Il baraccone e i burattinai riparte la Formula Uno

Alessio Nannini
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STORIE DI SPORT. Esordio nel circuito di Bahrein il prossimo 14 marzo. Si rischia la noia nonostante il ritorno del fedifrago Schumacher, le ambizioni dello spavaldo Hamilton e l’annunciata voglia di rivincita del neo ferrarista Alonso. Ma il circo dei gran premi riserva sempre sorprese e scandali. Basta gettare un occhio a una cronologia di eventi più o meno vicini per convincersene.

Pronti, via. Anche se, a ben guardare, il baraccone della Formula Uno quest’anno sembra tutto fuorché pronto a partire. L’ultima sorpresa si deve a una scuderia che soltanto qualche mese fa aveva brindato alla possibilità concessale dalla Fia (Federazione Internazionale dell’Automobile) di partecipare al campionato per quattro ruote più importante del mondo. La dirigenza della US F1, nome adeguato a un marchingegno tecnologico piuttosto che a due monoposto, ha comunicato l’impossibilità a prendere parte all’esordio nel circuito di Bahrein il prossimo 14 marzo. Quindi saluti a tutti, meccanici e piloti; però, hanno fatto sapere dalla sede di Charlotte in Carolina del nord, per l’edizione del 2011 non mancheranno l’appuntamento. E siamo già tutti un fremito. La storia recente della Formula Uno è in fondo questa: una serie infinita di colpi di scena con prodezze da campione ed errori da dilettante. Solo che, dettaglio niente affatto trascurabile, tutto questo agonismo non è avvenuto sull’asfalto di una delle diciassette piste del mondiale ma nelle aule dei tribunali e nei corridoi dell’hotel de Crillon in place de la Concorde, ovviamente Parigi, dove è ubicata la Federazione Internazionale dell’Automobile.
 
Ma conviene andare in ordine, e risalire a quando, bontà sua, Michael Schumacher alla guida della Ferrari vinceva senza rivali ogni Gran Premio. I grandi burattinai del circo, Max Mosley e Bernie Ecclestone, si resero conto che la straordinaria serie di vittorie del tedesco serviva solo ad arricchire gli almanacchi di nuovi primati, e non alla causa della Formula One Management (leggi pubblico e dunque pubblicità); al punto che gli stessi tifosi della Ferrari, pur gioendo a udire l’inno italiano ogni due settimane, parevano stancarsi di quel predominio. Così prima intervenne un cambio nel regolamento, che distribuì i punti allargando a otto i corridori beneficiari e riducendo il distacco fra il primo e tutti gli altri; poi la strizzata d’occhio ai rivali della Ferrari, a cominciare dalla McLaren. Va detto: non fu cameratismo albionico ai danni degli italiani, ma un semplice calcolo di profitto.
 
Una corsa con Schumacher primo dalla partenza al traguardo annoiava tutti; e a onor del vero, quando la scuderia di Maranello non se la passava affatto bene (si parla dei periodi opachi di Berger e Alesi), Ecclestone era il primo ad augurarsi una nuova primavera rossa. Mica per tifo o simpatia, era solo amore per il guadagno. Nessuno al mondo, e in nessuna disciplina sportiva, vanta più tifosi e ammiratori della casa di Maranello; sicché una Ferrari forte (ma non troppo, altrimenti si pecca all’opposto) capitalizza attenzione e denari. L’ascesa di Ecclestone Bernard Ecclestone, detto Bernie dagli amici (molti ma chissà quanti veri), ha fatto del profitto la sua ossessione da quando, disagiato, lasciò gli studi per lavorare in una officina di gas nei pressi di Londra. Fu appena un intermezzo, perché il ventenne Ecclestone cercò ben presto di farsi un nome nell’ambito dei motori. Non un granché come pilota di motociclette, andò assai meglio quando si dedicò a smerciarle; tirò su una concessionaria e passò alle quattro ruote, anche in questo caso come corridore.
 
