Mafia, processi a rischio
GIUSTIZIA. Una norma del pacchetto sicurezza inasprisce le pene. Ma oltre il tetto dei 25 anni per la Cassazione è competente la Corte d’Assise. Rendendo nulle le attività svolte dai tribunali. Ferranti (Pd): «L’errore si trasforma in orrore».
E' uno dei soliti paradossi italiani. L’inasprimento delle pene per i mafiosi, rischia di far saltare parecchie decine di processi a Cosa Nostra. Il problema è una norma contenuta nel pacchetto sicurezza, approvato a luglio 2008 che modifica il codice penale. In presenza del reato di associazione mafiosa, il 416-bis, sono state elevate le pene. «Al secondo comma, le parole “da sette a dodici anni” sono sostituite dalle seguenti: “da nove a quattordici anni”».
E così via per ogni capoverso. In più quando all’imputato di mafia vengono contestate almeno tre aggravanti le condanne possono arrivare fino a 30 anni. Ma la Cassazione ha stabilito che con pene così alte la competenza passa dai normali tribunali alla Corte d’Assise. Anche per i reati di mafia. E così gli avvocati difensori dei boss hanno iniziato a presentare ricorsi per sollevare l’incompetenza dei normali tribunali. La faccenda è arrivata in Cassazione che il mese scorso gli ha dato ragione. Una sentenza alla quale ora molti avvocati si stanno appellando in aula.
Il risultato è che per rendere le pene più severe ora in Sicilia rischiano di saltare a cascata tantissimi processi di mafia. Perché è facile pubblicizzare in pompa magna decine di arresti e sequestri milionari ma alla fine quello che conta è la conferma dell’accusa in tribunale con le condanne definitive dei mafiosi e le confische dei loro patrimoni illeciti. «È una catastrofe dai potenziali effetti devastanti. E per rimediare occorre un immediato intervento del legislatore», denuncia preoccupato il procuratore antimafia di Palermo Antonio Ingroia.
Questo è il risultato dell’approssimazione con cui si fanno le leggi in tema di mafia», conclude il pm. «Il governo ponga subito rimedio alla norma del pacchetto sicurezza che mette a rischio molti processi di mafia», aggiunge il senatore del Partito democratico Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia. Pronta la risposta del ministro della Giustizia, Angelino Alfano: «Faremo di tutto per evitare che dall’inasprimento delle pene possa derivare un beneficio per i boss. Tutti possono stare tranquilli che il governo eviterà conseguenze negative» ha assicurato il ministro. «L’errore si sta trasformando in orrore. Non voglio nemmeno pensare che qualcuno possa averlo fatto volutamente. Sarebbe un regalo alla mafia e un danno durissimo per lo Stato», commenta Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera.
Anche la Direzione distrettuale antimafia (Dda) lancia l’allarme sull’ennesima emergenza giustizia, che rischia di bruciare anni di indagini, mandando in fumo decine di processi in corso, in alcuni casi già in appello o in Cassazione. In pericolo tutti quelli non arrivati a sentenza definitiva. Tanto che la Dda ha convocato una riunione d’urgenza, lunedì 15 febbraio, per decidere come affrontare la situazione. Visto che la norma deve essere applicata «in ogni stato e grado del giudizio», rendendo nulle le attività svolte finora dai tribunali.
E quando si tratta di portare sul banco degli imputati i capi delle organizzazioni mafiose raggiungere questo tetto non è difficile. La scorsa settimana i due boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono stati condannati a 30 anni in uno dei filoni processuali di “Addiopizzo”. Perché i giudici hanno applicato la «recidiva reiterata», riconoscendo diverse aggravanti come quella di essere stati «capi e promotori» del sodalizio mafioso. Alla quarta sezione del tribunale di Palermo il processo “Gotha” al clan Madonia, con i boss Nino, Aldo, Salvatore e Giuseppe è stato rinviato prima ancora che iniziasse il dibattimento. Perché in appello il boss Nino Rotolo, era stato condannato a 29 anni.
La stessa cosa successa ieri a Termini Imerese. Questa volta si trattava di un troncone dell’operazione “Perseo” con cui i carabinieri avevano bloccato il tentativo di ricostituire la commissione di Cosa Nostra. Nel processo tra gli imputati figura anche Giuseppe Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso del capoluogo siciliano ai tempi del Sacco di Palermo. In una situazione del genere il rischio di vedere i boss tornare in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare è altissimo. Come quello di ingolfare le già lente attività della Corte d’Assise. Per non parlare del fatto che con il ricorso a questo collegio i reati di mafia saranno valutati dai giudici popolari che non sono degli esperti in legge ma dei normali cittadini.
L’Assise è infatti composta da otto giudici di cui due togati e sei popolari estratti a sorte. Facili prede da condizionare e intimidire con le pressioni esercitate sul territorio dai clan mafiosi. Soprattutto al Sud. Come già avvenuto diverse volte.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







