Ribelliamoci al bavaglio

Giuseppe Giulietti (deputato, portavoce dell’associazione Articolo 21)

INFORMAZIONE. Al governo chiediamo una sola cosa: trattate le aziende editoriali esattamente come avete trattato le aziende di proprietà del vostro capo.

Al governo chiediamo una sola cosa: trattate le aziende editoriali esattamente come avete trattato le aziende di proprietà del vostro capo. Non è più tempo di minuetti e di gentilezze. Questo governo dominato da un monopolista del settore dei media si appresta ora a mettere il bavaglio alle trasmissioni scomode e a tirare una coltellata alle spalle di centinaia di aziende editoriali.
 
Quest’ultimo aspetto non è meno grave del primo. Di che si tratta? Nei mesi scorsi il ministro Tremonti aveva eliminato con un colpo di mano nella legge finanziaria il cosiddetto diritto soggettivo, cioè quello che dava a ogni testata la certezza di poter contare su una certa quantità di risorse. Tale finanziamento, non sempre erogato con la massima trasparenza, aveva la finalità di aiutare tutti quei giornali che rappresentano posizioni altrimenti destinate a essere cancellate da un mercato chiuso, devastato dai conflitti di interesse e non disponibile a investire su giornali - come questo - che poi conducono battaglie contro la speculazione edilizia, la cementificazione selvaggia, la costruzione delle centrali nucleari, per fare solo qualche esempio. Quasi tutti gli editori e non pochi investitori hanno invece corposi interessi proprio in questi settori.
 
Non a caso il finanziamento pubblico nacque anche per dare sostanza all’articolo 21 della Costituzione. Non si trattava e non si tratta di un’elemosina o di una benevola elargizione. L’abrogazione del diritto soggettivo consegnerà nelle mani dei governi un vero e proprio diritto di vita e di morte nei confronti dei giornali e in particolare di quelli delle opposizioni. Gli altri, infatti, nel peggiore dei casi potranno battere cassa dal signore e padrone del governo e della pubblicità. Contro la decisione di Tremonti si era scagliato il Parlamento, aggirato con il voto di fiducia: decine di ordini del giorno, votati all’unanimità, avevano reclamato il ripristino della norma e il rifinanziamento della legge. Il governo aveva finto di accettare, rinviando ogni impegno alla legge “milleproroghe”.
 
Dopo un lungo tira e molla la beffa si è ripetuta e ora si finge che qualcosa di nuovo potrebbe accadere quando la legge arriverà alla Camera. Peccato che quasi sicuramente sarà posta la fiducia, ammazzando così qualsiasi possibilità di emendamento. Rischiano la vita un centinaio di testate e sono in gioco quasi 4.000 posti di lavoro.

 

Il governo invoca comprensione e indulgenza. Non c’è motivo alcuno per accordargliele, non le meritano, non sono credibili. Appena qualche settimana fa questo governo, attraverso un parere e saltando l’aula parlamentare e il normale percorso legislativo, ha fatto approvare una riforma dei media che ha trasferito milioni di euro, sotto forma di pubblicità, nelle tasche dei soliti noti, anzi del solito noto. Per quale ragione non possono fare lo stesso con le aziende degli altri? Perché non manifestano analogo affetto e analoga sollecitudine? Si facciano spiegare dal viceministro Romani come si fa a trovare una corsia preferenziale per portare alla approvazione un provvedimento d’urgenza, usino la clausola Mediaset, quella che fa riempire le aule, fa correre le norme, e rende pingui i bilanci.
 
Questa coltellata potrebbe essere mortale per tante testate di cooperative, movimenti, associazioni, partiti. Un vero e proprio bavaglio costruito con la stessa stoffa con la quale la maggioranza della Vigilanza ha votato un regolamento che sostanzialmente sopprime numerose trasmissioni negli ultimi 30 giorni. Nessun bavaglio, nessun bavaglio si sono affrettati a strillare i protagonisti dell’imboscata. A smentirli tutti è puntualmente arrivato il vecchio Berlusconi che ha plaudito alla bella pensata perché finalmente ha dato una lezione a tutte quelle trasmissioni, escluso l’amico Vespa, che a lui non sono mai piaciute. Per adesso lo stop durerà un mese, poi forse per l’eternità.
 
Persino la mite Autorità di garanzia delle comunicazioni si è vista costretta a scrivere una lettera alla Commissione di Vigilanza per ricordare che questo regolamento rischia di entrare in contraddizione con la legge istitutiva della par condicio e anche con una recente sentenza della Corte costituzionale che dando il via libera alla legge aveva precisato che, tuttavia, nessuna norma può mai ledere il diritto di cronaca, il libero esercizio della professione giornalistica e l’autonomia dei direttori. Non contenti hanno persino approvato una norma, a larga e trasversale maggioranza, per ridurre gli spazi già ridicoli riservati nelle tribune alle forze politiche, tra questi i Verdi, che non hanno rappresentanza nell’attuale Parlamento. Contro questo abuso sta giustamente protestando da giorni Angelo Bonelli davanti alla sede Rai di viale Mazzini.
 
Che altro dobbiamo aspettare per ribellarci ai bavagli? Se sarà necessario bisognerà salire sui tetti delle redazioni, promuovere le puntate cancellate sulle piazze italiane, portare la protesta a Sanremo, ritrovarci con il Popolo Viola il prossimo 27 febbraio, riunire tutte le opposizioni per dare un seguito a quella grande giornata del 3 ottobre scorso quando decine di migliaia di persone si ritrovarono a piazza del Popolo a Roma per difendere i valori racchiusi nell’articolo 21 della Costituzione. Non perdiamo tempo, mettiamo insieme chiunque non intenda rassegnarsi a vivere in una società chiusa, maleodorante, dominata da un pensiero unico che odia ogni forma di differenza e di diversità. Facciamolo prima che il bavaglio cada non solo sulle redazioni, ma anche che sia stretto sugli occhi,sulle orecchie, sulle bocche di milioni di cittadine e di cittadini. 

 

 

Commenti

libertà e saturazione

siamo stufi ma tanto stufi delle sempreterne figure degli oligarchi che imperversano in quasi tutti i programmi televisivi. Se non li vedremo per un pochino in alcuni programmi sarà meglio per la nostra igiene mentale.

In quanto alla libertà di stampa questa non è libera sè è TUTTA finanziata dallo Stato., Anche Radio radicale. Tutti al servizio dei potenti. La sinistra ha la responsabilità di avere concreato assieme alla destra l'azienda televisiva più costosa e più spendacciona del mondo.

Queste battaglie per la libertà di informazione sono finte battaglie per tenere in piedi la propria porzione di potere.

Non c'è un solo giornalista assunto dalla Rai che non sia stato passato con il manuale Cencelli ed in quota a questo o quel politico.

Vergogniamoci tutti di questo stato di cose. Meglio non avere nessuna stampa e nessuna tv che questa stampa e questa tv.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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