Un lifting urbanistico a partire dai beni confiscati

Pietro Nardiello
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BUONA POLITICA. E’ la proposta per alcuni territori del casertano contenuta nella Mostra “Simulazioni Urbane” ospitata a Santa Maria Capua a Vetere. A realizzarla sono stati nove laureandi in architettura che sono partiti dal riutilizzo di ciò che è stato sottratto alla criminalità organizzata. A colloquio con l’architetto Massimiliano Rendina, tra i curatori dell’esposizione.

Pensare a un intervento di lifting urbanistico in un territorio come quello della provincia di Caserta, un luogo devastato dove si colloca l’abuso edilizio più grande d’Europa (il Villaggio Coppola) e un disordine urbano che unisce senza interruzioni l’agro aversano all’area nord di Napoli, rappresenta un’operazione di coraggio se l’obiettivo è quello di dare spazio esclusivamente all’architettura eludendo le grinfie e le logiche delle lobby del mattone. Più che una semplice proposta appare dunque la Mostra “Simulazioni Urbane” esposta a Santa Maria Capua Vetere, un lavoro realizzato da nove laureandi della facoltà di Architettura della Seconda università degli Studi di Napoli, sede di Aversa, che hanno dedicato le proprie tesi alla perequazione di piccole fette di territorio partendo da un bene confiscato alla criminalità organizzata, riqualificando di conseguenza il tessuto urbano circostante. Si tratta del primo esperimento del genere realizzato in Italia.
 
L’idea è partita nell’aprile del 2008 con la firma dell’accordo di collaborazione per il riutilizzo sociale dei beni confiscati voluto da Valerio Taglione, coordinatore di Libera e del Comitato don Peppe Diana, e da Concetta Lenza, in quel momento preside di Facoltà. A sostenere l’intero iter è stato tra gli altri Mauro Baldascino, coordinatore dell’Osservatorio provinciale sull’uso dei beni confiscati. «Abbiamo pensato a perequare ci dice l’architetto Massimiliano Rendina, curatore della Mostra insieme alla professoressa Daniela Iacazzi - soprattutto per allargare l’ambito di intervento partendo da un bene confiscato che diventa un pretesto per intervenire nel tessuto urbano. Si tratta di sette progetti, altri due sono in elaborazione, che possono rappresentare dei consigli di facile realizzazione per le rispettive cittadinanze ».
 
I suoi studenti si sono rifatti a qualche corrente di pensiero in particolare?
Si tratta di architettura contemporanea, ma non siamo né contestualisti né storicistici. Il riferimento fondamentale è al movimento moderno. Gli architetti della contemporaneità sono una sponda alla quale ci appoggiamo. Non ne preferisco qualcuno in particolare. Certo, personaggi come Le Courbousier, Alvar Aalto o MiesVan der Rohe sono da considerare quanto di meglio ci possa essere stato tra gli architetti ma continua a essere il grande passaggio dall’Ottocento al Novecento il rife per gli architetti che insegnano nelle nostre facoltà.
 
Anche due centri dove siete intervenuti, S. Maria Capua a Vetere e Capua, in sintesi la vecchia e la nuova Capua, conservano un patrimonio artistico fantastico. Lei pensa che l’architettura moderna possa interagire con il “vecchio”?
L’architetto deve cambiare il tessuto sociale con il suo intervento. L’architettura deve rappresentare una disciplina educativa per chi la fruisce. Vivere in quelle villette di periferia costruite con metodi speculativi, oppure dipendere da speculatori o da cattiva edilizia di città fatta assecondando cordate di imprenditori, è diventato il mal costume corrente delle nostre città, soprattutto di quelle meridionali. Nel caso specifico abbiamo il progetto di Daniela Argenziano, che ha ricevuto il premio Camerale valutato dai presidi di tutte le facoltà della Seconda università di Napoli, che si colloca con il suo intervento di fronte al duomo di Capua con un’architettura trasparente e moderna ma, allo stesso tempo, rispettosa dei luoghi. In pratica, dobbiamo incominciare a osare gli abbinamenti. Quello della contemporaneità rappresenta un lessico molto difficile. Osserviamo nelle periferie di questo territorio il tentativo mal riuscito di costruzioni con architetture contemporanee che invece possono essere inserite senza una violenta affermazione di principio ma con un pacato tentativo di introdurre una molecola di intelligenza compositiva all’interno di questo panorama spezzettato.
 
Come la mettiamo però con l’enorme disordine urbanistico?
L’architettura dei luoghi pubblici e quella per la residenza andrebbero abbinate e migliorate. Due anni fa alla Biennale si è discusso di Housing sociale, cioè di casa sociale che non dovrebbe avere una propria autonomia rispetto alle logiche di sviluppo sociale ma che dovrebbe essere vivibile, ecosostenibile e gradevole alla vista anche dall’esterno. Stesso discorso per le grandi architetture che spesso possono cambiare il senso di un luogo. Realizzare un’Accademia d’arte e spettacolo di fronte all’insula del Duomo di Capua significa immettere un germe positivo e consentire che la città, gra zie a questo perno, acquisti nuove energie.
 
Un po’ di anni fa si era parlato di Città Continua casertana. Si è trattato di utopia?
I progetti portati a termine dai miei studenti rappresentano la dimensione che fanno sistema mettendoli insieme. L’idea di Città Continua rappresentava una sequenza di città che tentavano di diventare una cosa sola. Se si realizzano delle opere importanti in città diverse e si cerca di rafforzarle, inserendole in un sistema urbanistico supportate però da una metropolitana leggera, si consente alle città di diventare una vera e propria casa del pubblico. La Città Continua casertana rappresentava inoltre un’idea positiva di sviluppo legata all’idea di Università.
 
Quest’idea della perequazione è da rilanciare?
Basta individuare le aree e intraprendere una collaborazione con le amministrazioni locali, le associazioni, i professionisti, i privati e intavolare una mini conferenza dei servizi grazie alla quale si possono costruire interventi nodali per il territorio, anche se risulta utopico pensare che l’architettura con singoli interventi così piccoli possa ricompattare il disastro perpetrato.
 
Avete pensato a un utilizzo particolare di materiali?
Utilizziamo tutti i materiali locali, dall’intonaco alla pietra. Nulla di stravagante perché crediamo nell’architettura che schiettamente dichiara l’appartenenza a un determinato periodo storico.
 
E il Piano casa?
Potrebbe essere molto utile ma bisognerà guardare alla qualità degli edifici che si costruiranno, queste volumetrie aggiuntive devono essere posizionate in maniera saggia e strategica.
 
Non si rischia, soprattutto in questi territori, di assistere a una nuova speculazione consentita dalla legge?
Per evitare che il tessuto edilizio subisca nuovi e ancora più gravi stravolgimenti è fondamentale che il Piano casa non diventi l’occasione per un semplice, quanto inutile e pericoloso, aumento di volumetrie che soddisfano solo i bisogni delle imprese Anche l’Ordine degli Architetti può contribuire alla salvaguardia di tutto questo semplicemente consentendo che le specificità professionali siano messe in evidenza. In questo modo, gli architetti potranno finalmente assumersi la responsabilità di pensare alle trasformazioni delle città.

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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