Silvio, l’amico di tutti
DIPLOMAZIA. Berlusconi riparte da Israele dopo aver attaccato l’Iran davanti alla Knesset e giustificato la guerra a Gaza come atto di difesa. Ma poi in Cisgiordania afferma: «Giusto piangere le vittime palestinesi come le vittime della Shoah».
Un vecchio detto arabo avverte che quando si urla, più si alza la voce e meno si viene ascoltati. Dev’essere il caso del nostro premier, perché salvo un paio di articoli sulle testate israeliane, la stampa mediorientale ha largamente ignorato l’afflato intransigente di Berlusconi a Tel Aviv. Poco importa se si è presentato con sette ministri di rango, poco importa se non ha smesso di rilasciare dichiarazioni per tre giorni di fila, scavalcando in veemenza gli stessi ospiti del governo israeliano, i falchi Netanyahu e Lieberman.
Berlusconi, semplicemente, non ha fatto notizia. Se non, inutile a dirsi, nei discorsi al bar. Eppure ha fatto del suo meglio - o del suo peggio - giungendo persino ad attaccare frontalmente l’Onu. È successo ieri durante un discorso alla Knesset, ultima tappa israeliana, prima di presentarsi dal presidente palestinese Abu Mazen a Betlemme, stavolta in veste di amico del popolo palestinese. Pochi minuti prima di giungere a Betlemme, davanti al Parlamento israeliano Silvio ha santificato l’operazione “Piombo Fuso” contro la Striscia di Gaza, definendo una «giusta reazione» le tre settimane di bombardamenti che hanno ucciso 1.400 palestinesi (e 13 israeliani, per una proporzione che si aggira intorno all’uno a cento).
Una guerra sporca, quella di Piombo fuso, che non è piaciuta a tutti gli israeliani ma certamente incontra il pieno favore di Silvio, che ha persino promesso di convincere i suoi amici della comunità internazionale (non molti, si direbbe, visti i suoi numerosi incidenti diplomatici e qualche guaio legale oltre frontiera), ad appoggiare Israele. E già che c’era il premier si è scagliato anche contro il rapporto Goldstone stilato dalle Nazioni unite sia contro Hamas che contro l’esercito israeliano. E l’ha fatto proprio dopo che gli stessi ufficiali israeliani hanno recentemente ammesso che è stato un errore non collaborare con l’Onu nelle indagini.
Non sono mancate poi alcune uscite istrioniche, durante il discorso alla Knesset di ieri mattina. Perché se a casa Berlusconi ha i suoi problemi con la Resistenza e coi derivati della Resistenza, prima fra tutte la nostra sovietica, bolscevica - come dice lui - Costituzione, a Tel Aviv Silvio il “partigiano” ha parlato della vergogna delle leggi razziali del 1938, e degli eroi civili che «trovarono la forza di liberarsi da quell’infamia attraverso la lotta di liberazione dal fascismo». E poi una serie di virate “orientaliste”, per non dire quasi razziste, come «ebrei, grazie di esistere», che ricordano l’infelice battuta sull’Obama «bello e abbronzato». Comunque niente in confronto alle dichiarazioni rilasciate nel pomeriggio in Cisgiordania, dove di fronte a un giornalista che gli chiedeva un’impressione sul muro di cemento voluto dagli israeliani che intrappola i palestinesi in un territorio puntellato di colonie, Silvio ha candidamente ammesso: «quale muro? Mi dispiace deluderla, ma non me ne sono accorto».
Resta da chiedersi che cosa cerchi, Berlusconi, con la sua visita israeliana. Nuovi accordi economici? Qualche collaborazione sul fronte della compravendita di armi? Staccare qualche contratto a favore della sua Difesa spa. Piazzare la nave portaerei “Cavour”, recentemente in mostra (e forse in vendita) a Haiti? Quale che fosse lo scopo della sua parata in pompa magna, l’augurio è che davvero ne sia valsa la pena. Perché oltre ad aver esposto l’Italia, e gli italiani, alle conseguenze delle sue affermazioni che di fatto spostano almeno momentaneamente l’assetto diplomatico del nostro Paese. Dopo aver insultato l’autorevolezza dell’Onu e della commissione Goldstone, dopo aver fatto del suo peggio per sbilanciare i difficili equilibri del dialogo forzato fra israeliani e palestinesi, dopo aver vanificato il lavoro degli Usa e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica per una risoluzione diplomatica della questione del nucleare iraniano, ora tornato in Italia Silvio deve trovare una spiegazione anche per gli industriali italiani.
Trascinato dagli eventi, Berlusconi si è lasciato scappare ogni sorta di promesse riguardo all’Iran, importante partner economico per l’Italia. Israele ha fatto capire di volere la sospensione di ogni collaborazione fra il gigante gaziero e le aziende tricolore. Senza nulla offrire, in cambio, se non la semplice gratitudine morale. Un incentivo più che sufficiente per Berlusconi, a quanto pare, che ha subito garantito di non voler avere nulla a che fare con l’Iran, ne lui né - attenzione - l’Eni. La stessa Eni che si è appena aggiudicata i primi contratti in Iraq, in zone controllate con l’aiuto iraniano. La stessa Eni che porta avanti, col profilo più basso possibile, una serie di contratti in Iran, in attesa delle grosse commissioni in arrivo da South Pars, giacimento gaziero offshore che a lavori terminati risulterà essere il più grande del mondo.
La stessa Eni che sicuramente guarda con interesse ai progetti di oleodotto fra Iran e Cina. E dopo l’Eni segue la Edison, e dopo la Edison le varie industrie di alta tecnologia aerospaziale, e dopo quelle le piccole imprese. Noccioline, per Silvio Berlusconi, al confronto di un caldo abbraccio di “Bibi” Netaniahu. Sarà. Forse la kippah gli ha dato alla testa.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







