Tv, soldi e doppie morali: le disavventure di Morgan

Nicola Mirenzi
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MUSICA. Qualche ingenua dichiarazione sul suo rapporto con la cocaina fa cadere un bravissimo e trasgressivo musicista nella tela dell’ingranaggio televisivo e del Festival di Sanremo che lui stesso aveva sfidato. E così l’ex cantante, bassista e tastierista dei Bluvertigo da essere sabotatore dei meccanismi televisivi diventa carne macellata nell’auditel di “Porta a Porta”. È la fine del mito che lui stesso aveva alimentato: l’idea che sia possibile far penetrare l’artigianato musicale di raffinata fattura nei canali consueti dello show business più rapace.

Partiamo dal concetto che l’esclusione da San Remo è una cosetta piccina piccina di cui, volendo, ci si potrebbe anche rallegrare. E di cui probabilmente si fregerebbero, sfoggiandola come un trofeo, artisti a vario titolo passati alla semidivinità come Jim Morrison, Sid Vicious, Janis Joplin e compagnia bella (sempre che dalle parti loro uno sceneggiato musicale tal fatto sia immaginabile). Chiarito questo, è evidente che il caso di Morgan - artista proibito agli occhi e alle orecchie del telepopolo dell’Ariston per un’intervista in cui dice di fumare regolarmente crack come rimedio alla depressione - non può essere trattato con le categorie classiche del rock ‘n roll, i cui fedeli compagni, si sa, sono appunto l’ebbrezza della droga e l’abbondanza del sesso, con buona pace del sottosegretario Carlo Giovanardi. Ve l’immaginate voi la faccia di Keith Richards, sciamanico chitarrista della combriccola Rolling Stones, di fronte alla notizia che, mettiamo, il direttore della Bbc decide di proibire la sua esibizione per quell’intervista in cui, papale papale, racconta di aver sniffato cocaina tagliata con le ceneri di suo padre? Lasciamo perdere.
 
Se Morgan invece si mostra «traumatizzato» dal chiacchiericcio intorno alla vicenda; si sente di dover rivelare il suo intimo e inviolabile impegno a cu appariziorarsi seriamente; e addirittura sale fino alla più alta sede catodicoistituzionale - Porta a Porta - per spiegare cosa volesse veramente dire con quella intervista «carpita»: allora è chiaro, la maledizione sacra e feconda degli altissimi apostoli della musica e della poesia non c’entra niente. Qui si tratta, materia di psicanalisi a parte, della fine di un mito che Marco Castoldi, in arte Morgan, ha alimentato e gonfiato fino al punto di farselo esplodere in faccia: cioè l’idea che sia possibile far penetrare l’artigianato musicale di raffinata fattura nei canali consueti dello show business più rapace, al fianco di maestri del nulla intrattenuto come Simona Ventura, giudice insieme a lui e Mara Maionchi di una delle trasmissioni più pompate e sopravalutate mai messe in onda: X-Factor, Rai due. Prima di rimanere intrappolato nei tentacoli profumati dai soldi facili e nutriti della tv di Stato, Morgan è stato (e rimane) un artista autentico e dignitoso. Un musicista con pochi eguali.
 
Capace di suonare chitarra, basso, pianoforte come si trattasse di dare fiato alla gola. Conoscitore profondo e innamorato pienamente delle sfumature molteplici della musica italiana, dal vivo sorprende sempre. Esegue cover bellissime e del tutto originali di De Andrè, Battiato, Modugno, Endrigo. Mostrando di aver masticato il pane buono dei padri e di saperne fare tesoro. La sua musica, quella scritta quand’era cantan cute, bassista e tastierista dei Bluvertigo, nonché quella composta da solista, è un insieme disordinato e scapestrato di perle più o meno indimenticabili, ma tutta piena di sudore ispirazione e talento tali da elevarla al rango di canzone d’autore. Ma se chiedete a una ragazzina qualsiasi, oppure a uno dei tanti aristocratici salottieri che lo seguivano su Rai due (Walter Siti scrisse su La Stampa un articolo per raccontare come questi ultimi, soprattutto di sinistra, godessero della leggerezza e spassosità del programma, provandone, da buoni borghesi, anche un po’ di vergogna) se domandate a costoro, dicevamo, chi sia Morgan, vi risponderanno: «Ma chi, quello di X-Factor?».
 
