Biden: «No agli insediamenti»
MEDIO ORIENTE. Nonostante l’amicizia che lega il vicepresidente americano allo Stato di Israele, ieri l’accoglienza dell’uomo di Stato a Gerusalemme è stata freddata dall’annuncio di altre costruzioni. Ma gli Usa si oppongono.
Benvenuto, ma non troppo: è toccato persino a Joe Biden bere l’amaro calice dell’insofferenza del governo Netanyahu verso qualsiasi interferenza esterna. Lui, Biden, vicepresidente in viaggio per conto di Obama, in Israele ci era atterrato martedì come chi torna a casa. Neanche Hillary Clinton potrebbe competere con gli anni di militanza di Joe a fianco di Tel Aviv, nel bene e nel male, ed era stata proprio la scelta di Biden come vice, durante la campagna elettorale, a far convincere l’ala sionista dei democratici statunitensi nei confronti di Barack, ai tempi delle primarie. Joe Biden era il fervente cristiano sionista, l’uomo “di famiglia”, si diceva in Israele, eppure, nonostante questo, i rapporti tra Casa Bianca e Knesset con l’elezione di Obama si sono raffreddati.
Così il premier Netanyahu l’ha accolto in Medio Oriente annunciando la costruzione di 1.600 nuove case a Gerusalemme Est, la parte araba della città santa. Uno schiaffo col guanto, per Joe Biden. «Ma perché mai», si è chiesto il graffiante editorialista di Haaretz, Bradeley Burston, ieri, «come possono gli ufficiali israeliani arrivare a degradare Israele al punto di umiliare persino Joe biden?». Difficile da comprendere, se non nell’ottica di una coalizione divisa fra la consapevolezza di una Casa Bianca ostile ma distratta, e una costellazione di formazioni oltranziste e interessi economici che girano introno alla costruzione delle colonie.
Ma secondo il premier Benjamin Netanyahu era un atto di sdegno dovuto, quello di accogliere Joe con una doccia fredda, da leggere come una punizione per l’assenza del presidente Obama in persona. Sconfitto, Biden si è rifatto con un viaggio in Cisgiordania ieri, durante il quale ha promesso ai leader dell’Autorità Nazionale Palestinese che «I palestinesi meritano un proprio Stato indipendente e dotato di un territorio contiguo», e annunciando di voler dare il via ad un nuovo giro di trattative di pace, ha condannato aspramente gli insediamenti israeliani a Gerusalemme est. Quasi una virata, per Biden, che con uno stato “contiguo” di fatto prometterebbe ai palestinesi di poter recuperare i territori occupati dagli insediamenti, nonché un lembo di terra attualmente israeliano che permetterebbe di congiungere Cisgiordania e Striscia di Gaza.
«L’annuncio del governo israeliano riguardo ai nuovi insediamenti», ha ammonito Biden, «mina quella fiducia di cui tutti abbiamo bisogno per inaugurare un nuovo ciclo di trattative». E dire che proprio Biden era il principale grattacapo del mondo arabo, certo di trovare in lui il più temibile ostacolo a qualsiasi rivendicazione palestinese o irachena – altro territorio nel quale Biden è pronto a investire ogni sforzo politico, insieme all’Iran. Ma è chiaro che, per questo suo primo mandato, Obama non ha per ora voglia di confrontarsi apertamente Netanyahu, volendo piuttosto aspettare che un nuovo interlocutore venga presto ad occupare la Knesset, e che nel frattempo i leader palestinesi, spaccati fra Hamas e al Fatah, continuino a eludere qualsiasi rivendicazione politica grazie alla fronda che li vede opporsi ormai da tre anni.
Intanto, in mezzo alla costernazione per lo schiaffo diplomatico contro Biden, a Haifa si è aperto il processo che vede lo Stato Israeliano posto sotto accusa dalla famiglia di Rachel Corrie, l’attivista ventitreenne che nel 2003 venne uccisa a Gaza da un cingolato israeliano mentre cercava di impedire all’esercito di demolire una casa palestinese. «Un’errore», è la tesi dell’esercito, «il pilota non si era accorto di lei». Sarà, ma intanto da ben sette anni qualsiasi libro, opera teatrale o pubblica commemorazione della “morte per caso” di Rachel viene proibita per legge sia negli Stati Uniti che in Canada.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






