Giappone infelix

Bruno Picozzi da Osaka
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REPORTAGE. Racconto di viaggio da un Paese che vive pensando soprattutto alla competizione dell’economia e alla scalata sociale.

 
A un europeo sbarcato in Giappone con il suo bagaglio di valori e desideri, il primo impatto col Paese del Sol levante può fare lo stesso effetto di uno scontro con un treno in corsa. Ovviamente modello Shinkansen, 360 km orari, 151 milioni di passeggeri all’anno e un soprannome che non necessita spiegazioni: “il proiettile”. Lo Shinkansen, orgoglio nazionale dal 1964, è il paradigma di una nazione che, seppellite in fretta le oltre 200mila vittime civili del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, ha cominciato a correre “come un treno” e ancora oggi tira dritto senza fermarsi. Per capirlo bastano dieci minuti nei corridoi della stazione centrale di Osaka, cuore di una delle più vaste aree metropolitane del mondo. Qui la gente non si sposta semplicemente da un binario all’altro ma corre per andare da un binario all’altro, incrociandosi e scontrandosi senza sosta. Se il comandante di una nave borbonica avesse ordinato all’intera nazione “facimmo ammuina”, come nei tempi andati, il risultato sarebbe stato identico. Tutti corrono: lavoratori e impiegati, pensionati e massaie, presi da una fretta indiavolata.
 
Eppure le coincidenze sono puntuali e frequenti ma perderne una sembra essere un dramma perché in Giappone la velocità è un valore primario, una irrinunciabile necessità, seconda nella lista solo alla perfezione che si esprime, ad esempio, nei mille giochi dell’origami e dell’ikebana. Altro non è che la perfezione il concetto supremo che accompagna la celeberrima cerimonia del tè. La tazza, il fazzoletto, il cucchiaino, il mestolo, la polvere verde del matcha, tutti manovrati con la millimetrica precisione che deriva dall’instancabile ripetizione dei gesti, iterati migliaia e migliaia di volte, sempre identici a se stessi dal sedicesimo secolo, quando furono insegnati dal maestro Sen no Rikyu. Maestro di tè. Noi la chiamiamo “cerimonia” ma i giapponesi ne parlano come di un party, una festa, anche se di festoso non vi è molto. Sullo sfondo, la cultura meditativa del buddismo zen e il piacere di offrire ai propri commensali la bevanda perfetta, preparata con la mente libera da ogni pensiero che possa corrompere l’attimo fuggente.
 
Gli “uomini salario”
I mitici guerrieri samurai si esercitavano quotidianamente in questo rituale complicato che non nasconde nessun significato particolare, solo perfezione estetica e calma interiore. Coloro che erano sempre pronti a difendere il padrone a costo della vita trascorrevano ore in perfetta tranquillità a curare bonsai e preparare il tè, la mente libera da ogni pensiero e nel cuore solo l’onore della loro devozione e la consapevolezza della morte imminente. Lo stesso senso dell’effimero pervade oggigiorno la società giapponese, che sotto la spinta della modernizzazione poco o nulla ha conservato del glorioso passato. E la stessa devozione spesa un tempo a venerare Yamato, il Giappone mitico prescelto dagli dei, si è riversata sul mastodontico apparato industriale che da decenni fa del Sol levante la seconda potenza economica al mondo. Cosa, se non devozione, è la corsa che ogni mattina viene intrapresa da tutta la nazione, quando milioni di impiegati sciamano frettolosamente verso i posti di lavoro, alcuni addirittura annodandosi la cravatta per strada per fare prima. Li chiamano all’inglese “salaryman”, gli “uomini salario”, i malcapitati colletti bianchi della società perfetta. Sveglia alle 6.30, colazione in solitario quando c’è tempo, in ufficio al posto di combattimento prima che l’orologio segni le 8:00.
 
Lavoro a testa bassa fino alla pausa pranzo, tra mezzogiorno e l’una, ma il pranzo si consuma alla scrivania, davanti allo schermo acceso del computer. Quindi ancora lavoro senza interruzioni fino a un’ora imprecisata, quando il capoufficio decide che si può andare via. Non a casa ma a bere e a fumare, tutti i colleghi insieme, per far spirito di corpo come palpeggiare da clienti vari, con la possibilità di i soldati dei reparti speciali e per discutere dei problemi dell’azienda. Si ritorna dalla moglie dopo mezzanotte, quando i figli dormono, e il giorno successivo si ricomincia. Unica eccezione la domenica: l’ufficio si trasferisce sui campi da golf e continua a limare gli ingranaggi, tra una buca e l’altra. Sembra sia prassi far vincere il capoufficio per non dimostrare di essere più bravi in qualcosa perché, dice il proverbio, “al chiodo che sporge si tira una martellata”! La vita familiare si riduce alla cena di domenica, al capodanno e a cinque giorni di festa nazionale in maggio. Le vacanze estive sono rare. «Ho cinque famiglie - dice scherzando uno studente - padre, madre, nonna e due sorelle ». Tra loro non hanno tempo di parlarsi e chi ha qualcosa da dire incontra ciascuno separatamente.
 