Più che gli scarsi risultati, a convincerlo a tenersi fuori della pista furono i tanti incidenti che lo coinvolsero più o meno direttamente, sia come pilota che come dirigente: nel 1949 sul circuito di Brands Hatch in Formula Tre, nel 1958 in Marocco (vi morì Stuart Lewis-Evans), nel 1970 a Monza con Jochen Rindt, iridato postumo. Ecclestone ogni volta lasciava e tornava, quasi fosse più forte della sua volontà il desiderio di essere parte di quello spettacolo. E infatti rieccolo proprietario della Brabham (campione del mondo con Nelson Piquet nel 1981 e nel 1983) e contemporaneamente tra i fondatori della Foca, acronimo per Formula One Constructors Association, una formazione composta dalle principali scuderie inglesi, che per oltre un decennio diede filo (giudiziario) da torcere alla Fia, che organizzava il mondiale e gestiva la pentola d’oro dei diritti televisivi. Della neonata associazione faceva parte anche Max Mosley, che pure avrà un fortunato destino; ma fu Ecclestone nell’immediato a imporsi e a diventare, in un tempo relativamente breve, il principale referente della giostra di Formula Uno.
 
Dapprima ottenendo di amministrare i diritti televisivi per conto della Foca, quindi entrando nel cosiddetto estabilishment federale e gestendone ogni aspetto commerciale con la nascita della Fom, Formula One Management. Insomma, se il campionato del mondo si fa chiamare con quasi celato disprezzo Circus, lo dobbiamo a lui. Il già citato Max Mosley gli è sì affine ma diverso. Bernie Ecclestone ebbe una vita privata esente da scandali: venticinque anni di matrimonio, due figli, e una famiglia sempre presente anche negli affari. Mosley invece ebbe l’onere delle cronache quando le sue nude vergogne finirono in pagina, arrossite dal manganello di una signorina avvenente ma autoritaria e con al braccio una fascia rossa di quelle indossate dalle milizie naziste. Per carità: che ognuno nel suo intimo faccia esultare il corpo come più gli piaccia. Però quel particolare raccapricciante non poté non far pensare a certe orride simpatie mai nascoste del presidente della Fia (allora era questo il ruolo Mosley), che aveva ricevuto i natali da Oswald Mosley, ministro laburista e fondatore della British Union of Fascists, che la regina ebbe pure il fegato di fare baronetto.
 
Si aggiunga inoltre un figlio morto per eroina, ed ecco che il ritratto del Nostro acquista l’opacità giusta per capire quanto di buono non ci sia stato in questi anni di Formula Uno. Un’altra delle loro Max e Bernie la commisero ai danni di Flavio Briatore, reo secondo l’accusa di avere inscenato l’incidente di Nelsinho Piquet (uno che se avesse avuto altro cognome si sarebbe aperto al massimo una carrozzeria a San Paolo) a Singapore nel 2008 per favorire il compagno di squadra Fernando Alonso. Dopo un processo farsa l’italiano fu radiato a vita, la Renault ebbe una tirata di orecchie e il pilota brasiliano addirittura la fece franca in virtù di una curiosa prassi: se ci dici quello che vogliamo sentire, non ti facciamo niente. I giornali inglesi, che su quanto accade nel mondo delle quattro ruote ne sanno sempre più degli altri, scrissero che Mosley aveva così completato la sua vendetta ai danni dei suoi più odiati nemici: Briatore per l’appunto, che lo sconfisse nella lotta contro il tetto dei costi pochi mesi prima e decretandone, di fatto, l’allontanamento (oggi sulla poltrona che fu dell’inglese siede infatti Jean Todt); e Ron Dennis, ex padrone della McLaren che fu fatto fuori (a ragion veduta) a seguito di un ennesimo scandalo, lo spionaggio ai danni della Ferrari nel 2007.
 
Una catena di indecenze Scriviamo “ennesimo” perché davvero non se vede mai la fine, e la memoria nel ripercorrere le ultime edizioni fatica a tenere il conto: il disastro degli pneumatici Michelin al Gran Premio di Indianapolis nel 2005, con il ritiro al primo giro di tutte le vetture eccetto sei e il mancato rimborso dei biglietti al pubblico; l’imposizione dei nuovi circuiti in Cina, Malesia, Singapore, Bahrein, ovvero ovunque l’odore dei soldi superasse quello del benzene, a scapito degli impianti leggendari come quelli dell’Estoril, Imola, Magny Cours, Montreal; lo spauracchio della recessione economica e la soluzione surreale di un mondiale senza Ferrari, McLaren, Williams e compagnia rombante; l’incidente al povero Felipe Massa, colpito sul casco da una molla a oltre duecento chilometri orari.
 
