Capitan Pastene, città italiana nel cuore di una cordigliera

Gabriella Saba da Santiago del Cile
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MONDO. 700 chilometri a sud di Santiago, 2.700 abitanti quasi tutti di origine italiana e della provincia di Modena portati in Cile perlopiù con l’illusione di un lavoro sicuro e di buone comodità, nome scelto in onore di un eroe genovese. Qui è esploso il fenomeno del turismo alla moda che vuole mangiare made in Italy, soprattutto ravioli, tortelli e prosciutto. Visita
in un angolo di mondo che non ti aspetti.
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Per ricostruire la storia di Capitan Pastene si può partire dall’obelisco all’emigrante nella piazza principale e collegarlo, poi, alle strade dai nomi italiani, alla pizza Donna Lisa della Trattoria Don Primo, alla canzone “Volare” che ascolterete ovunque, alla rassegna di foto in bianco e nero sulle pareti del ristorante-albergo La Nueva Italia, una specie di baita con vista sulla Cordillera: signori baffuti di un secolo fa dall’aspetto molto italiano guardano la macchina fotografica con un’espressione fiera, e accanto a loro le immagini ingiallite della prima squadra di calcio, della prima banda musicale e delle donne che lavano i panni nel fiume mentre un tizio armato di bastone le protegge dagli attacchi dei puma.
 
Capitan Pastene è una delle città fondate da italiani in America Latina, si trova nella Cordigliera di Nahuelbuta, a 700 chilometri a sud di Santiago. Ha 2.700 abitanti, la maggior parte di origine italiana. Per l’esattezza, i loro bisnonni arrivarono dall’Appennino modenese, paesini come Pavullo e dintorni. Cantano l’inno italiano durante le manifestazioni ufficiali. Davanti agli edifici più insigni sventolano la bandiera cilena e quella italiana. Il bassorilievo sull’obelisco all’emigrante raffigura una famiglia con le valigie di cartone e rappresenta l’inizio dell’avventura degli italiani in loco. O meglio l’esodo di quelle 88 famiglie che, ai primi del secolo scorso, abbandonarono le colline di Modena per un lavoro e una vita migliore, e quel futuro degno che aveva loro promesso l’imprenditore Giorgio Ricci, intermediario tra il governo italiano e quello cileno. Quando arrivarono scoprirono che Ricci aveva mentito o si era sbagliato. In questa parte dell’Araucania cilena c’erano solo foreste fitte e montagne, un ragguardevole numero di puma e una baracca in cui toccò loro dormire tutti insieme, un posto disgraziatissimo che soprannominarono Monte Calvario.
 
In ogni caso, era gente dura e attiva, non perse tempo a piangere. In pochi anni tagliarono gli alberi e disegnarono una città in mezzo alle foreste, la chiamarono Nuova Italia e più tardi Capitan Pastene, da un eroe di origine genovese che si fece onore anche in Cile. Costruirono un acquedotto e case, perfino una ferrovia che non fu mai finita. «Adesso siamo una cittadina abbastanza prospera», dice José Flores Caballieri, proprietario de La Nueva Italia, 60 anni e faccia emiliana. 
 
In effetti, quello che si vede oggi è un centro piacevole e sospeso nel tempo, a cui l’isolamento aggiunge fascino. Le strade sono silenziose e piene di alberi, le casette di pochi piani hanno le facciate dipinte di azzurro, ocra e rosso, oppure in legno. Le strade sono intitolate a personaggi italiani, però il nome è spagnolo. Per esempio si chiamano José Verdi, o José Mazzini. Sentieri sterrati si arrampicano dalla città alle montagne. In giro, c’è odore di camini e di legna bruciata, e il verso degli uccelli è amplificato dal silenzio. 
Fino a qualche anno fa di Capitan Pastene si sapeva poco, e il suo benessere si fondava su un’industria di scarso appeal, quella del legname, ma da qualche anno è diventata famosa: una specie di destinazione culinaria all’insegna dell’italianità, che molti abitanti si sforzano di incrementare. Per esempio, ancora nel 2004 (anno in cui ricorreva il centenario dell’arrivo dei primi coloni), in città non c’erano ristoranti. Ma gli attivissimi abitanti decisero di festeggiare quella ricorrenza con una sagra che durò una settimana e in cui misero in scena tutto il meglio delle tradizioni emiliane. Una piccola fabbrica di prosciutti si improvvisò trattoria e preparò per l’occasione ravioli e tortellini, e le migliaia di persone che visitarono in quell’occasione Capitan Pastene li apprezzarono al punto che la microfabbrica decise di aprire un ristorante vero e proprio, la Trattoria Don Primo, che oggi è una delle attrazioni della città. Ci vanno politici e attori da tutto il Cile, e calciatori come Zamorano. Sull’onda di quel successo, altri pastenini aprirono ristoranti e trattorie. 
 
