Prigioniere della tradizione

Rossella Anitori

MUTILAZIONI GENITALI. L’incubo della mutilazione genitale segna in Italia la vita di oltre 90mila donne. Vengono dall’Egitto, dal Mali, dal Sudan, dalla Somalia. Da tutti quei Paesi in cui l’infibulazione e l’escissione vengono tradizionalmente usate come strumenti di controllo della sessualità femminile.

L’incubo della mutilazione genitale segna in Italia la vita di oltre 90mila donne. Vengono dall’Egitto, dal Mali, dal Sudan, dalla Somalia. Da tutti quei Paesi in cui l’infibulazione e l’escissione vengono tradizionalmente usate come strumenti di controllo della sessualità femminile. Per garantire un buon matrimonio alle figlie e la fedeltà a un marito. «L’arma più efficace per combattere questa pratica è fare opera di sensibilizzazione tra le donne» sostiene Cristiana Scoppa dell’Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo.
 
«È necessario parlare con i genitori per aiutarli a comprendere che il “vantaggio” che vorrebbero garantire alle proprie figlie, può essere conseguito in altre maniere, con l’istruzione per esempio». Proprio grazie alle campagne di informazione e sensibilizzazione le cose lentamente stanno cambiando. Si tratta tuttavia di un’operazione complessa, perché il fenomeno delle mutilazioni genitali è totalmente sommerso.
 
«Non ci sono casi di testimonianza diretta - spiega Scoppa - le protagoniste non escono allo scoperto. Raccontarlo equivarrebbe a denunciarlo: in Italia è un reato». Dal gennaio del 2006 esiste una legge specifica che vieta le mutilazioni dei genitali femminili, sia che vengano fatte in Italia che nel Paese d’origine, e punisce con il carcere chiunque la cagioni. «A finire dietro le sbarre non è solo il medico che si presta a eseguire l’intervento - prosegue Scoppa -, ma anche i genitori che lo hanno richiesto. Questo però apre uno scenario ancora peggiore per le figlie, che rimangono sole e diventano responsabili dell’incarcerazione della loro famiglia».
 
La prigione, dunque, non solo non risolve il problema, ma spesso aggrava la situazione. Senza una campagna di sensibilizzazione che tenga conto del carattere culturale dell’escissione, secondo l’Aidos non si risolve nulla. «Le famiglie, in molti casi, presentano alle ragazze l’escissione come qualcosa di bello, le preparano ad una festa - conclude Scoppa -. Certo, quando in seguito si rendono conto di cosa gli è stato fatto, la presa di coscienza non può essere che dolorosa». 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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