Difendiamo la cosa pubblica

Marco Incagnola (L'Inkontro.info)
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ANALISI. L’economista Alessandro Messina in un libro propone una sorta di vademecum del buon amministratore.

Concussione, corruzione, tangenti. A quasi venti anni da “Mani Pulite”, il nostro Paese sembra essere ancora fermo alla fine della Prima repubblica. Le inchieste delle ultime settimane ci consegnano l’immagine di una classe  politica, imprenditoriale e dirigenziale a perfetto agio nel pilotare a  proprio vantaggio appalti pubblici, nomine, prebende. In questi giorni è stato pubblicato da Edizioni dell’asino, un volume di Alessandro Messina, economista, saggista e da sempre  impegnato sui temi della finanza etica, dell’Altra economia ed esperto di politiche del terzo settore, dal titolo Servire lo Stato. Il mestiere del  bravo burocrate (il libro sarà presentato il 22 marzo presso la Sala della Pace della Provincia di Roma). Una provocazione a prima vista. Messina, in realtà,  raccontando le sue esperienze di dirigente pubblico, realizza una sorta di  vademecum del buon amministratore mettendo in guardia il futuro burocrate  dalle insidie della corruzione.
 
Dal libro emerge uno Stato feudalizzato e  in mano a potentati vari. Si può ancora lavorare nella Pa per il bene comune?
Sì, si può, e sono tante le persone che lo fanno. Certo, faticano ad emergere in un contesto di forte inefficienza. Anche se vi sono significative differenze da considerare, che altrimenti restano superficiali e demagogiche: tra aree geografiche, comparti della pubblica amministrazione, profili professionali. Il libro prova a trasmettere questo principio:  ognuno, a partire dai dipendenti pubblici, può fare da subito qualcosa per risollevare la cosa pubblica. Un principio di speranza, ma anche teso a superare in modo pragmatico il piagnisteo sterile.
 
Quali sono le origini e le ragioni di questo fenomeno?
Tante e diverse. La giovane età della nostra democrazia che ha meno di 70 anni e dello Stato che non arriva a 50. Il forte divario tra Nord e Sud, l’irrisolta questione meridionale, un’economia illegale che incide sul 30% del Pil.  E poi una classe politica divenuta sempre più lontana dalla vita reale.
 
La corruzione quanto ci costa in termini economici ma soprattutto di sviluppo?
Vi sono numerosi studi che provano a misurare l’impatto economico della corruzione. Un tipico indicatore è quello degli investimenti dall’estero, mai così basso in Italia. Ma la gravità del problema va molto oltre il misurabile, minando alla radice la credibilità delle istituzioni, il senso di appartenenza dei cittadini, la solidarietà fiscale, il valore del merito, ecc. Così si deprime l’intraprendenza economica, il funzionamento efficiente dei mercati, la mobilità sociale. Si creano i presupposti per un paese ingiusto e senza prospettive.
 
Qual è  il rapporto con gli altri Paesi?
L’Italia rappresenta un’anomalia tra i Paesi Ocse, quelli ad economia avanzata. I nostri indici, come ad esempio quelli elaborati da “Transparency international”, ci pongono nelle classifiche vicino a paesi come il Botswana o l’Honduras, dal reddito pro capite ben diverso.
 
Quali sono i comportamenti utili?
Da dipendenti dello Stato tenere sempre presente la missione istituzionale del proprio lavoro, sentire la responsabilità della soddisfazione dei cittadini, sentirsi utili. Da dirigenti, non crogiolarsi nell’intoccabilità del ruolo, qualificarsi costantemente, tenere gli occhi puntati sulla realtà. Da politici - gli imprenditori della pubblica amministrazione - la sfida maggiore: smetterla di pensare alla conservazione del potere, rendere conto dei risultati ottenuti, fare più di un passo indietro nella gestione. Dunque si arriva ai cittadini: vigilare, avere consapevolezza dei propri diritti, non cadere nella trappola culturale del “fan tutti così”. Occorre uscire da posizioni basate su schemi precostituiti che non hanno aiutato nessuno: politica e sindacati hanno gravi responsabilità per la mancanza di una vera e incisiva riforma della pubblica amministrazione. Allora, in attesa del grande momento (ci sarà mai?), non ci sono più alibi: ognuno faccia ciò che può e gli compete.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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