Premier League al verde Club vicini al fallimento
FINANZA. Il torneo inglese è il più affascinante e il più indebitato. Gli incassi per i diritti tv non favoriscono i club e aggravano i bilanci. E vincere non basta, come dimostra lo United.
Che qualcosa non tornasse nei conti delle squadre militanti in Premier League era cosa chiara da tempo. Tanti i giocatori di qualità presenti nel massimo campionato inglese, tanti anche gli allenatori e i collaboratori di primissimo livello, che negli anni hanno attraversato la Manica per ingrossare il conto in banca. E non sempre con eguali risultati sul campo di gioco, perché quanto a prevedibilità l’Inghilterra non ha pari: il primato albionico è cosa a due da cinque anni (Manchester United e Chelsea), i posti per la Champions League sono appannaggio delle solite quattro squadre da tempo immemore (alle due su indicate si aggiungano Arsenal e Liverpool), e le due coppe nazionali finiscono nelle medesime bacheche due volte su tre. A onor del vero, questa è una tendenza transnazionale acuitasi da quando le televisioni e gli sponsor hanno preso a elargire soldi a chi ha il bacino di pubblico più ampio.
Però in Premier League si spende che è un Carnevale, compresi coloro che cercano invano un posto al sole da anni, dopo decenni di ombre e torpore (vedi il Manchester City). Non stupisce quindi la notizia che un’indagine della Uefa abbia indicato il torneo inglese come il più indebitato al mondo con 4 miliardi di euro, pari al 56 per cento dell’intero disavanzo europeo. Lo studio, figlio dell’idea di Michel Platini di introdurre regole sulla salute economica dei club, ha analizzato i bilanci ufficiali relativi a due stagioni fa di 732 società calcistiche affiliate alla Uefa; scoprendo che diciotto squadre di Premier League superano di quattro volte l’intera Liga spagnola, al secondo posto della graduatoria, e dove Real Madrid e Barcellona non lesinano ai loro dipendenti ingaggi a sei zeri.
E si tenga conto che le due società inglesi assenti nel rapporto, ovvero Portsmouth e West Ham, non sono state prese in considerazione a causa di conti societari poco chiari. Michel Platini, presidente della Uefa, avrà il suo bel daffare nel mettere in atto la politica di contenimento costi che prevede, entro il 2012, l’entrata in vigore del Fair play financial rules, un regolamento che imporrà a tutte le società delle Federazioni europee rigide restrizioni onde evitare forti indebitamenti e il rischio di fallimento, proprio come sta peraltro accadendo per gli Hammers, Portsmouth, Liverpool, Arsenal e Manchester United. Quest’ultimo, a fronte dei trionfi nazionali e internazionali (in tre anni altrettante vittorie in campionato, due finali e un successo in Champions League, una coppa del Mondo per club, e una coppa d’Inghilterra) che, oltre ai premi in denaro, hanno garantito un indubbio tornaconto nel merchandising, ha chiuso il bilancio con un passivo di 820 milioni di sterline.
E questo nonostante la cessione a prezzo record di Cristiano Ronaldo al Real Madrid, altro club dal portafogli inspiegabilmente sempre gonfio. Non serve vincere, anzi più vinci più ti indebiti, come ebbe profeticamente a dire un giorno Zdenek Zeman. E neppure servono gli introiti dei diritti televisivi, che anziché ripianare i conti li fanno arrossire. In Inghilterra il vituperato spezzatino è la normalità da anni: più partite, più incassi, più debiti. E il rischio fallimento è servito.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







