L’archeologia potrebbe bloccare la base militare della discordia
ATTUALITA’. Nell’area dell’ex aeroporto Dal Molin di Vicenza si vorrebbe costruire una zona militarizzata voluta dagli Stati Uniti per intervenire rapidamente in Medio Oriente. Dopo il braccio di ferro tra popolazione e governo, ora c’è il fatto nuovo che gli scavi archeologici in quella stessa area hanno portato alla luce un insediamento del Neolitico e tracce di un acquedotto romano.
Maria Luna Moltedo
Un insediamento paleoveneto del Neolitico e tracce di un acquedotto romano. Questa sarebbe l’ipotesi sulle recenti scoperte archeologiche nell’area dell’ex aeroporto Dal Molin, zona vicentina dove dovrebbe sorgere, secondo gli accordi tra i governi di Washington e Roma, una nuova base militare statunitense. Dopo le polemiche, le proteste, le manifestazioni, questi ritrovamenti creano nuovi ostacoli sul cammino della realizzazione dell’opera fortemente osteggiata da una parte della popolazione rappresentata dal Comitato No Dal Molin. Come ricordato in questi giorni da studiosi ed esperti, è possibile che le nuove ricerche portino addirittura al rinvenimento di insediamenti abitativi, cosa di cui non si hanno precedenti se non nella zona del Lago di Fimon dove fu trovato un insediamento neolitico. Il rapporto su questa scoperta reso pubblico qualche giorno fa configura l’esistenza di un villaggio paleoveneto risalente a un’epoca antecedente di molti secoli a quella finora ritenuta originaria.
In realtà, la civiltà “paleoveneta”, detta anche dei “Veneti Antichi”, non era circoscritta solo al Veneto attuale, tanto che tracce consistenti della sua presenza sono state riscontrate anche in Friuli Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige. Complici della sua permanenza e del suo progresso anche i grandi fiumi Adige, Brenta, Piave e Tagliamento, attraverso cui fu più semplice stabilire relazioni tra le varie aree, questa cultura non fa altro che potenziare quelle che erano le caratteristiche della cultura del Bronzo Recente. Inoltre le relazioni con la cultura Transalpina a Nord, quella Villanoviana a Sud, quella di Golasecca a Ovest, con i mercanti greci che approdano nella costa adriatica e quelli etruschi provenienti dagli Appennini, influenzano e arricchiscono lo sviluppo di quest’area. Proprio per questo motivo, se, dopo un’accurata e ponderata analisi stratigrafica, si decidesse di tutelare l’area Dal Molin sarebbe una scelta conforme alla legislazione dei Beni culturali in Italia.
Ancora oggi, da un punto di vista propriamente archeo-storico, secondo gli studiosi, vi è una certa difficoltà a distinguere la primissima fase della civiltà paleoveneta detta protoveneta e che alcuni identificano con quella “protovillanoviana” (1100900 a.C.), con la quale ha in comune le pratiche funerarie di incinerazione e l’iconografia decorativa dei manufatti in bronzo e terracotta. La scoperta archeologica avvenuta lo scorso febbraio, proprio sull’area dove gli Stati Uniti vogliono costruire una base militare, è stata del tutto casuale. Osservando le foto di un libro scritto da un maggiore del Genio Campale nel 2005 si poteva dedurre che all’interno dell’ex aeroporto Dal Molin ci fossero resti romani e non solo. In particolare, ha attratto l’attenzione la base di una colonna, residuo dell’antico acquedotto romano di cui si vedono ancora i resti in località Lobia.
Da qui un sopralluogo degli esperti della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto. E ora è arrivato il primo rapporto di quelle verifiche. Risultato: oltre ai resti dell’acquedotto, ci sono anche tracce di un canale, abitazioni, pavimenti del Settecento ma soprattutto le sorprendenti tracce di un insediamento del Neolitico che nessuno si aspettava. Ritrovamenti che, però, non si capisce ancora se saranno in grado di fermare i lavori della base militare statunitense. Già nel mese di giugno 2009 sono state avviate nell’area Dal Molin le indagini archeologiche preventive, con la direzione scientifica della soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto e la fattiva collaborazione dell’Ufficio preposto per il United States Department of the Army, su cui ricade l’onere economico dell’intervento.
