Gerusalemme, guerriglia urbana contro le colonie
Questa non è la Terza Intifada», ha subito chiarito il commissario di polizia israeliano David Cohen dopo una prima ispezione, ieri, della città vecchia di Gerusalemme a qualche ora dagli scontri della «giornata della rabbia»; ed è probabile che la più grave crisi fra israeliani, palestinesi e Stati uniti del decennio si sia già chiusa con le parole del commissario Cohen. La giornata della rabbia, proclamata dai leader di Hamas per protestare contro la ri-costruzione della sinagoga di Hurvà a due passi dalla Moschea di Al Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam.
La sinagoga di Hurvà, costruita di fronte alla Spianata del Tempio intorno al 1700, in un’epoca in cui il califfato permetteva la coesistenza fra i tre monoteismi all’interno del perimetro della città vecchia di Gerusalemme, aveva vissuto i propri anni d’oro nel 1800, per poi cadere in rovina e venire definitivamente bombardata dalle autorità giordane nel 1948. Il megacomplesso che l’ha rimpiazzata a partire da lunedì, un’imponente architettura di cemento bianco che non ha niente a che vedere con le rovine della vecchia Hurvà.
La ristrutturazione è stata considerato una vera e propria invasione di campo dai fedeli che hanno il permesso di visitare la moschea di Al Aqsa; peraltro pochi, visto che una restrittiva politica contro gli ingressi di cittadini arabi, inclusi quelli provenienti da paesi non in guerra con Israele, permette a ben pochi di recarsi a pregare nella moschea d’oro. Ma durante la cerimonia di apertura della sinagoga il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che è proprio Hurvà, nuovo pomo della discordia, a simboleggiare lo spirito magnanimo di Israele, perché secondo il premier dimostrerebbe che «permettiamo ai credenti di altre fedi di conservare i propri luoghi di culto».
Una lettura dissonante con le ultime azioni da parte di Tel Aviv, che proprio a inizio mese ha confiscato due luoghi di culto sacri per i palestinesi – la Moschea di Abramo, figura dell’ebraismo venerata anche dai musulmani, a Hebron, e la moschea di Masjid Ibn Bilal – ritenendoli di proprietà israeliana. Una confisca, peraltro, caduta proprio nei giorni in cui i palestinesi di Hebron ricordavano il massacro compiuto da Baruch Goldstein nella stessa moschea di Abramo, che i coloni chiamano Caverna del patriarca. Nel 1994 Goldstein, l’ebreo ultraortodosso aveva aperto il fuoco sui palestinesi intenti a pregare, ferendone 150 e uccidendone 29. La Giornata della rabbia, iniziata lunedì notte e conclusasi coi 40 feriti di ieri mattina, è il drammatico epilogo di una settimana iniziata con lo schiaffo diplomatico da parte di Israele al vice-presidente americano Joe Biden, giunto a Tel Aviv per incoraggiare il dialogo israelo-palestinese, e accolto con l’annuncio di 1.600 nuovi insediamenti israeliani a Gerusalemme est, nella zona araba.
Un annuncio che ha spinto il segretario di Stato Hillary Clinton a telefonare a Netanyahu per chiedere spiegazioni, per sentirsi rispondere da quest’ultimo che «infondo le 1600 unità abitative non danneggeranno più di tanto i palestinesi». Un commentatore di Ha-Aretz ha persino definito il governo Netanyahu come «un’arma di distruzione di massa israeliana fatta in casa: i burocrati che incoraggiano le colonie coi loro conflitti ideologici o finanziari».
È improbabile che, in tutto questo, gli Usa decidano di congelare quegli aiuti finanziari a Israele che generalmente finiscono dritti nella costruzione delle colonie. Anche la scelta dell’inviato di pace George Mitchell di rimandare il suo viaggio sembra confermare la resa di Obama nei confronti di Tel Aviv. E torna in mente una intervista rilasciata al Times lo scorso gennaio dal presidente che mesi fa promise al Cairo di voler aprire una nuova pagina col Medio Oriente per poi ammettere, testualmente: «Se soltanto avessimo potuto anticipare i problemi politici che ci hanno posto gli israeliani e i palestinesi, al Cairo non avremmo fatto volare così in alto le speranze di tutti».







