Orca, troppo grande per vivere in una vasca
ETOLOGIA. Un’addestratrice viene uccisa da un cetaceo nel parco divertimenti in Florida. La stampa grida al killer. Ma gli scienziati spiegano perché non ci può essere l’istinto omicida.
Addestratrice uccisa da un’orca assassina. Questo il titolo rimbalzato sui giornali che ieri riportavano la notizia del tragico evento accaduto in Florida, a Orlando, nel parco divertimenti della Disney. Ma può un animale, per quanto antropomorfizzato, essere definito assassino (termine che sottointende un’intenzionalità dell’omicidio)?
«Evidentemente no - risponde Giuseppe Notarbartolo di Sciara, esperto di biologia ed ecologia dei cetacei e autore de L’orca (Società editrice internazionale)-. Capisco che sia mediaticamente accattivante questo termine, ma la ragione per cui l’orca venne definita assassina, dai pescatori nel Nord, è legata alla sua attività di predatrice marina. Con lo stesso principio, quindi, potremmo definire il delfino un killer di sardine, mentre noi esseri umani siamo assassini di bistecche».
Dello stesso avviso anche il biologo marino e assessore all’Ambiente della Regione Calabria Silvio Greco. «Le orche killer non esistono - spiega - ho fatto 6 anni di attività di ricerca nelle acque dell’Artide e, insieme ai miei compagni, non siamo mai stati aggrediti, neanche durante le attività di immersione. Gli animali, anche i grandi predatori come gli squali, non hanno “istinti omicidi”. La ragione per cui, ad esempio, uno squalo attacca un surfista non è certo perché lo vuole mangiare, ma perché lo scambia per una preda, per una foca o un’altro essere marino».
Ma, terminologia a parte, il luttuoso evento ha riacceso i riflettori sullo stato di cattività degli animali, senza dimenticare che sullo sfondo resta un business milionario in espansione: quello dei parchi acquatici come il Sea World di Orlando, dove due giorni fa è morta l’addestratrice. Ad aggravare l’episodio le circostanze in cui è avvenuto: il pubblico attendeva lo spettacolo “Cena con l’orca”, che avrebbe dovuto svolgersi di lì a poco. La trainer di Tillikum, l’“orca assassina” protagonista dello show, stava finendo di spiegare il numero che si accingeva a svolgere quando l’animale l’ha improvvisamente afferrata per la vita e iniziato a scuoterla per aria, di fronte allo sguardo inorridito del pubblico presente.
Tillikum, come viene ricordato dalla cronaca dei giornali locali e internazionali, aveva già ucciso un addestratore nel 1991 in Canada, dopo di che fu venduta negli Stati Uniti. «Forse sarebbe il caso anche di riflettere sul commercio dei cetacei, un mercato davvero importante e sottovalutato - ammonisce il professor Notarbartolo -. L’orca infatti per le sue caratteristiche è naturalmente portata ad adattarsi a ecosistemi molto diversi, passando dalle fredde acque dei Poli a quelle calde dei tropici. L’importante però è che abbia i suoi spazi. Infatti, per un cetaceo dalle dimensioni enormi che può arrivare fino a 8 metri di lunghezza lo stato di cattività non è davvero adatto».
Eppure sono in molti a sostenere che la reclusione allunghi la vita agli animali. «Si tratta di una falsa leggenda - spiega Nadia Masutti della Lav, Lega antivivisezione -, ogni giorno spariscono decine di specie (molti delfini si lasciano morire) dentro gli acquari e vengono sostituiti senza che i visitatori se ne accorgano. Nel caso dei cetacei poi, è accertato che le condizioni di reclusione, ritenute comunemente “di protezione” dai proprietari dei parchi divertimento, non influiscono sul miglioramento della qualità della loro vita».
Per mettere freno al maltrattamento e alle condizioni di stress vissute dai cetacei in cattività, il mondo degli animalisti quindi sogna di proibire l’esibizione degli animali nei parchi divertimenti. Ma di fronte alla decisione del Sea World di Orlando di non chiudere i battenti, neanche per poche ore, dopo il tragico evento si capisce che ancora una volta a prevalere è il business e il principio del “show must go on”. Davanti a uno scenario simile - consiglia Licia Colò sul sito animalieanimali.it - l’unica arma a disposizione per chi rifiuta l’ingabbiamento degli animali è chiudere il portafogli e boicottare queste strutture.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







