La melodia del mare nostrum
GIRADISCHI. “Notturno Mediterraneo” è il nuovo lavoro di Angelo Valori. Note che raccontano la nostra terra lontano dai soliti stereotipi con un omaggio a L’Aquila ferita dal terremoto.
Possiamo considerare Notturno mediterraneo un lavoro che si presenta come ambivalente? Notturno e luminoso, riflessivo e vivace, scritto e improvvisato?
L’ossimoro è solo apparente: in realtà ho cercato di disegnare un Mediterraneo intimo, nascosto, lunare, lontano dalle “Pizziche”, dalle “Tamurriate” e dal mercato arabo, che sono lo stereotipo del Mediterraneo musicale. Non che non mi piacciano, le trovo anzi terribilmente interessanti, solo che negli ultimi anni sono immagini sonore piuttosto sfruttate. Da qui la decisione di indagare soprattutto la ricchezza di inflessioni e accenti melodici presenti nella nostra musica.
Quali ingredienti ha miscelato per “musicare” i Giochi del Mediterraneo di Pescara?
Innanzitutto ho cercato di fare un cd melodico che, come ho detto prima, presentasse le scale e i modelli melodici presenti nel nostro mare. Inoltre, poiché il progetto è stato presentato all’interno delle manifestazioni ufficiali dei Giochi del Mediterraneo - che lo scorso anno si sono tenuti a Pescara, la mia città - ho tenuto presente la nostra tradizione italiana, cercando un suono “cameristico”, intimo ma nello stesso tempo coinvolgente a livello emotivo.
Come è nato il coinvolgimento di Gil Goldstein?
Gil aveva già lavorato per Egea e desiderava continuare questa collaborazione. Quando Tonino Miscenà, il produttore dell’etichetta, ha accennato a questa possibilità quasi non ci credevo: Goldstein è per me uno dei migliori musicisti, arrangiatori e compositori del nostro tempo. Avevo un timore reverenziale.
In che modo si inserisce il jazz nella tradizione musicale mediterranea?
Mi sembra che ci troviamo di fronte a un connubio fecondo, che da decenni sta producendo musica di alto livello. Gli accenti, le armonie del jazz sposate al suono, al fraseggio e ai ritmi delle nostre tradizioni creano una ricchezza musicale di spessore, raffinata, in cui la vitalità del jazz ricava profondità linguistica e culturale.
“Il volo dell’Aquila ferita” è una specie di “instant song” dedicata al terremoto in Abruzzo. Che ricordi le ha lasciato quell’evento?
Alle 3:32 del 6 aprile stavo scrivendo gli arrangiamenti, per cui ho sentito distintamente la scossa: mi è bastato accendere la tv per capirne la gravità. Ho scritto il brano in una tonalità maggiore, cercando una melodia che desse la sensazione dello stupore di fronte a tanta tragedia. Ho immaginato il volo “immobile” e stupefatto di un’Aquila che cerca di riprendere il cammino. La sensazione di speranza deriva proprio dagli accordi maggiori e dal tentativo della melodia di salire verso l’alto.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







