Commercio dell’avorio, a Doha si scontrano favorevoli e contrari
BIODIVERSITA'. La conferenza delle Nazioni unite si è aperta ieri e si chiuderà il 25 marzo.
Si è aperta a Doha, in Qatar, la conferenza dei Paesi aderenti alla Cites, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione, firmata a Washington nel 1973 su iniziativa dell’Unep, il Programma per l’ambiente delle Nazioni unite. Fino al 25 marzo le delegazioni dei 175 Stati membri discuteranno di tutela della biodiversità, del futuro di animali terrestri e marini in pericolo, della sorte delle piante e delle altre specie vegetali. Lo scopo principale dell’incontro è quello di definire i termini del divieto di caccia, pesca e commercializzazione per diverse specie che rischiano di scomparire, dal tonno rosso agli elefanti, dal pregiato legno di Palissandro Rio a quello di Palosanto. Ad occupare le prime pagine dell’agenda del vertice è la questione del commercio dell’avorio, che impegnerà le parti nei primi giorni dei negoziati.
Il traffico internazionale del prezioso oro bianco (venduto attualmente a circa 5.000 euro al chilo) è stato messo al bando nel 1989. Un provvedimento adottato per limitare la strage di elefanti iniziata negli anni Sessanta-Settanta, quando l’avorio aveva cominciato a essere di moda in Europa e negli Stati Uniti e i cacciatori avevano ucciso in pochi anni migliaia di esemplari, ponendo la specie a rischio di estinzione. Adesso, a oltre vent’anni di distanza, alcuni Paesi africani chiedono di rendere nuovamente legale il commercio del prezioso materiale, anche se in una quantità limitata a 90 tonnellate ogni anno. La proposta, che sarà discussa in questi giorni dalla conferenza, proviene dalla Sadc, la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale, che comprende tra gli altri Tanzania e Zambia, tra i principali produttori mondiali di oro bianco. Per sostenere le sue ragioni la Sadc denuncia la sostanziale l’inefficienza del divieto, sottolineando in particolare due aspetti: l’aumento del bracconaggio registrato negli ultimi anni e l’ipocrisia di molti Paesi, Cina e Giappone in testa, che continuano ad acquistare avorio giustificandosi dietro la sua provenienza da animali morti di vecchiaia.
Alcuni Paesi sono arrivati a sostenere che la messa al bando del commercio e il conseguente aumento dei pachidermi in circolazione sarebbero addirittura dannosi per la popolazione locale. «Da quando non vendiamo più l’avorio - ha affermato Isaac Geophilus, responsabile dei Parchi nazionali del Botswana, Stato membro della Sadc - ci sono sempre più elefanti che distruggono i raccolti, creando grandi danni all’economia del Paese. Senza contare poi le spese aggiuntive per l’impiego di più personale addetto al controllo delle piantagioni». Per questo la Sadc ha intenzione di chiedere di declassare gli elefanti da specie protetta, a specie parzialmente protetta, riaprendo così parzialmente le porte al commercio dell’oro bianco. Tecnicamente si tratta di modificare la categoria in cui sono inseriti gli elefanti all’interno della Cites: da “specie protetta”, per la quale ogni forma di commercio è proibito, a “specie soggetta a controllo”, per la il commercio deve essere compatibile con la sopravvivenza e soggetto ad autorizzazione preventiva da parte della Convenzione stessa.
Di fronte a tale richiesta si levano però le obiezioni di Kenya e della Repubblica Democratica del Congo che chiedono invece di prolungare l’interdizione del commercio dell’avorio, se non per sempre, almeno per i prossimi 20 anni. A loro si sono uniti anche gli ambientalisti africani. In un recente rapporto dell’Ara, Associazione per diritti degli animali, emerge che proprio le capolista della proposta per riapre la vendita dell’avorio, Tanzania e Zambia, «sono tra le principali responsabili del massacro degli elefanti».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






