«I miei concerti assomigliano a un libro da leggere»

Diego Carmignani
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MUSICA. A colloquio con Gianmaria Testa, il cantautore piemontese ancora in tout con il suo “Solo dal vivo”. Sul palco, voce e chitarra, tra l’Italia, l’Europa e New York. E con qualche sorpresa, come l’incontro con lo scrittore Erri De Luca che sarà presente al concerto di Roma del 16 aprile. «Ora viaggio di più: prima ero capostazione, facevo viaggiare gli altri!», racconta senza nostalgia per la paletta rossa.

 
Il tuo “Solo dal vivo” continua con numerose nuove date, che ti porteranno fino a New York. Che tipo di show stai offrendo e come ti stai ponendo al pubblico?
Sta funzionando questo strano rapporto di “uno a uno” tra chi suona e chi ascolta. È un rapporto più intenso e diretto, senza finzioni, come era nelle mie intenzioni. Spero che poi finirà: il concerto in solitudine ti svuota, non ti puoi appoggiare su niente, diventa faticoso, per quanto coinvolgente e denso di emozioni. Il concerto è qualcosa che intendo come appuntamento da onorare seriamente, che ti fa incontrare ogni volta con singole persone che escono di casa, comprano il biglietto, vengono a vederti. È una pulsione che poi diventa quotidianità.
 
Negli anni hai incontrato diverse tipologie di pubblico in diverse nazioni. Si crea un approccio “uno a uno” differente, a seconda di dove vai?
La nozione di pubblico per me è qualcosa di sconosciuto. Una volta l’amico cantautore Paco Ibáñez, un po’ un maestro per me, mi disse: «Se riesci a cantare per l’ultimo dell’ultima fila, il concerto andrà bene». Perché il pubblico in realtà è un insieme di individualità, non una massa. Le differenze ci sono, è indubbio: mi chiedo spesso perché in posti sperduti, come in Labrador, qualcuno dovrebbe venire a vedermi suonare, senza magari capire una parola di quel che dico. Allora, cerco di fare in modo che entrino nell’atmosfera della canzone. In area francofona solitamente me la sbrigo io, ma in genere, visto che c’è sempre qualcuno bilingue tra il pubblico, lo invito a sedersi accanto a me per tradurre le mie parole tra una canzone e l’altra. La mia idea è che quando qualcuno assiste a un mio concerto, ad Hannover come a L’Aia, è come se prendesse un libro per leggerlo, non per metter lo su uno scaffale. Si crea un clima di complicità che non deve essere tradito, perché la grande apertura, che mostra chi viene a sentirti, va sempre ricordata.
 
I luoghi in cui ti esibisci però possono creare differenza: una cosa è il Diavolo Rosso di Asti, un’altra il Joe’s Pub di New York.
Hai ragione. La prima volta che ho suonato all’Olympia di Parigi, ho detto al pubblico che il concerto si fa in tre: chi suona, chi ascolta e poi il luogo. Ci sono posti che effettivamente sembrano abitati da fantasmi e all’epoca questo mi faceva davvero effetto. Però è anche vero che sono le persone che fanno i luoghi: mi è capitato di suonare in posti apparentemente complicati, ma resi accessibili da chi li frequentava. Pensiamo al Diavolo Rosso, un luogo di resistenza che mi ha portato ad avere preconcetti positivi. Mentre il Joe’s Pub rimane una macchina per i concerti, dove può capitare di suonare due volte la stessa sera, cosa che io normalmente mi rifiuto di fare.
 
Un’eccezione alla solitudine di queste prossime date è la presenza dello scrittore Erri De Luca al concerto di Roma, il 16 aprile.
Erri l’ho conosciuto inizialmente come suo lettore affezionato: tra gli scrittori contemporanei, non solo italiani, è quello che più mi ha impressionato. Poi ci siamo conosciuti e per fortuna la persona corrispondeva all’autore e siamo diventati amici fraterni. Quando facciamo questi duetti, non sappiamo neanche noi dove andremo a finire. Di solito, lui arriva con qualcosa che ha voglia di leggere o cantare, e io mi ci metto attorno. Mi riesce facile: c’è un’amicizia che dura e non ha bisogno di parole o incontri frequenti.
 
