Zaia, l’atomo e la sindrome Nimby
NUCLEARE. Il candidato leghista a Roma appoggia il piano nucleare del Governo. In Veneto però dichiara il proprio dissenso.
Nuclearisti a Roma, ambientalisti a casa. Si può dire di tutto dei leghisti ma non che si facciano mettere sotto dalle contraddizioni. Luca Zaia è un Giano bifronte. La faccia del ministro nuclearista si gira immediatamente dal lato antinucleare quando assume il ruolo di candidato alla carica di Governatore veneto. A Roma ha approvato il piano atomico del governo. A Venezia, alle domande dei giornalisti, risponde che «l’atomo mi lascia perplesso. Prima che accetti una centrale nucleare nella mia regione dovrebbero dimostrarmi, dati alla mano, che non ci sono alternative in altre regioni. E comunque rimarrei in totale dissenso, considerato anche che il bilancio energetico del Veneto è in pareggio». La paura di dire una cosa e farne un’altra non fa perdere il sonno neppure ai suoi compagni di partito che siedono nei banchi di palazzo Ferro Fini, sede del consiglio regionale, che nell’ultima finanziaria hanno bocciato un emendamento dell’opposizione firmato da Verdi e comunisti, con il quale si chiedeva di prendere ufficialmente posizione contro il nucleare, così come hanno fatto altre Regioni italiane.
All’ambiguità dei Lumbard fa da sponda la determinazione del Popolo della Libertà che non ha mezze misure per dichiararsi, per bocca dell’assessore Renzo Marangon, favorevolissimo alla scelta nucleare, auspicando anzi, che il Veneto sia una delle “fortunate” regioni selezionate dal Governo. Ma quali saranno queste regioni “fortunate”? Il ministro dello Sviluppo Claudio Sajola ripete: «Le popolazioni saranno informate e parteciperanno ad ogni fase del processo » ma non dice ancora dove sorgeranno le centrali. Specifica comunque che la decisione spetta al Governo e non alle Regioni. Il che suona come un avvertimento ai governatori ribelli, alla faccia di quella parola vuota da usare solo in campagna elettorale che è altro non il federalismo. I siti papabili a nord est rimangono sempre quelli già noti: Porto Tolle nel Polesine, Chioggia e Monfalcone (Trieste).
Pragmatico l’atteggiamento dello sfidante di Zaia per il centro sinistra, Giuseppe Bortolussi: «Il nucleare è inutile. Anche realizzando tutte le centrali previste dal Governo, queste coprirebbero al massimo un 6% del fabbisogno. Col l’energia idroelettrica ed i pannelli, otterremo molto di più». Sul tema, Bortolussi si sgancia anche da molti dirigenti Democratici che sul nucleare hanno una posizione che quantomeno potremmo definire altalenante. «Per questo sarà indispensabile che i movimenti decisamente antinuclearisti ottengano un buon risultato alle prossime elezioni – ha dichiarato il verde Gianfranco Bettin -. In ambienti vicini al centro destra veneto, si ipotizza l’eventualità di localizzare una centrale tra Marghera e Chioggia oppure nel Polesine. Questa è una eventualità che dobbiamo bloccare sul nascere». Anche per questo i verdi del Veneto hanno deciso di presentarsi con una lista, Idea (Italia democratica, etica e ambientalista), e un simbolo che richiamano la prima vittoriosa battaglia contro l’energia nucleare.
Quel solo che ride color rosso e la scritta: Nucleare? No grazie. «Nel centrodestra sta prevalendo la scelta filo nucleare come logica continuità di una politica energetica che non ha mai prerso seriamente in considerazione le alternative pulite - ha concluso Bettin. - E’ una scelta arretrata, che inchioderebbe la nostra regione al peggio del passato e delle tecnologie attuali, che colpirebbe l’economia della pesca e del turismo e impedirebbe investimenti in settori compatibili con il territorio. Serve invece lo sviluppo di energie e tecnologie alternative. Non usciremo dalla crisi ricorrendo a investimenti vecchio stampo, pericolosissimi come il nucleare o nocivi come gli inceneritori, che portano poca occupazione e molti rischi, ma evolvendo in direzione radicalmente diversa, nel segno dell’innovazione, della logistica avanzata, delle nuove tecnologie, della green economy che è la vera bussola del nuovo, la nuova credibile frontiera del lavoro e dell’impresa».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