La comunicazione semplicemente non esiste. Poco importa perché anche i ragazzi sono impegnati tutto il giorno nell’instancabile corsa verso il successo. Cominciano all’età di tre anni o anche prima, al giardino d’infanzia, chiamato col nome tedesco “kindergarten”. Poi elementari, medie e superiori, sempre col chiodo fisso dei voti migliori che apriranno le porte di un istituto migliore e garantiranno quindi una vita migliore. Già al mattino presto li si vede sgambettare ordinatamente e rigorosamente in uniforme, pantaloncini corti e minigonna sulle gambe nude anche d’inverno, per andare alla prima scuola, pubblica o privata che sia. Lezioni fino al pomeriggio e poi a casa per cena o direttamente alla seconda scuola, quella per le ripetizioni, da cui molti tornano la sera tardi, pronti a sfogarsi con videogiochi e chat. Sia chiaro, i ragazzi giapponesi non sono meglio istruiti di quelli europei. Non parlano lingue straniere, non conoscono la storia, ignorano la società che li circonda e per fare le addizioni tirano fuori la calcolatrice. Tutto ciò che sanno far bene è competere, gli uni contro gli altri, sulla base di complicate regole sociali che stabiliscono gerarchie, obiettivi e desideri di ciascuno. La competizione, già alla scuola media, è talmente pesante che in molti non resistono e non è raro che qualcosa, nei fragili meccanismi dell’adolescenza, si rompa.
 
Cresce da almeno vent’anni il fenomeno degli hikikomori, ragazzi che progressivamente si isolano dalla società fino a rinchiudersi volontariamente nella propria stanza e nel silenzio di internet. Secondo alcuni psichiatri ve ne sarebbero oggi oltre un milione, l’80% maschi, per i quali il porto sicuro della solitudine è l’unico baluardo contro l’aggressività del successo ad ogni costo. Gli hikikomori sono null’altro che il termometro di una malattia diffusa. L’infelicità dilaga e non è una sorpresa che il Giappone detenga il record mondiale per numero di suicidi: 32.573 lo scorso anno. Sui giornali stranieri la cosa viene presentata come un problema sociale ma a parlarne con loro sembra che nessuno se ne curi. Ognuno fa la sua scelta, dicono, la società corre come lo Shinkansen e chi si ferma è perduto. Angela Terzani Staude, nei diari scritti vnticinque anni fa, ne parlava come di un popolo di soldati, svuotati di ogni pensiero come il samurai che prepara il tè - e irreggimentati per servire senza far domande al successo della nazione. Una cancellazione totale dello spirito critico spinta fino al punto in cui è difficile per uno studente universitario capire le parole “ribellione” e “insurrezione”.
 
Non ci si ribella, in Giappone, non ci si oppone alla volontà del capoufficio, del governo, di Yamato. I risultati, sul terreno della competizione globale, sono tremendi. Secondo i dati diffusi il mese scorso dal Ministero del Tesoro di Washington, nelle casse di Tokyo vi sono 768 miliardi di dollari in buoni del tesoro Usa, pari al 21% del debito estero del Paese. Da tempo il Giappone si disputa con la possente Cina il ruolo di maggior creditore mondiale del gigante nordamericano. La guerra persa a Hiroshima è stata infine vinta a Wall Street, e senza fare prigionieri. Ma la corsa continua e sull’altare della competizione si sacrificano ciecamen te valori e principi. Una mezz’ora trascorsa in un santuario shinto, di cui il territorio è costellato, vede il ripetersi continuo di gesti frettolosi: un doppio inchino davanti all’edificio che rinchiude lo specchio simbolo di Amaterasu, dea del sole e progenitrice della stirpe dell’imperatore, un doppio sbattere di mani per segnalare la propria presenza e l’espressione di un desiderio. Velocemente e non senza aver lanciato una moneta nella cassa delle offerte, che ne raccoglie molte ogni giorno.
 
