Caso Lambro, il flop del sistema d’emergenza

Simonetta Lombardo
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DISASTRO. A 7 giorni dall’incidente la quantità d’idrocarburi sversata nel corso d’acqua è calcolata in 3.600 tonnellate. I tecnici: «Ancor oggi le informazioni arrivano col contagocce».

Sono 3.600 le tonnellate di idrocarburi sversate nel Lambro e quindi nel Po nell’incidente della scorsa settimana. Una buona parte dell’inquinamento è stata assorbita dal fiume e fermata dalle dighe, in modo particolare da quella della centrale Enel di Isola Serafini. Ma un ammontare ancora non quantificato è sicuramente stato depositato sulle rive e i fondali del Po: la metà degli inquinanti è formata da olii combustibili, che contengono idrocarburi policiclici aromatici, sostanze dichiaratamente cancerogene.
 
E a preoccupare è la mancanza di una regia comune nella gestione di questa emergenza ambientale: nel grande calderone delle competenze sul più grande fiume italiano, la Protezione civile ha avuto, di nuovo, la gestione totale della situazione. Risultato: l’ambiente, inteso come tema e anche come ministero, non esiste se non di risulta. È solo dopo sette giorni dall’incidente alla Lombarda petroli che sono diventate chiare quantità e composizione della marea nera uscita dai serbatoi. «Circa 3.600 tonnellate di idrocarburi, metà gasolio e metà olio combustibile: un carico inquinante pesante per un fiume», spiega Attilio Rinaldi, l’oceanografo che per la Regione Emilia sta monitorando l’arrivo in mare degli inquinanti. «Per ora non ci sono segnali che la marea nera stia arrivando all’Adriatico.
 
In buona parte è stata assorbita dal sistema fluviale e raccolta dagli sbarramenti artificiali.  Ma a risentirne è sicuramente il fiume: vedremo gli effetti nel tempo». A preoccupare è soprattutto la composizione dell’inquinamento. Ezio Amato, coordinatore del Servizio emergenze ambientali in mare dell’Ispra, non ha ancora notizie ufficiali sulla consistenza del più grave incidente ambientale del Po. «Il sistema della difesa ambientale non ha avuto una parte centrale nella gestione dell’emergenza, e anche oggi le informazioni arrivano con il contagocce. Quello che sappiamo per sicuro è che c’è almeno per metà olio combustibile e che occorrerà fare una bonifica delle rive e dei canneti, per salvaguardare gli ecosistemi e la salute ambientale: dovrebbero essere questi i nostri obiettivi».
 
Di certo, il coordinamento dell’emergenza non ha funzionato al meglio. A essere state utilizzate in primo luogo  per circoscrivere l’inquinamento sono state le stesse panne che si utilizzano in mare. Un errore, secondo i tecnici che sottolineano come sia la corrente del fiume che la composizione stessa degli inquinanti rendano inutile il ricorso a tecniche che si utilizzano nei porti per arrestare le chiazze oleose superficiali. Così, appare almeno incongrua la presenza alla foce di due navi da guerra della Marina militare, segnalata da gruppi ambientalisti locali: si tratterebbe dei due pattugliatori costruiti con i soldi del ministero dell’Ambiente e attrezzati per spruzzare disperdenti degli idrocarburi. Una attività inutile, a tanta distanza dalla sorgente dell’inquinamento e dopo tanti giorni. Il punto sostanziale allora è: chi e come gestisce la salute ambientale e umana del più grande fiume italiano?    

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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