Padri (ir)responsabili
GIUSTIZIA. I genitori dei ragazzi violentatori di una ragazzina di 12 anni sono stati condannati a pagare 450mila euro alla vittima. Il giudice del Tribunale civile di Milano: colpevoli di non aver educato ai sentimenti e alle emozioni.
«Una sentenza lungimirante, intelligente e profonda». Così la neonatologa e psicoterapeuta dell’Università di Siena, Maria Gabriella Gatti, commenta l’atto con cui il tribunale civile di Milano ha condannato i genitori di adolescenti che hanno ripetutamente violentato una ragazzina di 12 anni, al pagamento di 450mila euro alla vittima.
Nella sentenza, il giudice della decima sezione civile, Bianca La Monica, ha accusato i genitori di non aver dato loro «l’educazione dei sentimenti e delle emozioni che consente di entrare in relazione non solo corporea con l’altro», e di non aver posto la necessaria attenzione affinché «il processo di crescita avvenisse nel segno del rispetto dei sentimenti, dei desideri e del corpo dell’altra/o».
Nel corso del processo i genitori avevano tentato di smarcarsi dalle responsabilità evidenziando «il rispetto dell’orario di rientro a casa, i buoni o sufficienti risultati scolastici, l’educazione nel rispetto delle persone e dei valori cristiani propri della cultura occidentale, l’avvenuta frequentazione delle lezioni di educazione sessuale a scuola, il fatto che prima di questi fatti alcuni dei ragazzi non avessero dimostrato particolare interesse verso il genere femminile».
«A fronte di queste parole ancor di più la sentenza è corretta», prosegue la Gatti che fa psicoterapia di gruppo per adolescenti. «I genitori hanno risposto mettendo ancor più in risalto la propria carenza. L’essere affettivamente adeguati non dipende certo dall’andare bene a scuola o dall’essere presenti in chiesa tutte le domeniche.
È questo che non hanno compreso quegli adulti. I quali non si sono posti il problema di come i loro ragazzi si comportano affettivamente nei rapporti, di come annullano la realtà psichica altrui. E in un’età come l’adolescenza questo dovrebbe essere fondamentale». Una dinamica educativa che a sua volta nega completamente la realtà umana, psichica, dell’“altro” e che si ripercuote nel rapporto di questi ragazzi con la donna, che per loro non è più un essere umano perché ne considerano solo la realtà fisica. Che non ci sia assolutamente traccia di educazione affettiva da parte dei genitori condannati è dimostrato dalle stesse parole dei figli, che all’epoca della violenza avevano 2-3 anni più della vittima, così commentate nella sentenza.
Si parla infatti di un racconto dei fatti «asettico, con parole non espressive di emotività, usando per la ragazza espressioni che evidenziano come nessuna considerazione vi fosse per la persona. Però gli stessi ragazzi, una volta sollecitati a riflettere sull’impatto della loro condotta sulla coetanea, hanno mostrato barlumi di consapevolezza e di empatia, mettendo in gioco anche qualche emozione, a conferma dell’importanza di un’educazione anche dei sentimenti». Il giudice ha poi tenuto a ribadire che i ripetuti e prolungati abusi commessi «sono tali da rendere palese che, se messaggi educativi vi sono stati, non sono stati adeguati o non sono stati assimilati, sicché deve ritenersi che da parte dei genitori non sia stata prestata dovuta attenzione all’avvenuta assimilazione da parte dei figli dei valori trasmessi».
«Alla luce di questo - osserva la psicoterapeuta - si può dire che la sentenza di Milano sia andata oltre quello che è un pensiero più che diffuso. Perché è andata al di là del senso comune che dice che i canoni sociali a cui bisogna rispondere sono quelli elencati dai genitori per autoassolversi. Valori cristiani, rispetto degli orari di rientro, risultati scolastici soddisfacenti, tutti canoni che in realtà sono privi di contenuto affettivo. Dietro a quelle risposte - conclude la Gatti - c’è una cultura sociale che nega completamente la realtà psichica dell’altro. Che non tiene conto della realtà umana di chi si ha di fronte».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







