Quella misteriosa dialettica…
ARTE. Un uomo e una donna galleggiano appena sotto la superficie di un mare scuro. I loro corpi si cercano e allacciano, si sfiorano e intrecciano in una danza di desiderio e sensualità interrotta soltanto dai loro respiri affannosi per prendere aria fuori dall’acqua. Finché non cominciano insieme una lunga discesa verso abissi impensabili, avvolti da una luce tanto irreale quanto il buio che li circonda in un’originaria armonia.
Da questa luce di nascita e di vitalità prende il titolo la video installazione, Becoming light, dell’americano Bill Viola (New York, 1951), esposta in questi giorni al Blanton Museum of Art di Austin, in Texas, all’interno della collettiva Desire, che propone un’esplorazione multi-generazionale sul tema non scontato del desiderio. Concepita nel 2005 subito dopo il Tristano e Isotta presentato dall’artista nel 2004 a Los Angeles, l’opera risente ancora del dramma musicale wagneriano, che per primo si era allontanato dall’armonia tonale, anticipando il sistema dodecafonico più affine alla moderna sensibilità. Penso soprattutto all’esaltazione della notte, cantata nel secondo atto da Tristano come desiderio struggente di fuggire la vacuità delle cose del giorno e la falsità delle convenzioni sociali («Su noi discendi, notte arcana! Spargi l’oblio della vita!... Quel che là nella notte vegliava cupamente richiuso, quel che, senza sapere e pensarci, oscuramente concepii - l’immagine che, i miei occhi non osavano osservare, ferita dalla luce del giorno - mi si rivelò scintillante») o all’immagine ripetuta dell’annegare e dell’inabissarsi “senza coscienza” evocata nel terzo atto da Isotta morente.
Intessuto di allusioni filosofiche di stampo schopenhaueriano, il dramma narra la storia di un amore così intenso e profondo che non accetta di convivere con la sofferenza. Storia che Viola reinterpreta, trasformando la morte dei protagonisti - inevitabile per il pensiero romantico ottocentesco - in un viaggio ipnotico verso una rasserenante oscurità, non sondabile e non conoscibile con gli strumenti della ragione. Un itinerario in cui la quotidiana celerità della vita è soppiantata da un tempo estremamente rallentato, dilatato, e la certezza della percezione è sostituita dalla luce soffusa e dai suoni ovattati di uno spazio onirico, a cadenzare la progressiva separazione sia da realtà ottusamente materiali, sia dalla coscienza della veglia, fino a giungere là dove la spiritualità acquista valore emozionale e terreno, in una parola “umano”.
Vero e proprio pioniere nel campo della video arte, dai primi anni 70 Viola utilizza la virtuosità della tecnica - prima analogica poi digitale - per catturare la realtà umana nei suoi risvolti più immateriali e invisibili, alla ricerca dei significati che dall’inizio dei tempi impegnano l’uomo davanti al mistero della vita e alla bellezza del cosmo. Quanto l’artista americano, con la collaborazione della moglie Kira Perov, si cimenta ad aprire finestre su un’altra realtà, ricorrendo anche alla storia dell’arte o alle grandi tradizioni mistiche (dal Buddismo Zen al Sofismo islamico all’ascetismo cristiano), tanto l’inglese Tracy Emin (Londra, 1963) - chiamata nel 2007 a rappresentare la Gran Bretagna alla 52. Biennale di Venezia - porta avanti una ricerca d’implacabile scavo autobiografico tra memorie dell’adolescenza, celebrazioni dei propri fallimenti e denuncia della violenza un tempo subita “come se fosse normale”.
Una violenza contro le donne che l’artista ha vissuto sulla propria pelle e da cui non sa liberarsi, riproponendola con altrettanta brutalità oppure attraverso una manualità goffa, eppure provvista d’insolita delicatezza. Tanto da guadagnarsi la nomea di “ragazza terribile” dell’arte concettuale britannica con le sue scandalose performance e per il famige rato letto sfatto (My bed), esposto nel 1997 alla mostra Sensation. You Should Have Loved Me, ossia “mi avresti dovuto amare” oppure “dovresti avermi amata”, recita la scritta al neon bianco esposta ad Austin. Con questa accusa o dubbio pungente di un’amante disprezzata, formulati attraverso le linee andamentali di un nervoso corsivo da pagina di diario, Emin parla della vita, programmaticamente senza sofismi e senza galateo.
Una vita, come lei ha spiegato al Frieze Magazine, «fatta di avvenimenti molto semplici che possono trasformarsi in catastrofi. Tutti si innamorano, tutti si sentono soli, hanno paura, scopano e muoiono ». La caducità del corpo e il problema di coniugare tale precarietà con la forza delle sensazio ni e dei sentimenti che questo vive è, specificamente, al centro della ricerca di Silvia Venturi (Bologna, 1980), ora presente alla B.I.T. Art Gallery di Bologna nella collettiva The Difference, che esplora il tema della differenza a partire dal video A Hole Can Make A Difference di Roberta Rose Cavallari e Caterina Curzola, in cui la liberazione di una donna dalle costrizioni che ne limitano l’azione e reprimono la soggettività è rappresentata attraverso il taglio di un velo proprio all’altezza della bocca.
Venturi affronta il medesimo tema, ricreando in un’immagine tanto vaga quanto allusiva il corpo della donna in una scultura biomorfa dalle superfici trasparenti e i volumi aperti, nella quale saltano le categorie di interno ed esterno, pieno e vuoto, positivo e negativo. Composta di collant di nylon cuciti insieme, l’opera invita, guardandola, a compiere con la fantasia un viaggio in profondità dentro la natura invisibile del visibile, alla scoperta di un paesaggio tanto intimo e viscerale da risultare misterioso pur nella semplicità delle sue forme. Forme fragili e leggere come un respiro o la tensione sottile di un’aspettativa che fa tremare la pelle. Forme che l’artista fa emergere, irriverenti, dalla superficie del muro e dilagare nello spazio della galleria, impegnando il pubblico in un corpo a corpo fatto di accortezza e curiosità, attenzione e rispetto per quel canale del parto che si apre sul mondo come un occhio alla luce del sole.
francis.franco@libero.it
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