Vostro tratto comune è forse una certa onestà e asciuttezza nelle rispettive arti.
Sì, ma non c’è nessun merito. Oggi, basta che qualcuno sculetti in tv ed è chiamato artista. Non è così: l’artista è merce rara. È uno che abita un presente dibattuto, prevalentemente triste e lacerante, e vede più in là di quanto possono i nostri occhi, perché vive davanti al suo tempo ed è per questo anche angosciato. Prendi Van Gogh: quando osservi i suoi girasoli, ti rendi conto che i suoi fiori sono anche i tuoi e, senza il suo tramite, non li avresti mai visti. L’artista ti fa scoprire delle cose, gli altri sono persone che comu metternicano in qualche modo alternativo alla parola parlata. Siccome è meglio fare una comunicazione sincera che falsa, se io togliessi da quel che faccio le parole “libertà” e “sincerità”, non rimarrebbe niente. Ma non ho la giustificazione di essere artista: semplicemente racconto e descrivo delle emozioni. Se non le vivessi davvero, dovrebbero spararmi. La canzone si è prostituita più di ogni altra forma di comunicazione, perché è quella che ha portato più soldi. Al contrario, proprio il suo essere popolare, richiederebbe un’attenzione massima. Non per cantare cose serie, ma perché non si raccontino delle bufale. Cosa che accade invece per il 99% della musica che viene prodotta.
 
Cosa viene subito dopo il tour?
Finito il tour, mi metterò subito a scrivere: ho già in mente qualche idea, per ora solo nebulosa. C’è in divenire un lavoro con Andrea Bajani, che sta realizzando un monologo per Beppe Battiston. Il tema sarà il lavoro e come è cambiato negli ultimi cinquant’anni, diventando uno dei veri grossi ricatti sociali permanenti. Vale per tutti, extracomunitari e non. Il precariato, teorizzato e venduto come panacea per sanare tutti i mali dell’Italia e dell’Occidente, è una bufala colossale e fonte di ricatto sociale da parte di multinazionali che aprono e chiudono a loro piacimento, senza nemmeno rispondere dei processi in cui i lavoratori muoiono, come accaduto per la Thyssen e mille altre situazioni. La carne da macello è tornata di gran moda.
 
Un tema, quello delle condizioni lavorative, che tocca anche il mondo delle ferrovie. Qual è la tua idea da ex capostazione?
Sono entrato in ferrovia nel 1982 e mi sono licenziato nel 2007, dopo venticinque anni esatti. All’inizio mi trovavo in una struttura che aveva molte pecche ed era uno dei pochi argomenti su cui Andreotti avesse ragione: «I manicomi sono pieni di gente che si crede Napoleone e vuole riformare le ferrovie», diceva. Era vero, molti posti sono stati serbatoi di voti, però, almeno quando sono entrato io (per concorso), c’era una nozione di servizio: l’ente Ferrovie dello Stato che trasportava delle persone da un luogo a un altro. Alla fine dei famigerati anni Ottanta, la parola servizio è venuta meno e i passeggeri sono diventati clienti. E quando si inizia a sentire questo termine, “cliente”, c’è sempre odore di infinocchiamento. Le Fs hanno fatto una hold ing, sono diventate Spa, nonostante l’azionista fosse sempre e soltanto lo Stato, e alcuni settori sono stati divisionalizzati. La legge è la solita, quella del divide et impera: così, una categoria molto solidale è diventata un insieme di gente in concorrenza. Si è persa la nozione di servizio ed è subentrata quella di dover “rendere”. Cosa impossibile: è come chiedere di rendere alle biblioteche. Dovrebbe esistere aree che non rispondono a logiche capitaliste. Non lo dico da veterocomunista, ma da difensore dell’umanesimo e dei beni comuni, come l’acqua. Io ho vissuto in prima persona questo decadimento. Quando sono andato a licenziarmi perché troppo impegnato con la musica, l’addetto mi disse: «Metta solo una firma, tanto i dati li conosciamo ». Insomma, le persone non contano più.
 
Un’inciviltà che poi i passeggeri riversano su controllori e macchinisti.
Il 99% dei ritardi dei treni non è dovuto ai ferrovieri, ma ai problemi strutturali e ai tagli pazzeschi che hanno fatto. Per chi opera sui treni, te l’assicuro, le proteste dei passeggeri sono solo delle permanenti rotture di scatole. L’unico loro interesse è che tutto vada bene e lavorare serenamente. Nessuno può preferire che ci sia un qualche disguido.
 
E che mi dici del mestiere del cantautore. Anche questo è un lavoraccio?
No, non è un mestiere. Ci ho messo molto a decidermi, non ero convinto di passare da un lavoro a un “non lavoro”. Ma in ferrovia i vecchi dicono sempre «se puoi andartene, vattene», perché può sempre capitarti una svista che provochi qualche disastro. È stato questo l’ago della bilancia che mi ha portato a fare il musicista. Di sicuro così faccio meno danni, almeno per come intendo io questa attività: cantare delle mie piccole verità. A cinquant’anni, mi sono detto: non corriamo altri rischi. Certo, ora viaggio di più: prima ero capostazione, facevo viaggiare gli altri!
 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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