Duplice attentato nella metropolitana di Mosca
RUSSIA. L’attacco suicida è stato messo a segno da un commando di sole donne. Trentasette i morti e oltre 100 i feriti. I gruppi estremisti del Caucaso del nord sono tra i principali sospettati.
Mosca è stata destata nel mattino di ieri da un doppio attentato dal bilancio grave e ancora provvisorio. Ventitrè i morti nella stazione del metrò di Lubjanka, lungo i binari della linea rossa Sokolniceskaja, quindici le vittime quattro fermate più avanti, a Park Kul’tury; ma come detto sono stime da confermare e che devono tenere conto di centinaia di feriti, alcuni dei quali in condizioni molto gravi. La prima esplosione è avvenuta poco prima delle otto, la seconda dopo mezz’ora, quando cioè i convogli veicolano il maggior flusso di persone.
In entrambi i casi gli attentatori sono donne, molto probabilmente di origine cecena come avanzato da Yuri Semin, il procuratore della capitale, il quale ha dichiarato che le forze dell’ordine stanno cercando in queste ore altre due donne, riprese dalle telecamere interne mentre accompagnavano le kamikaze nella metropolitana. Le attentatrici sono salite nel convoglio al capolinea di Iugo Zapadnaia con cinture esplosive allacciate all’altezza del petto: una prassi purtroppo già nota.
Da subito la priorità è stata quella di non turbare la vita della grande metropoli russa. Immediatamente evacuata e chiusa l’area compresa fra le due fermate, su cui sorge (non distante dal Cremlino) la sede dei servizi di sicurezza, mentre elicotteri, ambulanze e una settantina di squadre di soccorso hanno aiutato sopravvissuti e testimoni della strage. Esattamente come per il deragliamento del treno diretto da San Pietroburgo a Mosca quattro mesi fa, indotto anche in quel caso dallo scoppio di una bomba di fabbricazione cecena, le autorità si adoperano nel duplice compito di riportare serenità fra i cittadini e nel rintracciare le cellule del terrorismo caucasico.
A dispetto della tranquillità auspicata da Semin e colleghi, le cronache recenti evidenziano un aumento delle violenze come non accadeva da tempo. L’ultima volta che Mosca fu scossa da un episodio analogo risale all’agosto del 2004 nella fermata Riskaia, dove una kamikaze provocò dieci vittime. Sei mesi avanti i morti erano stati quarantuno tra le stazioni Paveletskaia e Avtozavodskaia, e ancora l’anno precedente le esplosioni erano state due, una in una strada nei pressi della Duma, l’altra in un aerodromo dove dove stava per avere inizio un raduno di musica rock. Sempre la stessa la matrice, collegabile ai separatisti ceceni. Gli stessi che sequestrarono per quattro giorni il teatro Dubrovka, nell’ottobre del 2002. Allora i morti furono complessivamente 170, tra i quali 41 guerriglieri del commando islamico; tutti uccisi dalle forze speciali della polizia che non esitarono a usare gas velenosi per liberare la struttura.
Secondo il capo dei servizi di sicurezza (Fsb), Aleksandr Bortnikov, gli attentati di ieri potrebbero essere legati a un gruppo vicino a Said Buryatsky, un capo ribelle ucciso in Inguscezia a inizio marzo durante la rappresaglia successiva al citato attentato alla ferrovia dello scorso fine novembre. Simbolica la scelta sia del convoglio, chiamato “Stella rossa” come il treno Mosca-San Pietroburgo, sia il luogo, sede dell’ex Kgb di cui fu a capo l’attuale premier ed ex presidente Vladimir Putin.
Indizi a cui va aggiunto il proclama di Doku Umarov, capo degli indipendentisti del nord del Caucaso e sedicente emiro, che in un video pubblicato su un sito internet il 14 febbraio scorso aveva promesso lacrime e sangue in tutto il territorio russo. È verosimilmente a lui e alla sua rete terroristica, definiti dai servizi segreti come pericolo numero uno, che Putin e il presidente Dmitri Medvedev daranno la caccia per un ritorno alla lotta al terrorismo che sia l’uno che l’altro avrebbero volentieri evitato, e che i cittadini russi, in attesa della fine del rigido inverno, si augurano di non dover pagare ancora.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







