Alla conquista del West
MUSICA. Se Le vie del rock sono infinite, come indica il titolo del suo ultimo lavoro, Edoardo Bennato tenta quelle d’Oltreoceano portando negli States il sound dell’Italia dannata.
"The italian rock and roll ikon” recita la locandina dell’imminente sbarco nella Grande Mela di Edoardo Bennato. «Perché il rock parla inglese, il suo centro di potere sono New York e Londra», sostiene il cantautore. Per questa storica occasione ha tradotto i testi di alcuni dei più importanti pezzi della sua ormai lunga carriera: Capitan Uncino e L’isola che non c’è. Per essere sicuro di far colpo ha chiesto aiuto ai suoi amici di madrelingua, perché il suo è pur sempre un linguaggio “anglo-napoletano”.
Cita addirittura Renzo Rosso, patron della Diesel, «un esempio di successo del made in Italy in un campo, quello dei jeans, dove gli americani si credevano intoccabili»: un parallelo col mondo della musica che, tuttavia, ci sembra un po’ azzardato, ma - come si suol dire - la speranza è l’ultima a morire. Certo è che Le vie del rock sono infinite, l’ultimo lavoro dell’architetto partenopeo in uscita oggi dopo un silenzio durato ben cinque anni, potrebbe avere le carte in regola per sfondare oltreoceano «anche se - confida - i rocker italiani sono considerati dall’industria discografica americana al pari dei cantanti dello Zambia o peggio del Gabon».
Dei colleghi italiani apprezza Zucchero che «se fosse nato a New Orleans o a Menphis, invece che a Reggio Emilia, avrebbe sicuramente avuto un successo globale». Parole di apprezzamento anche per Francesco De Gregori, per il recente Jovanotti, per i Velvet (con cui ha duettato in passato) e, naturalmente, per i Negrita che hanno collaborato alla riuscita di questa ultima fatica. «Il rock si riscatta se ha una valenza di provocazione nei testi» afferma più volte Bennato e, scorrendo velocemente i titoli delle canzoni contenuti nel cd, da Un aereo per l’Afghanistan a Il capo dei briganti, da Vita da pirati a C’era un re per finire con l’inno Wannamarkilibera, si capisce che l’intenzioni sono davvero serie. Nei testi affronta il tema della guerra, della monarchia, dell’Italia che brucia le bandiere e la spazzatura e perfino la vicenda della regina delle televendite.
Ma alcune di queste canzoni sono state partorite già nel lontano 2007. Non manca anche in quest’album l’omaggio a un’isola, Cuba: “Stanca di aspettare, forse abbandonata al suo destino, disperata dietro la facciata, ti offre il suo amore, prendere o lasciare”, recita il testo dal sapore amaro. Imita l’incitamento all’unità d’Italia fatta nel discorso di Natale dal presidente Napolitano per ironizzare su «l’ingovernabilità del nostro Paese dove espressioni come unità d’Italia e patriottismo sono parole create a uso e consumo dei sacri valori e dei libri di scuola, dove esiste ancora l’eterna lotta tra guelfi e ghibellini, dove è ormai incolmabile il divario tra Nord e Sud, dove esistono entità, come la camorra e la mafia, che pensano di difendere le popolazioni dal tiranno, ieri i Savoia oggi lo Stato. Per questo - conclude - sposo il pensiero del diplomatico austriaco Metternich che considerava il nostro Paese una mera espressione geografica».
La rabbia, per l’artista dei Campi Flegrei, è sicuramente un dote essenziale per poter essere definito anche in questa dannata Italia e non solo negli States, l’icona del rock and roll nazionale.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







