Corruzione, decreto bluff
DAL TRANSATLANTICO. Il Consiglio dei ministri vara un apposito ddl che prevede pene più dure, stabilendo che i condannati con sentenza passata in giudicato non sono eleggibili. Ma sui punti più controversi non c’è accordo.
Non è iniziata bene la campagna elettorale del Pdl, alle prese ieri con i ricorsi per l’esclusione della propria lista nella competizione elettorale del Lazio. Mentre era in corso un batti e ribatti con il Quirinale per capire se il presidente Giorgio Napolitano avrebbe eventualmente controfirmato un decreto del governo che estendeva i limiti temporali per la presentazione delle liste, ecco raddoppiarsi il problema. La lista Per la Lombardia del governatore uscente Roberto Formigoni non era ammessa alle elezioni regionali perché nelle verifiche d’ufficio sono state invalidate 514 firme (lo ha deciso la Corte di appello di Milano).
L’altra questione da risolvere, questa volta non solo del Pdl ma dell’intero governo, era la riunione del Consiglio dei ministri con all’ordine del giorno il tanto strombazzato disegno di legge anticorruzione. Se non fosse stato per la testardaggine del ministro leghista Roberto Calderoli, la montagna avrebbe partorito il solito topolino. Oltre all’inasprimento delle pene e a norme più precise relative al funzionamento della pubblica amministrazione, il disegno di legge licenziato da Palazzo Chigi stabilisce che i condannati per corruzione, peculato, e concussione, con sentenza passata in giudicato, non sono eleggibili in Parlamento.
Raggiante alla fine Calderoli, che ieri si aggirava a Montecitorio con look alla James Dean, giubbotto di pelle sdrucito al posto di giacca e cravatta: «È stata recepita la mia proposta». Il ministro, per la verità, ha evitato di ricordare che il copyright dell’ipotesi di quel dispositivo spetta a Gianfranco Fini. È stato infatti il presidente della Camera a chiedere nei giorni scorsi una legge ad hoc per escludere i corrotti dalla politica. Ora il ddl dovrebbe passare all’esame del Parlamento ma non prima della conclusione della campagna elettorale.
Ma c’è mistero fitto sul testo definitivo, non distribuito alla stampa, in quanto il Consiglio dei ministri lo ha approvato con un assenso di massima «salvo intese», clausola che rimanda la soluzione di punti controversi a un comitato ristretto che dovrebbe sciogliere eventuali contrasti. Il fatto che si voglia ancora limare il testo del disegno legge la dice lunga sulle controversie, spacciate per problemi tecnici, tra le varie componenti del centrodestra. Basti pensare che Berlusconi aveva annunciato il rapido intervento legislativo già lo scorso 19 febbraio: siamo ancora qui, senza nero su bianco.
Ultima grana di giornata per il centrodestra sono state le dimissioni del senatore Nicola Di Girolamo, Pdl, indagato per brogli e riciclaggio, accusato di essere stato eletto nella circoscrizione degli italiani all’estero con i voti della ’ndrangheta e senza risiedere in Belgio. Di Girolamo si è dimesso con una lettera a Renato Schifani, presidente del Senato. In questo modo l’Aula di Palazzo Madama eviterà di votare sulla autorizzazione al suo arresto, come chiesto dai giudici: dovrà però formalizzare con un voto le dimissioni del senatore.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







