Dal decreto alle piazze
PARTITI. Dopo le misure salva liste si radicalizza lo scontro tra le forze poltiche. Il centrosinistra alza i toni. Di Pietro attacca duramente Napolitano. Il Pd prende le distanze. La destra difende le sue ragioni. è iniziato il muro contro muro.
Non è affatto concluso l’affaire liste. Lo stravagante decreto “interpretativo” del governo sulle norme per la presentazione delle liste non ha riportato la situazione al punto di partenza. Troppe polemiche, troppa arroganza da parte di Pdl ed esecutivo che avevano detto che mai e poi mai avrebbero accettato l’equo pronunciamento di giudici e Tar regionali sui casi del Lazio e della Lombardia, dove la lista del Pdl era rimasta esclusa dalla provincia di Roma e quella del presidente uscente Roberto Formigoni da tutte le provincie lombarde. Nel bel mezzo della bufera c’è anche il Quirinale.
Il presidente Giorgio Napolitano ha resistito finché ha potuto alle pressioni e ai tentativi di Silvio Berlusconi di fargli controfirmare un decreto più ampio, che prevedesse in un colpo solo il rinvio delle elezioni di quindici o trenta giorni. Poi ha dovuto cedere - poteva fare altrimenti? - all’ipotesi del decreto “limitato” e “interpretativo”. Questa volta non funziona la riduzione dei danni come metro di misura del vulnus provocato dal decreto del governo alle regole democratiche. La crisi della politica e delle istituzioni in Italia sembra aver raggiunto l’acme. Come si fa in questo quadro a chiedere con aria candida: se avesse vinto comunque Renata Polverini nel Lazio senza l’apporto della lista Pdl, che giunta infarcita di neofascisti di Francesco Storace e Teodoro Buontempo (er pecora) avrebbe governato nei prossimi cinque anni?
I tanti cocci rotti in questi giorni non riportano la situazione alla normalità. Il Pd ha indetto per sabato 13 marzo una grande manifestazione a Roma per protestare contro il decreto del governo. Vi aderisce pure l’Idv di Antonio Di Pietro, che ha annunciato di voler verificare le condizioni per procedere all’impeachment contro Napolitano dopo aver parlato di «golpe» berlusconiano e della necessità dell’arresto da parte dei carabinieri del capo golpista (il Pd si è immediatamente differenziato su questo punto). Adesione immediata anche del “popolo viola” che da ieri manifesta nei pressi di Palazzo Chigi, dopo che già venerdì sera aveva promosso un sit in al Pantheon. Perfino Pier Ferdinando Casini, pur non scendendo in piazza perché non si addice a una formazione democristiana, ha usato parole inusuali per lui: «Alla fine, il messaggio è che le regole valgono solo per i deboli, mai per i forti».
Marco Pannella annuncia che i radicali decideranno lunedì in assemblea se fare un gesto clamoroso: ritirare la Lista civica capeggiata da Emma Bonino nel Lazio e il listino della candidata presidente, il che equivarrebbe a privare l’intero centrosinistra di un candidato presidente alla regione. “Il decreto è un vero e proprio condono, un provvedimento che serve solo a occultare gli errori e le divisioni, a sanare il vero e proprio pasticcio combinato da una destra che pensa di vincere calpestando le regole”, si legge in una nota ufficiale del Pd. In insolita versione barricadiera è pure Massimo D’Alema, incurante della collisione con il presidente della Repubblica: «Il decreto è un atto di arroganza che non ha precedenti e interviene per cambiare le regole del gioco. Si crea una ferita difficile da sanare nei rapporti politici».
Quanto alla controfirma di Napolitano, negli ambienti del Pd viene ritenuta «una pura formalità inevitabile », mentre le proteste di piazza chiedono all’inquilino del Quirinale di spiegare la sua controfirma sul decreto. L’unico a usare i tasti della prudenza è Gianfranco Fini, presidente della Camera: «Mi sembra che il decreto sia la scelta del male minore per garantire a tutti gli elettori la possibilità di partecipare al voto». Impossibile prevedere cosa accadrà nelle prossime ore, mentre mancano venti giorni alle elezioni regionali. La bufera di queste ore è destinata ad accompagnarci fino alle urne del 28 e 29 marzo.
Da destra si difenderanno le ragioni del decreto, nelle piazze si griderà allo scandalo per la forzatura delle regole in corso d’opera. Questa strategia di caccia all’ultimo voto, senza risparmio di fendenti e colpi bassi, riuscirà a mobilitare l’elettorato che non coincide con i reciproci zoccoli duri dei due schieramenti? Non si rischia di premiare coloro che sono tentati di passare nelle fila degli astensionisti? Anche questi candidi interrogativi non hanno cittadinanza in questo momento. Prevale la sirena della mobilitazione. Bisogna scegliere dove stare. Non certo con questo governo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







