Nato, è strage di civili

Annalena Di Giovanni
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AFGHANISTAN. Drammatico l’ultimo bilancio dell’operazione Moshtarak contro i talebani: ventisette persone uccise, tra cui donne e bambini. Il comandante in capo ha definito il bombardamento “un tragico errore”. E' gelo con i governi occidentali.

Ventisette civili uccisi “per sbaglio”. È l’ultimo bilancio dell’operazione Moshtarak (in dari: “Insieme”), ennesima trovata delle forze Nato/Isaf per riuscire a debellare un migliaio di Talebani assediati nei dintorni di Marja, cuore della produzione di oppio afghana.Secondo una dura denuncia del Consiglio dei ministri afghano, un convoglio di civili stava fuggendo in minibus nella provincia di Dai Kundi, teoricamente fuori dalla zona di guerra stabilita dagli strateghi di Moshtarak, quando domenica un attacco aereo ha centrato in pieno i tre veicoli.
 
Immediate le scuse del comandante in capo generale Stanley McChrystal, che ha definito il bombardamento “un tragico errore” dovuto alla confusione fra civili e rinforzi taleban. Il governo afghano ha subito inviato una commissione d’inchiesta a interrogare i dodici sopravvissuti. Al di là della tragedia umanitaria, è l’operazione Moshtarak stessa, adesso, a finire sotto il mirino. “Moshtarak” sarebbe dovuto essere il primo successo della nuova “svolta” Obama in Afghanistan; 15mila uomini, dei quali 3500 marines, 2500 soldati britannici, un contingente misto canadese, danese ed estone, e un ulteriore 60% di ufficiali locali.
 
Questi ultimi dovevano essere la novità dell’operazione, il volto afghano della missione straniera, e in definitiva il contentino per il governo Karzai, in forte crisi di delegittimazione. Moshtarak, un massiccio dispiegamento di forzee aeree e di terra, con al fianco persino un plotone di poliziotti provinciali, punterebbe a debellare i 400-1000 taleban occupati a coltivare oppio nella zona. Ma fino ad ora tutto è andato storto per Moshtarak. A cominciare dall’inizio: la missione sarebbe cominciata la settimana scorsa, secondo le dichiarazioni occidentali.
 
Mentre secondo i locali, e secondo il portavoce Taleban Qadri Yousef, i marines avevano già dato il via agli attacchi a partire dal 7 febbraio. I rapporti fra governo afghano e forze straniere rischia di farsi sempre più duro, dopo che già il Pakistan ha cominciato a prendere le distanze dal protettore americano. Nelle province del nord infatti, dove le tribù arroccate fra i monti proteggono i propri membri affiliati alla guerriglia talebana, l’esercito americano sta letteralmente brutalizzando la popolazione da quasi due anni, bombardando i villaggi della zona neanche con regolari velivoli da guerra, ma direttamente con droni telecomandati a distanza. E dal confine afghano sono ormai migliaia i civili che fuggono ovunque, destabilizzando ulteriormente la provincia.
 
Difficile che le scuse di McCrhystal siano sufficienti a ristabilire la fiducia nei confronti di una forza militare che, in base alla nuova strategia della Casa bianca, conta adesso 30mila soldati stranieri. Del resto in ballo c’è già il “dopo-Moshtarak”: l’Isaf ha già redatto la lista di amministratori, governatori, e uomini di fiducia da installare in zona non appena i talebani - che per ora sembrano ancora in grado di combattere nonostante il rapporto di forze di uno a quindici,  e nonostante i bombardamenti aerei - saranno completamente debellati. Gente che rischia però di fare la fine di Haji Zaman Ghamsharik, alleato americano ai tempi del fallimento delle operazioni contro Tora Bora, ucciso ieri insieme ad altri 14 leaders tribali da un attentatore suicida nella sua provincia di Nangarhar.
 
Un cupo monito, per coloro che hanno scelto di cooperare con la Nato. Si fa sempre più difficile partecipare alla missione in Afghanistan. In Olanda il governo è in crisi per aver cercato di rinnovare di un anno la propria missione in Afghanistan. Sabato scorso il premier democristiano Balkenende ha annunciato la rottura della coalizione, con conseguenti inevitabili elezioni anticipate, per aver tentato di accondiscendere alle richieste Nato. E il nuovo piano mediorientale sancito questo mese, che vede Afghanistan e Yemen come le due nuove priorità del blocco internazionale guidato dagli Usa, sembra già scivolare ne fallimento duraturo.  

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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