Saharawi, la dura vita di un popolo che non ha più diritti

Bruno Picozzi
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AFRICA. Dopo lo sciopero della fame dell’attivista Aminatou Haidar, nella terra contesa tra indipendentisti e autorità del Marocco è scoppiato lo scandalo degli aiuti alimentari ai profughi. Secondo Rabat i ribelli li rivendono per comprare armi.

I 32 giorni di sciopero della fame dell’attivista saharawi Aminatou Haidar hanno riportato sotto i riflettori la questione del Sahara Occidentale. Quasi a orologeria è scoppiato in Marocco lo scandalo, tale o presunto, degli aiuti alimentari ai profughi saharawi che, elargiti in quantità da agenzie e Ong internazionali, verrebbero rivenduti sul mercato nero dai ribelli indipendentisti del Frente Polisario, per finanziare l’acquisto di armi e per mantenere i profughi in uno stato di bisogno utile a fare pressioni sulla comunità internazionale.
 
Il condizionale è d’obbligo perché l’argomento appare regolarmente sui media marocchini senza che vi sia evidente riscontro sulla stampa indipendente, né nei documenti approvati dalle agenzie delle Nazioni unite. Certo, sul piano mediatico, le armi del Polisario sono molto più appuntite di quelle di Rabat. Abbondano ad esempio i siti indipendenti che valutano la questione dal punto di vista dei saharawi, mentre le ragioni del Marocco sono confinate nelle analisi geopolitiche dei giornali specializzati.
 
Tutt’al più, ad affrontare l’argomento su un qualsiasi forum in maniera non completamente conforme all’ufficialità del regno, si rischia di essere infamati da qualche attivista marocchino di passaggio. Del resto la disputa sul Sahara Occidentale è sempre più un confronto di opinioni non verificabili. Il popolo saharawi lotta per l’indipendenza contro la repressione del governo marocchino o semplicemente non esiste un popolo saharawi ma solo una minoranza di sudditi marocchini ribelli? Chi rappresenta politicamente i saharawi, il Frente Polisario indipendentista o l’organo collaborazionista Corcas (Consiglio reale consultivo per gli affari del Sahara)?
 
Quanti sono i profughi saharawi nei campi algerini di Tindouf, oltre 165mila come indicato dal Polisario o meno di 50mila come sostiene il governo di Rabat? Quanti che siano, furono forzati a scappare in Algeria nel 1975 dai bombardamenti delle forze franco-marocchine o furono rastrellati dai ribelli e costretti con la forza ad attraversare il confine e stanziarsi in pieno deserto? Quel che è certo è che in Marocco il Sahara Occidentale non esiste, esistono le “province meridionali” e un’Iniziativa di autonomia lanciata nel 2007 e giudicata «seria e credibile» dalla risoluzione 1754 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
 
Nel linguaggio politico interno, l’Iniziativa viene indicata col termine “regionalizzazione” ed è sostenuta internazionalmente dai maggiori alleati e partner commerciali del regno: Usa, Francia e Spagna. Il Polisario, sostenuto maggiormente da Algeria e Libia, reclama invece l’applicazione delle risoluzioni Onu 2983/72 e 3162/73 che, seguite da innumerevoli altre, affermano il diritto del popolo saharawi alla decolonizzazione e all’autodeterminazione. «Non importa il suo colore, la sua religione o la sua lingua. Un colonizzatore resta un colonizzatore», ha detto di recente il presidente del Parlamento algerino Ziari in visita a Tindouf. Il Marocco, nel 1965 membro fondatore dell’Unione africana, se ne separò nel 1984 in seguito all’ammissione della Sadr, Repubblica democratica araba saharawi, entità politica in esilio riconosciuta da 43 governi membri dell’Onu.
 
Al contrario, la Lega araba e 25 membri dell’Onu riconoscono esplicitamente l’integrità territoriale del Marocco, province meridionali comprese. Terre coltivabili, miniere di fosfati, mare pescoso e ogni ricchezza possibile sono nel territorio controllato dall’esercito marocchino. Quel che rimane al Polisario, il 20 per cento del totale, è solo deserto chiuso da un muro di sabbia e mine antiuomo lungo 2700 chilometri, il famigerato Berm. L’Onu, in quanto massima autorità internazionale, mantiene in loco dal 1991 una costosa missione internazionale col compito di organizzare un referendum di autodeterminazione. I requisiti soggettivi per il diritto di voto e la possibilità di inserire l’indipendenza tra le opzioni di voto sono i punti del tira e molla che va avanti dal cessate-il-fuoco del 1991.
 
Quattro round di colloqui di pace tenutisi negli ultimi due anni a Manhasset, vicino New York, non hanno dato risultati. Il nuovo inviato personale del Segretario generale Onu, lo statunitense Christopher Ross, sta cercando di organizzare un secondo incontro informale tra le parti dopo quello tenutosi in Austria lo scorso agosto. Ma Marocco e Polisario continuano a rimpallarsi le responsabilità sull’impossibilità di giungere a una soluzione negoziata mentre tra i rifugiati di Tindouf, secondo il Programma alimentare mondiale, si diffondono anemia e malnutrizione, nonostante le 125mila razioni alimentari distribuite regolarmente. E tra le parti continua l’inutile, controproducente guerra delle parole.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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