A ogni modo, La Trattoria è una casetta colorata e informale, con l’augurale insegna “Benvenuti tutti”. Un incredibile pavone dalla coda azzurra passeggia nel piccolo cortile senza pretese, un prato e due alberi. Di fronte al ristorante, ecco la fabbrica di prosciutti che sforna, al momento, 2.500 pezzi all’anno. Vengono confezionati secondo le regole di un secolo fa. «Siamo diventati un ristorante famoso senza volerlo e senza aspettarcelo, eppure non c’è niente qui che sia di moda», spiega Claudia Cortesi, la figlia di Primo, il proprietario. «Per esempio, pensi che la domenica da noi si balla la tarantella». 
 
Ha 30 anni ed è carina e fine. Sembra una pierre milanese. Ha studiato giornalismo ma poi ha deciso di lavorare qui. «Ci sentiamo molto italiani. Il fatto è che Capitan Pastene è stata per molto tempo una piccola Italia, in cui si mangiava soltanto italiano, e si parlava italiano. La nostra italianità è spontanea e si tramanda di padre in figlio». Anche lei parla italiano, così come Anita Covili del ristorante omonimo, 36 anni e un’esperienza di sei in un paesino vicino a Modena, Varica, che le ha lasciato, oltre a un ricordo indelebile, l’inconfondibile accento di quella zona. «Io mi sento cilena, italiana e mapuche», spiega la vulcanica Anita. 
 
Grandi barattoli
Il ristorante è in legno con piastrelle in cotto. All’interno di una vetrina, in un angolo, si vedono incoraggianti tortellini fatti in casa (dalla stessa Anita, che è proprietaria e cuoca), pasta all’aglio e grandi barattoli con le conserve di funghi della zona. In sottofondo, Celentano canta “24mila baci”. Anita ballicchia, il grande cappello da cuoca le ondeggia sul capo. Non c’è nulla di più lontano dalla schiva timidezza cilena in questa ragazza piena di vita e dalla faccia generosa e tonda. 
 
In realtà, c’è un sacco di gente a Pastene che fa rivalutare tutte quelle storie dell’eredità genetica. Eppure sono passate già quattro generazioni. Anche Maria José ha molto dell’italiana, e della vitale parlantina della sua terra d’origine. Ha 25 anni ed è la figlia del proprietario dell’albergo La Nueva Italia, nato anche quello nell’era dell’auge post 2004. Come Anita, è stata in Italia a perfezionarsi (in cucina, va da sé). L’albergo ha stanze e bungalow e può ospitare fino a diciotto persone, in gran parte una clientela ricercata che arriva da tutto il Cile. 
 
Vicino all’hotel c’è una casa bianca e bella dall’emblematico nome Montecorone Prosciutto, Jamones Muestra Historica. Ha il tetto in mattoncini rossi e una imponenza antica, austera. In realtà, si tratta di una via di mezzo tra un emporio in cui si vendono prosciutti e una galleria piuttosto raffinata che espone oggetti emblematici della storia degli italiani di qui: per esempio l’antica macchina in ferro per fare le tagliatelle, i ferri da stiro antichi e le cottole per il castagnaccio. Il proprietario, Angelo Iubini, è un 44enne elegante che parla italiano con accento modenese e si dichiara entusiasticamente «molto più italiano che cileno, anche se mi vergogno a dirlo». La moglie si chiama Mabel ed è una bellezza dagli occhi verdi. Aiuta nel negozio-museo e poi canta, è vocalist nel gruppo “I montanari”, anche quella una storia molto italiana. 
 
Iubini vorrebbe aprire un vero museo, in un palazzo accanto al ristorante. Un altro museo, più in grande stile, dovrebbe sorgere nella Casa Silvestrini, un edificio storico che l’associazione Corporación Cultural Giuseppe Verdi ha acquistato tempo fa. Il problema è che mancano i finanziamenti. I membri dell’associazione vorrebbero fosse dichiarato monumento nazionale in modo da ottenere i fondi per farne un museo. 
 
Per molti pastenini, l’obiettivo della città è conservare le tradizioni e, attraverso quelle, promuovere il turismo, e incrementare la produzione dei prodotti italiani che si vendono, da qualche anno, in tutto il Cile. Sarebbe un modo per creare lavoro, costruire un indotto e far restare a Pastene i ragazzi che cercano un mestiere altrove. Per altri abitanti, quella storia dell’italianità è una farsa che favorisce soltanto alcuni privilegiati. Una parte dei pastenini dichiara di non sentirsi affatto italiana a dispetto dei cognomi, e della loro storia.
 
«Qualcuno, ci chiama addirittura gringos, ma in senso dispregiativo», dice Caballieri. Non a tutti è andata bene, non tutti si sono “sistemati” confezionando prosciutti e tortellini. Molti di loro, i meno fortunati, non si riconoscono in quel sogno patriottico. «Se mi sento italiano?». L’uomo mi pianta gli occhi in faccia come volesse bruciarmi. «Gli italiani sono quegli altri», e indica con un gesto vago qualcuno che non c’entra con lui, ed è da un’altra parte.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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