Dopo la crisi esplode la sfiducia

Giuliano Rosciarelli

DOSSIER. Una ricerca condotta da Ires-Cgil e istituto Swg su un campione di 2.787 persone rivela: il 62% di chi ha perso un lavoro non percepisce alcun ammortizzatore sociale. E la quasi totalità si dice fiaccata dalle difficoltà.

Sressati, preoccupati, malpagati. I lavoratori nel tempo della crisi giudicano grave la situazione economica e le sue ripercussioni sul lavoro; fanno sacrifici per far quadrare il bilancio contando sulla presenza di un doppio stipendio e si sentono a rischio di lavoro nero. Chi è rimasto disoccupato ritiene che la colpa sia soprattutto della recessione (87%) e il 66% dichiara di non riuscire a mantenere la famiglia. Più della metà non riceve alcun sostegno al reddito. Insomma esser fiduciosi va bene ma la crisi c’è, si vede e pesa come un macigno; questo è quanto emerge dalla ricerca sulla condizione del lavoro e dei lavoratori nella crisi, realizzata dall’Ires Cgil in collaborazione con Swg, condotta su un campione di 2787 persone, occupate (con un rapporto di lavoro di tipo subordinato o parasubordinato) o disoccupate da meno di un anno.
 
Secondo la ricerca, la quasi totalità del campione (92%) sta soffrendo gli effetti della crisi: il 55% dei quali la considera abbastanza grave, mentre per il 37% è molto grave. Le difficoltà per il 39% si sono abbattute soprattutto nell’ambito dell’attuale lavoro (con la riduzione degli orari, il passaggio a un periodo di cassa integrazione e la riduzione di benefit quali straordinari o buoni pasto), mentre per l’8% su un lavoro precedente.  Il 62% di chi ha perso un lavoro non percepisce alcun ammortizzatore sociale (la maggior parte sono contratti a tempo o atipici) e la disoccupazione colpisce per lo più donne e under 34 (74%). 
 
Tra chi percepisce una indennità il 57% non supera i mille euro, il 13% è sotto i 500, il 66% non è comunque in grado di mantenere la propria famiglia. Pensando al futuro, i più ottimisti che credono di trovare un altro lavoro simile o comunque accettabile sono soprattutto i giovani sotto i 34 anni, il 46% dei quali crede di poterlo trovare nel giro di poche settimane, contro il 24% degli over 34. Il dato forse più preoccupante è però quel 30% del totale che non crede di poter trovare una nuova occupazione. Articolando la risposta, si scopre poi che i più attrezzati psicologicamente ad affrontare le difficoltà sono quelli con contratti a tempo e gli atipici; fra chi ha un lavoro a tempo indeterminato, infatti, il 32% crede ci vorrà qualche mese prima di trovare un alternativa (contro il 36% dei contratti a tempo e il 41% per gli atipici) e il 31% non sa se lo troverà (contro il 27% per contratti a tempo e il 28% per gli atipici). 
 
Guardando a prima della crisi, la situazione non era comunque rosea: l’ultimo salario medio percepito tra gli intervistati è stato di 1.320 euro (per il 52% è compreso fra i mille e i 1.500 euro). Alla domanda “se le risorse economiche in entrata le bastano per vivere”, il 24% risponde generalmente in modo affermativo, il 26% rivela di esser costretto a fare sacrifici per far quadrare il bilancio. Inoltre, un 25% risponde di sì (ma solo perché poteva contare su altri sostegni) ed infine il 16% ha risposto che quanto guadagnato non basta a far quadrare i conti. 
 
Guardando alle assunzioni fatte in questo periodo, si scopre inoltre che la fase di rilancio parte sempre da un gradino inferiore alla situazione antecedente, sia in termini economici che di tutele contrattuali: confrontando il primo semestre 2008 con quello del 2009 si può vedere che la quota di contratti a tempo determinato è notevolmente cresciuta così come la quota dei contratti atipici. 
 
Per quanto riguarda i giudizi sul governo, il 51% crede abbia risposto male e in ritardo. Così come male ha risposto il mercato del lavoro: la flessibilità, in particolare, mentre nel 2006 era considerata un elemento positivo per il 42%, oggi la percentuale è scesa al 34%, con un aumento di quelli che chiedono comunque l’introduzione di tutele al fianco appunto della flessibilità.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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