Dopo un po’ si ha l’impressione che la vera sostanza della preghiera sia tutta nel lancio di quella moneta. Il denaro significa tanto, in Giappone, e qui, più che altrove, pecunia non olet. In nome del guadagno, il Paese asiatico consuma risorse senza alcun freno, saccheggiando mari, spazi e sottosuolo come nessun popolo ha mai fatto. Le città, appena lontano dai palazzoni modernissimi del centro, sono null’altro che tappeti di piccole aziende, asfalto e casette minuscole con forte prevalenza di grigio. Ordine e rispetto ma anche mancanza di calore umano. Davanti ai semafori che lanciano i loro messaggi sonori con inquietante ripetitività, i vecchietti che volontariamente indossano la casacca fosforescente e vanno in giro a ripulire i marciapiedi non fanno altro che aumentare la tristezza dominante. Solo nei supermercati e nei tanti mercatini coperti si vede un po’ di vita, ma è fatta anch’essa di sorrisi che chiedono soldi e consumano risorse. Anche una sola fettina di patata dolce fritta viene consegnata al cliente in una confezione di plastica rigida tenuta da un elastico, avvolta in un foglio con cui si fa un pacchetto che a sua volta viene infilato in una busta.
 
Quei “love hotel”
Non è la balena la vittima sacrificale del Giappone ma il suolo stesso della patria, e i sentimenti. Nella corsa verso la produttività e il successo, la felicità viene sostituita dal denaro, l’amicizia dall’interesse e l’amore dal sesso. Non c’è tempo per l’amore romantico, mano nella mano e “core a core”. Il gioco sessuale si distorce fino a diventare una pura valvola di sfogo ampiamente sfruttata grazie ai tanti “love hotel” che sorgono dappertutto con strani nomi pseudoeuropei: Lapa Juria, Casa di Due, Raffiné. Una quindicina di euro valgono un’ora di privacy in una stanza dall’arredamento esotico. In alternativa ci sono i “relaxation place”, dove si può stare varie ore a vedere film porno a prezzi tutto sommato popolari. Costa tanto invece il servizio a domicilio, eppure non è difficile ritrovarsi nella cassetta della posta un volantino più che esplicito che offre lavoro a ragazze giovani e belle, sopra i 18 anni purché vestite da scolarette. Un minimo di 165 euro al giorno garantiti per farsi osservare e palpeggiare da clienti vari, con la possibilità di offrire abbondanti extra e aumentare il salario. Preservativi e gadget vari sono forniti dalla ditta, così come l’autista e una scusa plausibile da rifilare alla famiglia.
 
Se questo non basta, nel centro di Tokyo c’è l’Akihabara, quartiere famoso per i meidokafè, localini accattivanti dove ragazzine vestite in completini cortissimi da cartone animato servono i clienti con gentilezza e amabilità direttamente proporzionali al prezzo pagato. Vi sono dirigenti d’azienda che, banconote alla mano, arrivano a farsi imboccare e oltre. Luoghi analoghi esistono in tutte le grandi città e sono il regno degli “anime” e dei “manga”, cartoni e fumetti con forti richiami sessuali. Vi si vendono tonnellate di gadget di ogni foggia e dimensione che presentano ragazzine acerbe e seminude, in atteggiamenti provocanti. Gli appassionati sono tanti e vengono chiamati otaku, un termine vagamente onorifico che pochi ammettono di gradire. Si tratta di un’ulteriore distorsione di questa società soffocata da regole formali strettissime ma all’apparenza priva di qualsiasi valore morale. L’apoteosi comunque si raggiunge con quella criminale macchina mangiasoldi chiamata Pachinko, una sorta di slot machine che, offerta a ogni angolo di strada, sembra appassionare l’intero popolo giapponese.
 
Vi sono edifici grandi quanto centri commerciali dove se ne trovano a migliaia, stipate una a fianco dell’altra come i guerrieri di un’armata invincibile. In questi luoghi regnano il fumo, i colori e un rumore pazzesco che entra fin nell’anima dei tantissimi frequentatori abituali. Il gioco d’azzardo è illegale in Giappone, ciononostante c’è chi vi si gioca una fortuna. Una maniera per rilassarsi, dicono. Invece sembra un modo per svuotare e instupidire ancora di più di quanto già non faccia la televisione, che offende l’intelligenza per quanto è completamente priva di contenuti. Tutto questo serve per fare dei giapponesi un popolo granitico e accondiscendente, un’armata di circa 65 milioni di lavoratori partita a metà anni Sessanta alla conquista del mondo. Unica nazione in grado di competere è la Cina, con la stessa disumana arma della cieca obbedienza. A noi occidentali, in questa lotta tra alieni potentissimi, tocca solo la parte degli spettatori. Se ci andrà bene. Altrimenti, faremo la parte delle vittime.
 
