In fuga dalla Corea del Nord. Il traffico delle vite in vendita
DIRITTI. Il passaggio della frontiera verso la Cina è il sogno di molte donne. Ma ad attenderle, nel migliore dei casi, c’è il concubinaggio. Costrette a vivere senza documenti e sotto falso nome, temono la condanna del regime di Pyongyang.
Lavorare in Cina in cambio della sola certezza di potersi nutrire e magari sposare un uomo che provveda al suo sostentamento. Una prospettiva che deve sembrare meravigliosa a una contadina della Corea del Nord, dove in alcune aree persino un pasto a base di riso bollito è considerato un lusso. Il passaggio oltre la frontiera è il sogno che, nelle regioni più depresse del Paese, viene venduto con allettanti promesse dai trafficanti di esseri umani, gruppi di mediatori che tengono in piedi un’ampia rete di corruzione nella quale sono coinvolti ufficiali locali e guardie di frontiera da entrambi i lati del confine. Importare clandestinamente una donna in Cina può costare anche meno di 700 euro, dei quali circa 400 vanno alla guardia di frontiera cinese e 100 a quella nordcoreana. Il resto è tutto beneficio per i circa 150 mediatori che gestiscono questo sporco traffico. «Più aumentano povertà e disordine in Corea del Nord, più noi ci guadagniamo», ha dichiarato uno di loro a un reporter della rete televisiva giapponese Asahi.
Organizzati in vere e proprie imprese di collocamento, essi raccolgono le “ordinazioni” in Cina e le trasmettono ai trafficanti che operano in loco. Passata la frontiera un pasto caldo, un vestito decente e, per molte ragazze, un lavoro senza prospettive nei bordelli di provincia, lontano dalle attenzioni della polizia. Ma chi è sfortunato puó trovare anche lavori duri in condizioni umilianti, prossime alla schiavitù. Sarebbero ben oltre 300mila i nordcoreani in Cina, in stragrande maggioranza donne senza documenti e spesso nascoste sotto falso nome, perché emigrare clandestinamente per il regime di Pyongyang è come tradire la patria e chi viene scoperto e rimpatriato puó essere condannato fino a 3 anni di lavori forzati. Gravi conseguenze possono abbattersi anche sulla famiglia del traditore. Nonostante questo, secondo le autorità di Pechino, nel solo 2009 tra i 25mila e i 30mila clandestini avrebbero attraversato la frontiera. Di questi il 40 per cento sarebbe rimasto nel Paese, il resto avrebbe proseguito verso altre destinazioni di sogno come la Mongolia o il Vietnam. La ricchezza, da queste parti, è un concetto relativo.
Quanto sia duro vivere nella dittatura pseudosocialista di Kim Jong-il lo testimonia la riduzione della colonia di etnia cinese dalle 60mila anime di una volta a meno di 5mila oggigiorno. Lo Stato rilascia dei permessi speciali di 6 mesi a questi cittadini di origine straniera per permettergli di visitare la famiglia in madrepatria. Ma i giovani non ritornano.
Un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla Commissione per i diritti umani in Corea del Nord, una Ong con base a Washington, portava l’inquietante titolo Lives for sale, “Vite in vendita”, e raccontava le storie di 53 donne cadute nella rete dei trafficanti. Storie di povertà e violenza, terminate spesso nella prostituzione o, per le più fortunate, nel concubinaggio. Nel Paese della Grande Muraglia, infatti, l’economia cresce vertiginosamente ma le condizioni di vita nelle campagne rimangono dure. Una moglie nordcoreana costa poco, avrà poche pretese e lavorerà duramente. Questi sono vantaggi che nessuno sottovaluta. Inoltre è risaputo che gli aborti selettivi causati dalla cultura predominante del maschio, combinati con la politica del “figlio unico” introdotta nel 1979 per controllare la possente crescita demografica, hanno fatto crescere in maniera abnorme la popolazione maschile rispetto a quella femminile. Nel 2005, secondo uno studio del British medical journal sui giovani cinesi al di sotto dei venti anni, vi era uno squilibrio di 32 milioni a favore dei maschi.
E le più recenti statistiche delle nascite in alcune province parlano di 140 neonati maschi ogni 100 femmine, contro una media mondiale di 105/100. Questo si traduce in decine di milioni di uomini che oggi e in futuro non avranno alcuna possibilità di trovare moglie in patria e dovranno cercarsela all’estero. magari pagando in moneta sonante. In questo caso non esiste miglior “terreno di caccia” della Corea del Nord, dove basta la promessa di pasti regolari per convincere tante donne ad abbandonare tutto e tentare la fortuna. «Mio marito è stato buono con me», ha dichiarato al reporter di Asahi una donna di circa 30 anni, venduta come concubina a uno dei tanti agricoltori di etnia coreana che vivono nella provincia cinese dello Jilin. «Sono felice, perché ogni giorno posso mangiare a volontà».
Questa ha pescato nel cappello una vita da contadina invece che da prostituta. Molte altre sono meno fortunate e vanno incontro a sfruttamento e violenza. Ma anche la fame in fondo è una forma di violenza e costringe tanti ad abbandonare tutto per tentare di garantirsi una vita appena decente. Quella che in Corea del Nord sembra essere un sogno da pagare a qualsiasi prezzo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







