Dalla terra, energia geotermica per le case della Cisgiordania

Monica Maralis
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AMBIENTE. Oltre 500 abitazioni popolari a basso costo nel cuore dei Territori Occupati. Questo il progetto di Khaled Sabawi, architetto palestinese di venticinque anni. «Il distretto sfrutterà il calore della crosta terrestre e del Sole».

«Vivere in Cisgiordania costa. Un affitto può raggiungere i mille euro al mese, riscaldamento e bollette del gas alle volte superano i 500 euro a trimestre. Noi vogliamo costruire delle case popolari che prendano l’energia direttamente dalla terra e che non costino oltre gli 80mila dollari ad appartamento». Khaled Sabawi, venticinque anni, occhi e capelli nerissimi e un accento british, è un ingegnere palestinese che ha vissuto e studiato a Waterloo, in Canada. Si è specializzato in sistemi a energia rinnovabile. Poi è tornato a casa sua a Ramallah, nei Territori Palestinesi Occupati, e si è portato dietro l’esperienza maturata e l’idea di costruire case che si scaldino con l’energia geotermica, una delle ricchezze della Cisgiordania.
 
Di recente gli Stati Uniti gli hanno dato credito e la Mena Geothermal, la società che dirige dal 2007, ha firmato un accordo con la Us trade and development agency per uno studio di fattibilità che consentirà di costruire un distretto geotermico a Ramallah con oltre 500 case popolari a risparmio energetico. In effetti la Palestina punta da tempo sull’energia alternativa, che potrebbe rappresentare un importante canale d’indipendenza economica e anche politica per il Paese. Lo ha capito Khaled Sabawi, che con la Mena ha già realizzato nella zona alcuni uffici e un centro commerciale geotermici. Ma anche il Perc, Palestinian energy research center, e le Nazioni unite. A Gaza la bioarchitettura non è solo una scelta, ma un’esigenza dettata dalla necessità: non entrano materiali da costruzione e le case di fango, finanziate dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, sono diventate una realtà. Il nove febbraio scorso una famiglia di sette persone al campo profughi di Jabalia ha preso possesso di una casa di tre stanze, cucina e bagno, fatti di muri di fango.
 
«L’accordo che abbiamo firmato a gennaio di quest’anno con la Trade and development agency degli Stati Uniti ci assicura un contributo di 438mila dollari per mettere a punto uno studio di fattibilità mirato a un sistema di riscaldamento e raffreddamento geotermico in una zona di Ramallah, nel cuore dei Territori Palestinesi Occupati». Spiega ancora Khaled, figlio di Mohammed Sabawi, profugo del 1948, che ha lavorato in Kuwait e a Gaza e poi è espatriato con la famiglia nel 1988 per raggiungere il Canada. Khaled ha studiato all’estero ma sapeva che un giorno sarebbe tornato a casa. Le case popolari che ha progettato faranno parte del progetto Kober: a 13 chilometri da Ramallah sorgeranno 34 edifici su un’area verde di 60mila metri quadri, con 522 appartamenti per 3.000 palestinesi. Una sorta di distretto residenziale per poveri. Ogni edificio sarà ricoperto di pannelli solari. «Sappiamo che case veramente economiche si possono ottenere soltanto tramite uno sviluppo urbano sostenibile, combinato però a un’efficienza energetica necessaria a un tenore di vita accettabile. Solo riducendo annualmente i costi di gestione una casa può essere considerata economica: la tecnologia geotermica ha esattamente questo obiettivo», sottolinea Khaled. «La terra è una specie di enorme serbatoio di energia, in grado di assorbire circa il 50 per cento di quella solare. Il che significa 500 volte in più di quanta ne abbia bisogno ogni anno un essere umano per vivere». Fatto importantissimo in un Paese sempre assolato come la Palestina, dove nonostante la scarsità dell’acqua, il sole può essere ancora più prezioso della pioggia.
 
«Quello che non tutti sanno», aggiunge il giovane ingegnere «è che la temperatura nelle profondità della terra, a prescindere dalle stagioni, è sempre costante. I sistemi geotermici possono attingere a questa energia grazie a dei semplici tubi e la tecnologia fornita scalda e raffredda l’impianto centrale delle case o degli uffici». Attorno al tema del risparmio energetico si muove già la comunità internazionale dei Paesi donatori nei Territori Palestinesi. L’Italia è uno di questi, anche sono il Giappone e la Germania quelli maggiormente coinvolti e interessati ai nuovi progetti.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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