L’Iran arricchirà il suo uranio. Venti di guerra in Medio Oriente
E' il giorno della verità, per l’Iran dell’atomica. O, forse, delle bufale. Perché stando a quanto il direttore del programma nucleare iraniano Ali Akhbar Salehi ha dichiarato all’Aiea, l’Agenzia Onu per l’Energia atomica, da oggi, nella centrale di Natanz, l’Iran comincerà ad arricchire l’uranio. Con una percentuale di isotopo U235 - il 20% - che, pur essendo lontana dal 70% necessario per una testata nucleare, è pur sempre quattro volte superiore al 5% necessario per mandare avanti una centrale elettrica.
Quella dell’uranio arricchito al 20%, e di dieci nuove centrali da costruire in un anno - ritmi improbabili, da Repubblica Popolare Cinese - ha tutta l’aria di essere una ripicca iraniana di fronte al niet occidentale per le proposte avanzate settimana scorsa. L’Iran aveva chiesto di far arricchire il proprio uranio all’estero, reimportandolo dunque con la garanzia per la comunità internazionale che le quantità di isotopo U235 presenti nei fusti sarebbero state tali da permetterne soltanto un uso civile
Quanto basta, insomma, per mandare avanti una centrale elettrica come ve ne sono in Francia, Usa, Australia, Russia e altri paesi che ancora ricorrono all’energia nucleare. «Troppo poco», per Washington, che per bocca del segretario della difesa Robert Gates, ad Ankara sabato scorso, aveva definito “deludente” la proposta iraniana. Cominciando poi a posizionare, senza ulteriori spiegazioni, la quinta flotta al largo del Golfo Persico. Venti di guerra, dunque, nello stretto del petrolio, accompagnati dalla durissima condanna americana ed europea nei confronti del governo Ahmadinejad. A questo punto l’allerta è massima: Israele sta ammassando da giorni truppe al nord, a ridosso di Siria e Libano del Sud, zone considerate “territorio amico” dell’Iran per via della presenza di milizie Hezbollah e per il rapporto di collaborazione economica e diplomatica fra Damasco e Tehran.
E il sospetto che Ahmadinejad si prepari a testare nuovi missili entro qualche giorno, per celebrare la fine del Fajr, l’anniversario del ritorno dell’Ayatollah Khomeini nel 1979 cui fece seguito la rivoluzione iraniana e l’instaurazione della Repubblica islamica, fa temere una settimana di nervi tesi e minacce. Israele apparentemente aspetta soltanto il semaforo verde da parte dell’amministrazione statunitense per agire contro l’Iran, pur continuando a negare alla stessa Aiea l’ispezione dei suoi arsenali nucleari a Dimona: si tratterebbe di centinaia di testate accumulate in 30anni di programma nucleare segreto. Precedenti come la guerra contro il Libano del 2006 dimostrano che Tel Aviv sa di poter procedere indipendentemente da Washington, ponendo gli alleati occidentali di fronte al fatto compiuto.
Se per il nucleare iraniano, dunque, quello di oggi sembra il fatidico giorno, è più probabile che la sfida sia ancora una volta tutta interna. Ahmadinejad, presidente in bilico, contestato da sei mesi di opposizione in strada e dal suo stesso schieramento, ha bisogno di alzare la posta in gioco. I negoziati con l’occidente sono in stallo, i ragazzi della rivoluzione verde promettono di scendere in strada in massa contro di lui per le celebrazioni del Fajr, e il malcontento aumenta grazie alla spirale di repressione, sanzioni internazionali e inflazione. Unica strategia di fuga dal dissenso interno, lo scontro a testa bassa col resto del mondo. A quale prezzo, lo sapremo in giornata.