Tutela o manomissione?
Spesso l’archeologia riveste, come in questo caso, un ruolo “politico”. Nel senso che la tutela dei beni culturali assume grande importanza soprattutto in un Paese, come l’Italia, che è particolarmente ricco da questo punto di vista. La tutela da un lato si propone di garantire al cittadino il godimento del bene conservando antiche memorie la cui manomissione o distruzione comporterebbe una privazione per la collettività. Dall’altro la salvaguardia di un pan trimonio storico, artistico e culturale è necessaria perché la compromissione provocherebbe un danno significativo anche, e non solo, per la ricchezza del Paese. Rimanendo in tema di salvaguardia, nell’area Dal Molin sono iniziate le indagini archeologiche proprio per capire l’entità dei reperti che via via sono venuti alla luce e conseguentemente fare delle scelte, dopo accurate riflessioni, su come gestire o meglio tutelare questo territorio. I lavori di ricerca sul campo, iniziati dopo una lettura preliminare delle sezioni ricavate dai carotaggi effettuati in precedenza, hanno esplorato fino a ora, tramite una serie di trincee a maglia molto fitta, un’ampia parte dell’area interessata dalle opere in progetto.
Le indagini archeologiche preventive stanno portando all’acquisizione di nuovi dati che andranno a integrare il quadro delle conoscenze archeologiche di un’area limitrofa all’antico centro urbano, interessata anche, come noto, dal percorso dell’antico acquedotto di epoca romana, di cui era già stato parzialmente individuato, nel corso di un sondaggio nel 1995, un pilastro, dislocato però in antico dalla sua originaria collocazione. È attualmente in corso lo scavo in estensione nell’area del tracciato dell’antico acquedotto lungo il margine sud-occidentale del cantiere. Tale scavo era programmato fin dall’inizio, con l’obiettivo di acquisire dati probanti circa il puntuale percorso dell’importante struttura in prossimità del fiume Bacchiglione. La storia dei Veneti si può dividere in due momenti: uno antico, che va dalle origini fino al V secolo a.C., in cui è più evidente l’originalità culturale veneta, e uno più recente che va fino al I secolo d.C., che vede prima un influsso celtico, e poi una lenta assimilazione romana. I Veneti ebbero con Roma rapporti amichevoli e si giovarono dell’aiuto della città laziale per allontanare la minaccia costituita dall’invasione dei Galli.
Infatti, in cambio di protezione, permisero ai Romani di stabilirsi pacificamente nel proprio territorio, e in definitiva di colonizzarlo costruendo per l’appunto acquedotti, strade, ponti e villaggi. Il Veneto non venne quindi conquistato con la forza dai Romani, ma fu inglobato pacificamente e, con il tempo, la cultura veneta si perse e venne sostituita (in parte assimilata) dalle usanze di Roma. Invece, per quanto riguarda le indagini della parte più antica, sempre nei pressi dell’ex aeroporto vicentino, sono evidenti le tracce di una frequentazione di epoca protostorica. Infatti il rinvenimento di alcuni frammenti ceramici, attualmente in corso di studio, per ora non ha restituito alcuna evidenza strutturale, mentre ancora da indagare resta un’ampia area in cui sono venuti alla luce materiali ceramici e litici riferibili a età neolitica (8.000 anni fa circa). Si tratta di un dato di grande interesse in quanto fino a ora non erano noti elementi di conoscenza riferibili a presenze di epoca così antica in questa zona, limitrofa al centro urbano di Vicenza.
