valore. Specialmente ora che alla Casa Bianca sono costretti ad abbassare i toni e fare buon viso a cattivo gioco di fronte all’innegabile forza della Cina, che al momento custodisce in cassa la bellezza di 755 miliardi di dollari in buoni del tesoro Usa, secondo creditore di Washington dopo il Giappone.
In Estremo Oriente alcuni analisti suggeriscono che l’incontro con il dalai lama sia stato un maldestro tentativo da parte di Obama di distrarre il pubblico americano e uscire dalla palude della politica interna, per colpa della quale sta perdendo consensi al Congresso e nel Paese. Una tiepida mossa anticinese per lucidare il patriottismo del popolo nordamericano e riaffermare il primato degli Usa sulla scena internazionale. Un primato che la Cina continua volutamente a ignorare, urlando con forza la sua insoddisfazione ora contro il supporto militare concesso da Washingon a Taiwan, ora contro il sostegno politico alla “cricca del dalai lama”.
«La Cina chiede agli Usa di prendere in seria considerazione la propria posizione, e di prendere pronte ed efficaci misure per ridurre l’erroneo impatto, fermare la connivenza e rimuovere ogni sostegno nei confronti delle forze separatiste anticinesi favorevoli all’indipendenza del Tibet». Ne va delle buone relazioni tra Cina e Stati Uniti. Chi in Europa potrebbe rivolgersi con tale durezza ai “padroni del mondo”? Evidentemente a Pechino sanno di poter battere i pugni sul tavolo come pochi potrebbero permettersi. Per questo lo fanno e, molto probabilmente, continueranno a farlo sempre più forte.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