 

IL DECLINO DI SUA MAESTA' IMPERIALE
Secondo i dati diffusi dal Comitato per la memoria degli onorevoli kamikaze, associazione giapponese consacrata al ricordo degli eroi della patria tra il 1944 e il 1945, quando la sconfitta nell’olocausto mondiale era ormai solo questione di tempo, 5.845 membri della marina e dell’esercito si immolarono lanciandosi con i loro aeroplani sulle navi nemiche al grido di «heika tenno banzai», viva Sua maestà imperiale! Questi furono dunque i kamikaze, “il vento divino”, il pugno terribile del divino imperatore scagliato contro i diavoli americani. Poi vennero Hiroshima e Nagasaki, l’annuncio radiofonico della capitolazione, letto dal sovrano in persona e pomposamente ricordato come “trasmissione della voce di giada”, e infine la firma della resa a bordo della corazzata Missouri. Il contestatissimo processo di Tokyo che seguì, mandò alla forca qualche generale ma salvò il collo all’imperatore Hirohito, che in cambio accettò di non essere il dio vivente dello shinto ma solo un tranquillo appassionato di biologia marina, ritrovatosi suo malgrado alla testa di un Paese imperialista invasato dall’aggressivo spirito di Yamato, il mitico Giappone benedetto dagli dei.
 
Fu così che l’era showa, o della “pace illuminata”, non si concluse ironicamente con il bagno di sangue della Seconda guerra mondiale ma durò fino al 1989, quando il vecchio imperatore fu lasciato morire dopo una lunga agonia la notte di un venerdì, per non disturbare troppo le trattative alla borsa di Tokyo. Salì dunque al trono Akihito ed ebbe inizio l’era heisei, del “perfezionamento della pace”, che ancora oggi dura. «Prego per la felicità e la pace nel mondo intero», ha detto il sovrano il 2 gennaio scorso davanti a una folla di diecimila persone festanti che sventolavano bandierine del Sol levante e gridavano un affettuoso «heika tenno banzai», viva l’imperatore. Stesse parole degli anni Quaranta, ma nell’animo un approccio profondamente diverso. Il secolare legame tra la dinastia regnante e la religione di Stato fu spezzato per volontà degli Stati Uniti d’America e oggi i giovani giapponesi nemmeno più sanno cosa sia lo shinto. Alcuni ancora si recano ai santuari in occasione delle poche feste comandate, a celebrare frettolosamente il rituale del desiderio, ma nessuno parla più del tenno come di una divinità. Solo gli anziani venerano ancora la figura di quell’attempato signore in giacca e cravatta. Secondo le parole del generale Yamashita, conquistatore nel 1942 della Malesia e di Singapore: «A sentire Darwin, l’uomo bianco discende dalle scimmie. I giapponesi invece discendono dal dio sole. Nella lotta tra le scimmie e i discendenti degli dei potrà esserci un solo vincitore».
 
Oggi la gente nemmeno si ricorda più del generale Yamashita, “la tigre della Malesia”, e una simile retorica inzuppata di shinto sarebbe inimmaginabile. «L’imperatore è solo un simbolo e anche nel governo non ha nessun potere. Non puó fare nulla per me, solo parlare», afferma Mayumi, studentessa di Osaka. Del tenno a stento conosce il nome e non ricorda che a scuola le sia stato insegnato qualcosa a riguardo. Dice di averne parlato con gli amici solo quella volta che nel Paese si discusse se, in mancanza di eredi maschi, la principessa Aiko avrebbe avuto diritto al trono. E a lei andava bene, perché le donne hanno preso forza nella società e possono degnamente rappresentare la nazione. Poi è nato il principino Hisahito, figlio del fratello minore del sovrano, e la discussione è finita lì. Mayumi appartiene alla prima generazione che della bellicosa èra showa sa solo quel poco che ha studiato sui lacunosi libri di storia. Per lei Yamato non è il sacro spirito della patria, nel cui nome si immolavano i kamikaze, ma solo la regione geografica dove è nato il Giappone moderno.
 
Il Sol levante è semplicemente il disegno sulla bandiera e dell’inno nazionale conosce le parole a memoria, ma non ne afferra il significato. Nel 1989, alla morte di Hirohito, le destre tentarono di resuscitare lo spirito di Yamato battendo sul sacro legame tra il popolo giapponese e la stirpe del dio vivente, discendente della dea Amaterasu. La cerimonia funebre viene ricordata come un corteo di sessanta automobili nere che si snoda attraverso un percorso protetto da alcune migliaia di soldati, secondo alcuni nell’indifferenza generale della popolazione. Altri parlano di 250mila persone in strada a salutare il dio defunto. Secondo le cronache dell’epoca, nel 1927, in occasione del funerale dell’imperatore Taisho, un milione e mezzo di persone affollarono il centro dell’antica Tokyo facendo da sfondo a un corteo funebre di 30mila dignitari in lacrime. «Heika tenno banzai», auguriamo tutti noi lunga vita al quasi ottantenne Akihito. Ma quando verrà il momento, a dispetto delle destre tradizionaliste, il suo funerale rischierà di essere una faccenda per pochi intimi.

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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