Al momento la soprintendenza ha confermato l’intenzione di allargare gli scavi di esplorazione a un’area più vasta, ossia quella collocata quasi al centro dell’attuale cantiere, con inevitabile blocco delle operazioni di edificazione in quella parte interessata. Il rischio, dunque, che tutto finisca sepolto per sempre sotto le fondamenta della base americana, al momento, è arginato. Auspicabile è che lo sia anche in prospettiva, nel rispetto delle leggi sulla tutela dei beni culturali che, sebbene spesso e volentieri non vengano osservate, vigono. Sarebbe opportuno in Italia tornare a un’alta consapevolezza della dimensione storica, etica e civile della tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, che l’articolo 9 della Costituzione ha fissato con lungimiranza. Quell’articolo recita infatti così: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».
CRONISTORIA DI UN AEROPORTO E DI UNA PROTESTA POPOLARE
Manuela Bianchi
L’aeroporto Tommaso Dal Molin è stato per lungo tempo la stazione aeroportuale di Vicenza. Classificato come city airport, perché distante soli 5 km dal centro della città, è rimasto in attività dalla Seconda guerra mondiale fino al 2008, quando è stato chiuso al traffico aereo per l’avvio della costruzione sullo stesso sito di una base militare dell’esercito statunitense. Le strutture preesistenti sono state demolite nel corso del 2009. Pista attiva dalla Seconda guerra mondiale, l’aeroporto era destinato ad assumere la denominazione di “Aeroporto delle Venezie”. L’immobilismo politico e la presenza dei militari dell’aeronautica (di fatto si trattava di aeroporto militare a uso civile) rallentarono il progetto. Alla fine si scelse il Catullo di Villafranca nei pressi di Verona come sede del nuovo aeroporto. La costruzione a fine anni Ottanta, in prossimità dell’aeroporto, di alcune ville nel comune di Vicenza e di un intero quartiere nel confinante comune di Caldogno, ha limitato ulteriormente la possibilità di espansione dello scalo aereo.
Nel corso degli anni sono stati numerosi i tentativi di rilancio dell’aeroporto Dal Molin (voli per Roma Fiumicino, Monaco, Olbia, Forlì) che però si sono rivelati infruttuosi per la limitata operatività dello scalo, privo, ad esempio, della possibilità di accogliere i voli notturni. A fine 2006 la pista e l’aeroporto furono dotati della strumentazione necessaria senza che però riprendesse un regolare servizio di trasporto aereo. Nel 2007 l’aeroporto era aperto al traffico solo nella fascia oraria 7:00-20:00 ed erano state rese operative le procedure di dogana e di controllo da parte della polizia. Nel frattempo si era aperto a Vicenza un vivace dibattito sulla decisione del Consiglio comunale e di quello provinciale di cedere l’area dell’aeroporto all’esercito degli Stati Uniti. Il progetto per la nuova base era stato motivato inizialmente dall’esigenza di ampliare la preesistente Caserma Ederle, malgrado i due siti distino 6 km tra loro e siano collocati ai due lati opposti della città. è stata data successivamente notizia del via libera ufficiale del governo italiano alla costruzione della base per un costo stimato di circa 325 milioni di euro.
Il primo marzo 2008 gli ultimi militari italiani che gestivano la torre di controllo furono trasferiti e l’aeroporto divenne a tutti gli effetti civile. Il 10 aprile 2008 lo scalo venne ufficialmente cancellato dalle carte di navigazione. Nel frattempo il nuovo sindaco vicentino Achille Variati (Pd) e la nuova amministrazione comunale di centrosinistra eletta nel 2008 si opponevano con propri pronunciamenti alla realizzazione della base militare. Il Comitato cittadino No Dal Molin ha organizzato molteplici manifestazioni a livello locale e nazionale. Dal primo ottobre 2008, a causa dei lavori per la costruzione del nuovo insediamento militare americano sul lato ovest dell’area, la struttura è stata chiusa a ogni tipo di traffico aereo. La demolizione della pista, iniziata il 3 febbraio 2009, si è conclusa nello stesso anno.
