Etiopia, Survival international contro la diga sul fiume Omo

Paolo Tosatti
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CAMPAGNE. L’organizzazione si mobilita per chiedere al governo di Addis Abeba di bloccare i lavori, già ultimati per un terzo. La chiusa, alta 240 metri, distruggerà l’intero ecosistema della zona, da cui dipende la vita di oltre 500mila persone.

Una campagna internazionale per chiedere al governo di Addis Abeba di bloccare il progetto Gibe III, che prevede la costruzione di un’enorme diga nella bassa Valle dell’Omo, in Etiopia. A lanciarla è l’organizzazione Survival international, che ha deciso di mobilitarsi per prevenire le catastrofiche conseguenze di un’opera che rischia di compromettere per sempre un importantissimo ecosistema fluviale dal quale dipende la vita di oltre 500mila persone.
 
Il fiume Omo nasce nella regione dell’Oromia e scorrendo per 600 chilometri verso sud si riversa nel Lago Turkana, in Kenya. Sulle sue sponde vivono numerose etnie locali, la cui vita è inestricabilmente legata a quella del rio. «Seppur in modi diversi - spiega Francesca Casella, direttrice della sede italiana di Surival international - tutti i popoli della valle dipendono da una varietà di tecniche di sostentamento che si alternano e completano a vicenda con il mutare delle stagioni: le coltivazioni di sorgo, mais e fagioli nelle radure alluvionali lungo le rive dell’Omo, le coltivazioni a rotazione nelle foreste pluviali e la pastorizia nelle savane o nei pascoli generati dalle esondazioni».
 
Presa singolarmente, nessuna di queste attività è sufficiente a garantire loro la sopravvivenza. Ma nel loro insieme riescono a scongiurare ogni avversità climatica, dando un contributo vitale alle economie delle popolazioni locali. «I bodi, i daasanach, i karo, i kwegu, i mursi e i nyangatom abitano stabilmente lungo le rive del fiume, da cui dipendono totalmente. Altri popoli, come gli hamar, i chai e i turkana, vivono in zone più lontane ma grazie a una rete consolidata di alleanze possono accedere alle risorse generate dalle piene del rio, specialmente in caso di siccità e carestie», sottolinea la direttrice.

 
Il progetto Gibe III prevede la costruzione di una chiusa alta 240 metri che sbarrerà il fiume Omo, creando un bacino lungo 150 chilometri e distruggendo l’intero ecosistema della zona. I lavori, già ultimati per un terzo, sono stati appaltati alla società italiana Salini costruttori, la stessa azienda che ha anche costruito l’impianto idroelettrico Gilgel Gibe II, parzialmente collassato pochi giorni dopo la sua inaugurazione, avvenuta il 25 gennaio alla presenza del ministro degli Esteri italiano Frattini.
 
«L’interruzione delle piene del fiume provocata dalla Gibe III potrebbe avere conseguenze catastrofiche sulle vite di tutti i popoli della valle, già da tempo messe a dura prova dalla progressiva perdita di controllo e di accesso alle loro terre. Inoltre la chiusa rappresenta un pericolo anche per i circa 300mila individui che pescano e pascolano le loro mandrie sulle sponde del lago Turkana», denuncia Casella. Che conclude: «Con la nostra petizione (che può essere firmata all’indirizzo www.stopgibe3.org/pages/petition.php, ndr)  stiamo cercando di fermare la costruzione della diga, preservando la salute di un ecosistema che garantisce la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone».  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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