Due anni di ghiaccio bollente

Carlo Freboudze

L'ANALISI. La causa principale della crisi islandese è stata l’esagerata dimensione dell’attivo e passivo bancario
rispetto alla modesta dimensione dell’economia nazionale e alla capacità dell’istituto centrale di Reykjavik.

Illiquide  o insolventi? Tutte le banche sono soggette al rischio di liquidità, il che non significa rischio di insolvenza. Le banche raccolgono denaro a breve termine e lo investono (o prestano) a lungo termine. Anche se il valore dell’attivo supera quello del passivo, l’improvviso ritiro di finanziamenti e depositi ricevuti a breve termine mette una banca in grave difficoltà. Se non si possono smobilizzare gli impieghi, mentre i creditori rivogliono i soldi, la crisi di liquidità è inevitabile. Dunque l’esistenza di una solida banca centrale alle spalle, che garantisca la liquidità nei momenti difficili, è fondamentale per evitare la spirale della crisi.
 
Le banche islandesi non avevano i bilanci pieni di titoli tossici come gli istituti anglosassoni. Seppure non ci siano dati certi sulla loro solidità di allora, è probabile che il problema fosse solo di liquidità e non di insolvenza. La causa principale della crisi bancaria islandese è stata l’esagerata dimensione dell’attivo e passivo bancario rispetto alla modesta dimensione dell’economia nazionale e alla capacità della loro banca centrale. La debolezza è derivata dalla manifesta impossibilità di ricorrere a un prestatore di ultima istanza con spalle sufficientemente grosse. Inoltre l’eccessivo affidamento a finanziamenti in valuta estera a breve termine si è rivelato fatale quando si è cercato di rinnovarli.
 
Corona Islandese e dollaro Neozelandese sono state le stelle dei mercati valutari tra il 2004 e il 2007, diventando poi il canarino nella miniera degli investimenti speculativi. Una politica monetaria di tassi alti, valuta in salita verticale, flussi di investimento speculativo in entrata, rischio di disordinato deprezzamento della valuta accomunavano i due Paesi. L’Islanda è giunta a avere tassi del 15 per cento negli anni precedenti la crisi, senza che la banca centrale sterilizzasse i flussi costituendo riserve valutarie. La banca islandese Landsbanki raccoglieva fondi in Inghilterra e Olanda offrendo tassi più alti dei concorrenti, giungendo a raccogliere quattro miliardi di euro in Inghilterra e uno in Olanda con i depositi Icesave. 
 
In aggiunta, i tassi locali molto alti hanno spinto individui e imprese a fare prestiti in valuta estera, esponendoli al rischio di deprezzamento della valuta locale. Il conseguente apprezzamento della corona islandese ha generato un effetto ricchezza apparente oltre a attrarre ancora più speculatori stranieri. Sul versante politico interno vanno ricercate molte delle responsabilità. La banca centrale non ha un governatore ma tre, e il principale è di nomina politica. Gli investimenti esteri delle banche erano pari a dieci volte il Pil, in assenza della opportuna regolamentazione. Questo non è, per sé, un motivo di disastro, se le banche sono gestite correttamente e con bassa esposizione a investimenti rischiosi, come pare fosse il caso. 
 
La crisi è esplosa poco dopo il fallimento di Lehman Brothers, quando i mercati hanno percepito di non potere sempre contare su una garanzia statale per ogni investimento a rischio. La ricaduta per il Paese è stata drammatica, con un crollo del Pil del 15 per cento e un collasso della valuta di oltre il 100 per cento (da 83 a 185 corone per un euro). 
 
La prospettiva adesso è che la popolazione debba pagare molte più tasse e usufruire di meno servizi pubblici per molti anni a venire, per aiutare il bilancio dello Stato. Il debito pubblico islandese è salito dal 29 per cento del Pil a fine 2007 all’attuale 136. Nel 2009 lo Stato ha speso più in interessi passivi che per sanità e previdenza sociale. Oggi senza un soluzione sostenibile della disputa con Inghilterra e Olanda il default statale sarebbe inevitabile, così come ci si andrebbe molto vicino in caso di un no al referendum odierno.
 
La storia di un settore bancario che si impegna per somme molto al di sopra delle sue possibilità, di grandezza tale da mettere a rischio il sistema statale e costringere il governo a un debito difficilmente sostenibile, è una storia islandese. Meglio studiarla da vicino, perché simili saranno presto, anche se per cause diverse, i discorsi riguardo a Stati Uniti e Inghilterra, dove la compiacenza e le maggiori dimensioni hanno consentito fino a oggi di occultare la devastazione dei bilanci bancari e la quantità di denaro dei contribuenti che sarà necessario per colmare la voragine.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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