Il caso dell’aeroporto Dal Molin - si legge sul sito www.nodalmolin.it dove si possono trovare tutte le notizie relative a questo caso - nasce dall’accordo tra il governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006 e il sindaco di Vicenza Enrico Hüllweck, Pdl, che, senza rendere partecipi i cittadini né il Consiglio comunale, decisero di accogliere nel territorio vicentino una nuova base americana come richiesto dal governo di Washington. La nuova base americana andrebbe a occupare una zona a nord del comune di Vicenza nell’area dell’ex aeroporto Dal Molin e servirebbe agli Stati Uniti per riunire la 173esima brigata aviotrasportata Airborne, attualmente presente in parte ad Aviano (Pordenone) e in parte in Germania. L’obiettivo statunitense è quello di usare questa nuova base per intervenire rapidamente nelle aeree geografiche del Medio Oriente in caso di conflitti.
Il referendum del 2008
La maggioranza dei cittadini di Vicenza e dei comuni limitrofi è fortemente contraria alla costruzione di questa nuova base militare. Lo dice anche un sondaggio della società Demos diretta da Ilvo Diamanti (63% di no). Le ragioni dell’opposizione sono varie e possono essere riassunte nel fatto che il progetto di costruzione della nuova base ha un impatto ambientale ritenuto devastante dagli esperti. C’è poi la considerazione che una città come Vicenza, considerata “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco, non può fondare il suo futuro sviluppo su un’economia prevalentemente militare. Il problema è stato affrontato anche dal governo Prodi e in particolare da Arturo Parisi, ministro della Difesa dal 2006 al 2008, che però non si sono mai espressi in maniera chiara contro l’allargamento della caserma Ederle (solo Rifondazione e la componente di sinistra degli ex Ds si erano pronunciati in questo senso).
Il 23 novembre 2006 Parisi invitava a Roma una rappresentanza dei Comitati dei cittadini per ascoltare la loro opinione L’incontro venne ritenuto proficuo, tanto è vero che prese forma l’idea di indire un referendum comunale consultivo. Una consultazione autogestita si è svolta a Vicenza il 5 ottobre 2008. L’iniziativa, priva di ufficialità, si è tenuta per protesta dopo che la proposta di un referendum indetto dalla giunta guidata dal sindaco Variati era stata bocciata dal Consiglio di Stato che nella sua sentenza scriveva: «Si tratta di una delibera illegittima nella misura in cui ha per oggetto un auspicio irrealizzabile, quale quello dell’acquisizione della zona aeroportuale, sul quale si sono pronunciate sfavorevolmente le autorità competenti ». Lo stesso premier Berlusconi invitava il sindaco Variati a ritirare il proprio sostegno al referendum autogestito che invece si svolgeva regolarmente. Ai seggi si è recato il 28,5% degli aventi diritto al voto, che erano 84.349.
Lo spoglio - secondo gli organizzatori dei Comitati contro la realizzazione della nuova base americana - ha fatto emergere che il 95% dei votanti si è detto favorevole all’ipotesi che l’area dell’aeroporto venga utilizzata dalla città e non sia trasformata in base militare. A controllare le operazioni di voto ci hanno pensato 500 volontari, tra scrutatori e presidenti di seggio. Cinzia Bottene, consigliere comunale e tra i leader dei Comitati No Dal Molin, ha detto in quella occasione: «Il voto è stata un’ottima risposta di partecipazione e democrazia a chi voleva imporre con l’autoritarismo scelte che riguardano il futuro della comunità locale vicentina». Giancarlo Galan, governatore del Veneto, aveva invece criticato l’iniziativa ritenendola del tutto inutile. La lotta contro la base militare non è conclusa. Ora le scoperte archeologiche aprono un nuovo capitolo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







