Cile, cronaca della tragedia a margine della devastazione
REPORTAGE. È il momento più difficile per gli abitanti delle regioni intorno a Concepcion. Tutti hanno parenti o amici nella zona colpita dal terremoto, ma le strade e le comunicazioni sono interrotte. E nessuno ha notizie certe dell’accaduto.
Stanno tutto il giorno con l’orecchio incollato alla radio dell’auto che, in questo momento, è il loro unico contatto con il mondo. Non c’è elettricità, e di conseguenza né televisione né connessione internet, i telefonini non prendono e in molti posti non c’è nemmeno acqua potabile. Nell’entroterra tra la settima e l’ottava regione del Cile, quelle sconvolte dal terremoto delle 3.34 di sabato mattina, il momento più difficile per la popolazione è questo. Tutti hanno parenti o amici a Concepcion o Cobquecura, dove terremoto e maremoto hanno fatto moltissime vittime, con cui non riescono a mettersi in contatto. Molti fanno anche 20 chilometri per provare a mandare un sms dal paesino di turno dove pare che in quel momento il cellulare funzioni. Ma nessuno in concreto può fare niente se non aspettare, mentre cominciano a scarseggiare beni di prima necessità e combustibile.
A San Carlos, San Fabian de Alico e molti altri piccoli Comuni a ridosso della Cordigliera il sisma si è sentito. Tre minuti in cui tutto è vibrato con una violenza impressionante, tre minuti che per la percezione umana sono sembrati eterni. Pochi però sono stati i danni materiali importanti. Il terremoto non si è portato via nessuna vita e le costruzioni di un piano, soprattutto capanne di legno, hanno retto benissimo nonostante l’epicentro a meno di 100 chilometri. Il brutto è venuto dopo, quando sono arrivate le prime notizie, con il terrore per la sorte delle persone care e per le centinaia di repliche che si sono susseguite senza tregua, alcune delle quali al di sopra del settimo grado della scala Richter.
Nonostante la gravità del sisma sia chiara e si sprechino i paragoni con i terremoti che hanno colpito Concepcion nel 1939, Valdivia nel 1960 e Santiago nel 1985, gli abitanti di questa zona non capiranno la proporzione della calamità fin quando non vedranno le immagini che provengono dalla costa. Quelle immagini di ponti crollati, città inondate e auto spezzate che hanno fatto il giro del mondo ma non sono arrivate a 60 chilometri di distanza. La radio diffonde a cadenza regolare raccomandazioni sulla depurazione di acqua non potabile e informazioni sui pozzi a disposizione della popolazione. La gente ha paura e cerca di accaparrarsi tutto quello che può per non rimanere senza, di qualunque cosa si tratti. E sono cominciati gli assalti a supermercati e farmacie, così come le prime azioni degli sciacalli. I Carabineros hanno arrestato poche ore dopo il sisma una persona che aveva acquistato 400 litri di petrolio per rivenderli a prezzo maggiorato, quando il mercato nero lo avrebbe reso più conveniente.
La Panamericana domenica era semideserta, nonostante quello appena trascorso fosse l’ultimo fine settimana di vacanze, uno di quelli che in Italia avrebbero definito “da bollino rosso”. Le autorità attraverso i media hanno ripetuto fino allo sfinimento lo stesso appello: «Non mettetevi in viaggio se non è strettamente necessario». Una ripetizione che ha evidentemente dato i suoi frutti. A scoraggiare i possibili viaggiatori si sono aggiunte le informazioni sommarie e contraddittorie sulle interruzioni dell’autostrada e sull’impossibilità di arrivare a Santiago. Il risultato è stato che in pochi si sono arrischiati e molti, malvolentieri, hanno allungato le ferie di qualche giorno. Nonostante questo le pompe di benzina erano congestionate e quelle aperte erano annunciate da almeno 200 metri di coda.
Sabato, proprio per evitare episodi di sciacallaggio, il combustibile era stato razionato: non più di 10 litri a testa. Decisione che obbligava ogni automobilista a fermarsi in tutte le pompe di benzina. Domenica il razionamento è stato rimosso, ma la situazione si è comunque ripetuta per la chiusura della maggior parte delle pompe e l’impossibilità di programmare le soste. Moltissimi linee di autobus sono rimaste inattive e lungo la strada file di persone provavano a trovare passaggi di fortuna sotto gli ultimi raggi di sole estivi, per lasciarsi alle spalle le macerie.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







