Cile, le ferite di Santiago
TERREMOTO. Ha sopportato una scossa che avrebbe raso al suolo molte città del cosiddetto primo mondo. Diversi i quartieri ancora al buio, migliaia le case inagibili, ingenti i danni alle strutture. La capitale cerca stoicamente di tornare alla normalità.
Santiago è il centro del mondo in questi giorni. Non si trova una camera d’albergo libera, sono arrivate troupe televisive da ogni parte del mondo, la vita della capitale cilena e i discorsi dei suoi cittadini ruotano intorno alla tragedia che sta vivendo il Paese. Eppure la città in sé non lascia pensare che qui sia passato un sisma di tale violenza. Ha sopportato un terremoto che avrebbe raso al suolo molti centri urbani del cosiddetto primo mondo. I danni ci sono, ma bisogna andarli a cercare, e domenica sera, 36 ore dopo la scossa, molti dei locali dell’elegante municipio di Providencia erano aperti normalmente.
Certo, diverse zone sono ancora al buio e alcune case, soprattutto nel barrio Brasil, nella parte vecchia della città, sono completamente inagibili e hanno lasciato per strada intere famiglie che si sono accampate nella centralissima piazza Yungay. Ma sono effetti assolutamente limitati se si pensa all’entità della scossa, la quinta più forte della storia. Un capitolo a parte merita Maipù, grosso municipio nella zona occidentale di Santiago, dove diversi edifici sono crollati, manca completamente l’elettricità, farmacie e supermercati restano chiusi e ci sono lunghe code per comprare il pane. La paura è palpabile in tutta la regione metropolitana, la gente che è senza luce non accetta ospitalità da amici o parenti per timore dei furti.
Gli studi dei sismologi, che prevedono repliche di un certo rilievo per i prossimi tre mesi, fanno il resto. Diversa è la situazione nella zona costiera a sud della capitale, dove si sta ancora facendo la conta dei morti (oltre 720 quelli accertati fino a questo momento, compreso un leader del partito Udi, Pablo Desbordes, che era stato designato come sottosegretario dal neo-presidente Pinera, il cui aereo è precipitato lunedì pomeriggio) e dei dispersi. Rinomate località turistiche sono ridotte a cumuli di macerie e in alcune città, come Constitucion, le palestre vengono usate per accatastare i cadaveri.
Non a caso il grosso delle vittime e dei dispersi sono state fatti dalle onde anomale che hanno sommerso oltre 500 chilometri di costa, tra San Antonio e Lebu, distruggendo completamente alcune isole. Proprio sul presunto fatale ritardo con cui è stato dato l’allarme tsunami si stanno concentrando le polemiche e le attribuzioni incrociate di colpe tra il ministro uscente della Difesa, Francisco Vidal, la Onemi (Ufficio nazionale emergenze, una sorta di protezione civile cilena, guidata dal ministero dell’Interno) e la Marina militare.
La presidente ancora in carica Michelle Bachelet ha ordinato lo stato di catastrofe, che limita le libertà civili e affida ai militari la gestione dell’emergenza, mentre nei maggiori centri colpiti dal sisma come Talca, Concepcion e Constitucion è stato imposto il coprifuoco dalle 21 alle 6. Lo sciacallaggio e i furti sembrano infatti le principali preoccupazioni delle autorità in questa fase. Solo domenica sono state arrestate oltre 100 persone e in molte zone i cittadini hanno cominciato a organizzarsi per autodifendersi.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






