L’affaire dell’uranio

a.p.
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SCONTRO. Alla Conferenza internazionale sulla sicurezza, in corso a Monaco di Baviera, va in scena il botta e risposta sul programma nucleare di Ahmadinejad. Nessun accordo e Barack Obama sta dispiegando nuove truppe nel Golfo.

La posizione dell’Iran sul suo dibattuto programma nucleare è, secondo gli Usa, deludente. Botta e risposta al vetriolo fra la diplomazia americana e persiana, quindi. Ieri, infatti, il segretario alla difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, da Ankara, ha definito «deludente» la risposta dell’Iran alle proposte sul programma nucleare avanzate dall’Occidente. Aggiungendo di non ritenere che Washington e Teheran siano vicini ad un accordo. È una vera delusione per il ministro degli Esteri iraniano Manuchehr Mottaki che l’altro ieri, durante la prima giornata della conferenza internazionale sulla sicurezza a Monaco di Baviera, aveva detto che riteneva prossimo il tanto agognato accordo. La proposta di Teheran di far arricchire l’uranio all’estero, in quantità non pre-negoziate, al fine di garantire che il proprio programma atomico sia, realmente, solo civile, fugando i dubbi circa un eventuale utilizzo del nucleare per scopi militari, è, almeno per ora, bocciata da Washington.
 
Ma «la porta della diplomazia con l’Iran rimane aperta», ha assicurato il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, James Jones, durante la seconda giornata dei lavori della conferenza internazionale sulla sicurezza. Gli americani, infatti, stanno facendo pressione, alternando il bastone e la carota, e giocando a carte scoperte. L’Iran sa bene che a Washington sono pronti ad un intervento militare contro i siti nucleari iraniani, ma sa anche che gli Stati Uniti sono consapevoli che un’eventuale rappresaglia di Teheran raggiungerebbe l’obiettivo: bloccare lo Stretto di Hormuz, fondamentale dal punto di vista commerciale, e colpire Israele, attraverso gruppi satelliti armati dall’Iran, come Hizballah e Hamas. E le conseguenze di queste azioni sarebbero difficilmente preventivabili anche per un colosso militare come Gerusalemme. Secondo alcune fonti, esisterebbe anche un piano di mutua difesa fra l’Iran e la Siria.
 
«Il livello senza precedenti del consenso internazionale e unità nei confronti dell’Iran rispetto al suo programma nucleare - ha subito sottolineato da Monaco il consigliere per la Sicurezza Jones - dimostra che Teheran deve assumersi le proprie responsabilità o rischia sanzioni più forti e forse anche un maggiore isolamento». Una dichiarazione che è stata anche una risposta al presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani che, da Teheran, in occasione di una parata militare dove sono stati presentati nuovi missili, aveva liquidato come «un imbroglio» la proposta occidentale. Il conflitto con l’Iran, infatti, verte sulle quantità di uranio da far arricchire all’estero. Il gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) spinge affinché l’Iran consegni il 70 per cento dell’uranio posseduto che, una volta arricchito all’estero, al 20 per cento, verrebbe obbligatoriamente utilizzato per la produzione di isotopi per la cura dei tumori. L’Iran, invece, vorrebbe poter decidere unilateralmente sulle quantità.
 
La proposta occidentale, infatti, impedirebbe all’Iran di arricchire ulteriormente uranio, per scopi militari. Per ora Teheran è in grado di portare l’uranio fino al 3,5 per cento ma il presidente Ahmadinejad ha detto che il Paese, fra poco, sarà in grado di superare il 20 per cento, come avviene per quello utilizzato per scopi militari. La ritrosia dell’Iran a consegnare il suo uranio, come da proposta occidentale, d’altronde, sarebbe la prova che il Paese vuole raggiungere percentuali di arricchimento adatte agli usi militari. In questi giorni, per cautelarsi, il presidente Barack Obama ha dispiegato nuove truppe sul Golfo Persico, allertate per un eventuale lancio missilistico dell’Iran. Gli Stati Uniti hanno serrato le fila dei loro partner mediorientali, anch’essi preoccupati dal tentativo di Teheran di diventare la nazione leader dell’area, attraverso la potenza militare e la minaccia dell’uso della forza.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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