Pozzi petroliferi in Adriatico «Rischio frane nei fondali»
INTERVISTA. Il presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Enzo Boschi illustra i potenziali pericoli legati alle operazioni di ricerca sottomarina degli idrocarburi. «Alcune aree sono state soggette a fenomeni franosi».
Rischio trivellazioni petrolifere al largo del basso Adriatico, zona in cui alcune multinazionali petrolifere stanno effettuando apposite indagini sottomarine. Il presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Enzo Boschi, a colloquio con Terra, spiega: «In zona il rischio sismico è basso, ma man mano che ci si avvicina alla costa albanese i pericoli aumentano».
Come valuta il rischio terremoti di questo territorio?
In generale, l’attività sismica dell’offshore pugliese è bassa. In particolare, per la zona di Molfetta non sono noti terremoti importanti accaduti negli ultimi duemila anni. Questo per quanto riguarda il territorio italiano. La zona prospiciente, ovvero la costa albanese e montenegrina, è invece caratterizzata da un’intensa attività sismica, anche distruttiva (con magnitudo anche fino a 7.0, ovvero dell’ordine di grandezza del terremoto del Fucino del 1915, o di Messina del 1908). Va però ricordato che a) i terremoti causati dalla stessa struttura (ovvero nella medesima zona) sono tendenzialmente tanto più rari quanto maggiore è la loro magnitudo, e b) queste zone sono distanti circa 200/250 km da Molfetta.
La costruzione di piattaforme petrolifere può accrescere qualsiasi forma, anche potenziale, di rischio?
Il rischio sismico va riferito ai terremoti crostali, ovvero quelli che hanno origine ad alcuni km di profondità (5, 10 o anche molti di più). A questo proposito, i dati rilevati negli anni dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia mostrano che la sismicità in Puglia è più profonda (15-25 km) che, ad esempio, nel vicino Appennino meridionale (7-15). Questi sono i terremoti in grado di generare scuotimento (quale che sia la sua entità) e dunque provocare un rischio di danni permanenti all’ambiente fisico e costruito. Rispetto a questa tipologia di terremoti e poichè la sismogenesi avviene a profondità elevate come quelle qui indicate, l’attività di perforazione non ha influenza sul rischio sismico. Diverso è il discorso per la microsismicità indotta (che si localizza a profondità molto modeste), talvolta dovuta all’estrazione di risorse dal sottosuolo (acqua, idrocarburi etc.). Valutare questo rischio è difficile in quanto i fattori in gioco sono molti e diversi e sono direttamente legati alle caratteristiche geologiche specifiche dei luoghi dove avviene l’estrazione. In particolare, contano molto la profondità del reservoir (ovvero il settore del sottosuolo da cui si estrae la risorsa) ed il grado di fratturazione delle rocce attraversate che fanno da “tappo” alla zona soggetta all’estrazione. L’esperienza, però, mostra risultati tra loro diversi da caso a caso, quindi è difficile fornire un parere risolutivo.
Cosa potrebbe succedere se si verificasse un sisma nella zona con piattaforme installate e funzionanti?
Se si trattasse di piattaforme galleggianti/navali, e ipotizzando un terremoto con magnitudo circa 5.5 (la soglia oltre cui si produce danno permanente, a terra) e che avvenisse nelle vicinanze di una struttura di perforazione, probabilmente il rischio sarebbe minimale, se non altro per la struttura (derrick e pozzo) in quanto tale. Diverso potrebbe essere il discorso per una struttura con fondamenta sul fondale marino (ovvero in acque relativamente basse), ma esistono criteri e standard di sicurezza per queste costruzioni che verosimilmente sono in grado di assorbire lo scuotimento. Semmai, alcune aree non lontane dalla zona in esame sono state soggette a frane sottomarine di varia entità. Il fenomeno è noto e del tutto ordinario ma naturalmente potrebbe porre alcuni quesiti rispetto alla stabilità dei fondali dove installare eventuali impianti di perforazione.
C’è il pericolo di subsidenza?
In gioco ci sono i volumi di idrocarburi che verrebbero eventualmente estratti da un singolo pozzo, l’estensione geografica del reservoir, la rigidità/ fratturazione delle rocce che ospitano la risorsa e di quelle che la separano (verso l’alto) dal fondale marino. Il rischio può esistere ma lo si valuterebbe (e se ne prenderebbero le adeguate contromisure) solo dopo avere un’idea esatta di questi ed altri parametri.
Qual è la sua valutazione complessiva del rischio per eventuali insediamenti petroliferi?
In assenza di terremoti importanti noti e di strutture note in grado di provocare eventi sismici nelle immediate vicinanze della zona di Molfetta, un rischio diretto è verosimilmente basso. Secondo l’attuale Classificazione Sismica (del 2006) redatta dall’Ingv su incarico del Dipartimento della Protezione civile, tutti i Comuni della zona di Molfetta e dintorni sono in classe 4 (rischio molto basso). Naturalmente, questo vale per l’offshore pugliese vicino alla costa italiana, ovvero sino al limite in cui sono disponibili i dati sismologici della Rete sismica nazionale. Via via che ci si allontana in direzione est dalla costa pugliese e si va verso il bacino sud Adriatico, ovvero avvicinandosi maggiormente alle zone albanesi, lo scenario di rischio cambia in funzione di potenziali terremoti provenienti da quelle aree.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







