Visite Basij a Teheran

Annalena Di Giovanni
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DIPLOMAZIA. Pochi esagitati assaltano l’ambasciata italiana in Iran. Dopo il discorso di Berlusconi al Parlamento israeliano il nostro Paese è finito nella lista dei “cattivi”. Sale la tensione tra i governi occidentali e Ahmadinejad.

Una pietra contro l’ambasciata, l’assalto bloccato dalla stessa polizia iraniana, e le rimostranze italiane; questo l’epilogo del tentato assalto, ieri, della nostra rappresentanza diplomatica a Teheran da parte di una squadra di volontari del Basij. Secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri Frattini in Senato, un gruppo di alcune decine di paramilitari avrebbe circondato l’edificio - prossimo peraltro alla residenza della Guida Suprema Ali Khamenei - gridando “Morte a Berlusconi”, mentre episodi analoghi si svolgevano di fronte all’ambasciata francese e quella olandese.
 
Lo stesso Frattini avrebbe poi formalmente ordinato al nostro ambasciatore a Teheran, Bradanini, di non presentarsi al trentunesimo anniversario della Rivoluzione islamica previsto per domani, in segno di protesta formale. È presto per azzardare un’ipotesi sull’assalto. I Basij sono di fatto gli “scout” della Guida suprema.
 

Entrano nelle associazioni di volontariato non necessariamente per diventare paramilitari. Le stesse file dei riformatori, ad esempio, contano diversi pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione sono l’elite militare del Basij), spesso molto più interessati agli incentivi economici che la lobby del Basij offre - ovvero il controllo di diverse banche e il monopolio sugli appalti quando si tratta di estrarre gas naturale nel sud del Paese -. Quella del Basij è, insomma, uno strano incrocio fra una massoneria dei poveri ed un’Azione Cattolica in salsa islamica che, oltre a pattugliare strade, costumi e vicinato può all’occorrenza trasformarsi in squadrismo vero e proprio. Ma non necessariamente.
 
Nelle università governative, ad esempio, una buona metà della quota d’accesso è riservata al Basij e iscriversi fra i volontari della rivoluzione può aiutare ad aggirare il numero chiuso. Oltre a garantire una serie di entrature. Gli assalti di ieri potrebbero dunque essere semplicemente la bravata di qualche decina di fanatici filogovernativi, magari incoraggiati dal governo che appunto, con la rielezione di Ahmadinejad, si è popolato di esponenti dal passato nel Basij quando non affiliati dell’elite dei volontari, i pasdaran. 
 

Una bravata da zeloti col testosterone alto, vista la tensione di questi giorni e la coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione e le marce pianificate dalla Rivoluzione Verde contro Ahmadinejad per i giorni prossimi. Ma potrebbe anche esserci una pianificazione più alta: le scaramucce per tentare l’assalto contro le ambasciate, gravissime ma piuttosto disorganizzate, potrebbero essere i famosi episodi che “avrebbero stupito l’occidente” cui si riferiva Ahmadinejad nei giorni scorsi. D’altra parte di assalti alle ambasciate a Teheran ve ne sono di continuo, l’ambasciata danese ne sa qualcosa, e il fatto che stavolta sia toccato anche a quella italiana potrebbe essere un sintomo della nuova congiuntura diplomatica.
 
Per anni la nostra rappresentanza a Teheran aveva mantenuto un profilo estremamente basso, sorvolando le tensioni internazionali per concentrarsi invece sulla convergenza di interessi economici, viste le cospicue partnership fra aziende italiane e iraniane. Un’epoca formalmente chiusasi settimana scorsa, con la visita di Berlusconi in Israele, e la promessa a Tel Aviv da parte del premier di tagliare sugli affari con la Repubblica islamica. Da ieri, quindi, l’Italia è apparentemente nella lista dei nemici.
 
E quale che sia l’origine delle ronde di ieri contro le ambasciate italiana, olandese e francese è chiaro che il momento non poteva essere più sbagliato. La tensione internazionale contro l’Iran è altissima da qualche giorno. Gli allarmi sono cominciati con il transito della quinta flotta americana nel Golfo persico e il contemporaneo schieramento di truppe israeliane contro il Libano del sud e la Siria, territori considerati “amici” dell’Iran, mentre gli Usa respingevano la nuova proposta della Repubblica islamica di far arricchire il proprio uranio all’estero, sotto controllo internazionale, per garantire lo scopo civile del programma nucleare iraniano.
 
Lunedì Teheran aveva risposto con un ultimatum agli Usa e ieri, di fronte agli ispettori Aiea, il programma di arricchimento sarebbe dunque iniziato. Seguito subito dall’ennesimo appello contro la Repubblica islamica da parte di Israele, un paese che da trent’anni impedisce all’Aiea di ispezionare le diverse centinaia di testate nucleari accumulate. Stranamente però l’immediata condanna congiunta di Usa ed Europa contro l’Iran, trasmessa lunedì, non ha neanche sfiorato l’argomento nucleare, limitandosi alla questione della repressione del governo iraniano contro l’opposizione. L’impressione è che, dall’Iran agli Usa passando da Israele e per le capitali europee, tutti stiano gettando acqua sul fuoco per evitare la rottura diplomatica. La speranza, è che si tratti soltanto di molto rumore per nulla. 
 

 

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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