Si può facilmente dimostrare che ciò che quest’uomo ha prodotto in qualità di cantante e musicista è totalmente derubricato all’insignificanza. Ciò che vale davvero, in questo supposto spettacolo del talento, sono le sue pettinature sottratte alla forza di gravità, il suo abbigliamento effettivamente superiore al modo in cui i maschi televisivi italiani generalmente ricoprono il proprio corpo, a un gusto sottile ed educato per la musica pop(olare) mondiale. Tutte cose che volano un palmo sopra la normalità televisiva, certo, ma non toccano e non mutano nemmeno di un millimetro l’impermeabilità della televisione italiana alla magia e allo stupore a cui la musica avvicina. La tv concede all’arte solo apparizioni brevi e minute. Per restare a San Remo, si può fare l’esempio dell’esibizione che Bono Vox e The Edge regalarono nel 2000, suonando nel teatro tutto acchittato due canzoni che fecero accapponare la pelle anche alle orecchie più mute. E con le quali mostrarono dove si può arrivare con una chitarra e una voce soltanto, mentre tutti lì si esibiscono a suon di orchestre e maestri impettiti, col risultato di grandi sbadigli.
 
Ecco, l’errore genetico di Morgan, sniffate comprese, non è quello di non sapere. Anzi, nel suo libro intervista, In pArte Morgan (Eleuthera), si legge: «La tv di oggi è un media che addirittura odia la musica, la disprezza perché pensa che la musica faccia affondare gli ascolti». Il suo sbaglio, se così si può dire, è quello di aver creduto ingenuamente nella possibilità di cambiare tutta la baracca con la sola forza delle sue capacità. Di avere pensato possibile l’obiettivo di allargare quegli squarci di verità che le apparizio ni ogni tanto regalano fino alla lunghezza di una messa in onda completa. Il tutto da realizzarsi, si badi, grazie alla sola forza della sua personalità eccentrica, istruita, magnetica. Eppure sappiamo, oramai, che si può partire citando Nietzsche, Goethe, Calvino, Carmelo Bene e finire seduti sui divani più evanescenti e fasulli di tutto il panorama mediatico a discettare intorno alla proposta dell’onorevole Alessandra Mussolini: test antidroga per tutti! È come un ragno sprovveduto, Morgan.
 
Ha filato la sua tela sicuro di costruire una passaggio a ciò che gli è più caro - la musica - e invece c’è finito dentro, intrappolato come un insetto. La sua esecuzione sulle poltrone di padre Vespa Bruno, a colpi di confessioni e Ave Maria di penitenza, è la rivelazione del fallimento completo della sua intenzione: da sabotatore del sistema, a carne macellata nell’auditel di Porta a Porta. Non esattamente la presa della Bastiglia. E non è che sia nuovo, Morgan, a volontarismi dannunziani che portano alla fin fine da nessuna parte. Con il critico d’arte Vittorio Sgarbi entrò addirittura in politica, dando alle stampe prima un manifesto, poi aderendo al fantomatico Partito della Bellezza. Alle elezioni, ovviamente, presero sì e no i voti dei parenti e di qualche amico che proprio doveva. E sebbene lui si definisca anarchico, e infatti ha il simbolo dell’anarchia tatuato sul braccio, nelle trasmissioni a cui veniva invitato per spiegare cosa fosse quest’ideale politico del bello si presentava con la spilla di Lenin sul bavero.
 
Cosa c’entri l’A cerchiata con l’organizzazione del proletariato è un mistero ancora insondabile. Ma questo la dice lunga sugli abbagli che si possono rimediare con tutta la buona volontà. L’ultima cantonata Morgan l’ha presa proprio nell’intervista incriminata. A un certo punto, forse per dare un che di grandezza a una delle pratiche più frequentate e conformiste d’inizio millennio, dice che Freud prescriveva la cocaina ai suoi clienti, e che fa bene. Peccato che Freud in quell’occasione commise un errore madornale di cui più tardi, peraltro, si rese ampiamente conto, ravvedendosi del tutto. Ora a Morgan qualcuno dice che è giusto dare una seconda possibilità. Il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, pur molto impegnato negli affari della sua bocciofila, ha trovato il tempo per un ammonimento: «Non possiamo massacrarlo».
 
Invece Ignazio La Russa, ministro della Difesa, è stato durissimo, come al solito, per non rischiare di dare cattivi esempi ai gggiovani. Il direttore generale Rai, Mauro Masi, tuttavia, ha aperto uno spiraglio al perdono, sempre che ci sia «un ravvedimento vero». E chissà. Comunque sul palco dell’Ariston Morgan salì già un po’ di tempo fa con tutti i Bluvertigo. Ironia della sorte allora presentarono in gara una canzone che aveva nel titolo una delle droghe più misteriose e celebrate, L’assenzio. Arrivarono ultimi, senza troppo bordello. Poi la band si sciolse e si riunì per aprire il concerto di David Bowie. Tutta questa caciara, adesso, è per condividere il palco nientemeno che con Emanuele Filiberto. E vedi mai che a San Remo si stiano preoccupando del fatto che Marco Castoldi, in arte Morgan, ogni tanto va in giro con la maglietta dell’anarchico Gaetano Bresci?

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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