Pochi giorni fa, prima che la US F1 ricordasse a noi tutti che a breve sarebbe iniziato il mondiale ma che lei non ci sarebbe stata, un altro capitolo: Chris Horner della Red Bull ha suggerito agli esperti della federazione che la McLaren Mercedes avrebbe una particolarità aerodinamica definibile come anomala: la forma dell’airbox e del cofano motore che si raccordano all’ala aiuterebbero a tenere bloccato l’alettone alle alte velocità. Già nel lessico siamo nel campo dell’incomprensibile, figuriamoci nella sostanza. Chi ricorda poi la farsa del campionato scorso, con i due corridori della Brawn Gp (due mezze calzette, e non ce ne abbia nessuno a definire tali Barrichello e Button) a disputarsi il titolo di campione del mondo, con il resto a girare senza velleità alcuna, avrà i giusti timori per la stagione nascente nonostante il ritorno del fedifrago Schumacher, le ambizioni dello spavaldo Hamilton e l’annunciata voglia di rivincita del neo ferrarista Alonso. Se il buon giorno si vede dal mattino, sarà un’altra giornata nuvolosa, con il pubblico ad accendere la televisione alla domenica in attesa di un sorpasso che valga tanta pena. E che forse non avverrà.

Commenti

Indifferenza o critica

Gentile Vittorio,
sono l'autore del pezzo sulla Formula Uno e il suo intervento mi stupisce poiché, leggendo le sue righe, sembra che io abbia celebrato ciò che in realtà ho definito come "baraccone" e "burrattinai".

Non abbiamo mai dedicato spazio ai motori, proprio per i motivi da Lei indicati (salvo che dubito che il telespettatore medio, guardando Alonso e Hamilton, finisca per comprarsi una Bentley rifornendola di Shell V-power, non prima di essere passato dal tabaccaio, come da Lei dedotto); ma l'inizio della stagione di Formula Uno non va ignorato. Semmai criticato, cosa abbondantemente fatta nell'articolo.

Mi creda: sarei entusiasta nel commentare il campionato mondiale di corsa coi sacchi, e non mi precludo di farlo in futuro. Però mi conceda la libertà di poter scrivere, anche in un quotidiano ecologista, che le gare di automobilismo sono noiose e i suoi protagonisti tronfi.

Spero di non aver gettato altra benzina sul fuoco (sic!).

Buona giornata

ancora formula 1 ????

premetto che sono stato un gran appassionato di motori.
però ho già riconsegnato la patente e vado a piedi....ah che bello...respirare, guardare con calma, respirare.
altro che stare chiusi in una scatola...ore ed ore con la mente impegnata per non andare a sbattere!

ora dico questo: non è puerile fare le gare per stabilire chi arriva primo? ma primo in che cosa, a cosa serve stabilire chi è più bravo con le macchinette....mi sembra molto stupido e privo di senso.
le gare le dobbiamo semmai farle per altre cose, del tipo chi è più saggio, chi è più gentile, chi lavora meglio, chi produce l'idea più utile....
ma a quel punto anche la gara sarebbe stupida. non servono gare, serve saggezza stabile a livello individuale.

ma che ci frega della Formula 1?

Chiedo scusa, a rischio di apparire moralista, ma che diavolo ci fa su questo giornale un pezzo come questo? La Formula 1 è un indecente baraccone privato, inquinante in massimo grado e che inchioda milioni di italiani a guardare delle macchine che girano a folle velocità, convincendoli a comprare altre macchine, pneumatici, benzine, sigarette e chi più ne ha più ne metta. Tutto esageratamente antiecologico, uno stile di vita diametralmente opposto a quello che serve per salvare la Terra e chi ci abita. Se proprio volete scrivere di sport occupatevi di trekking, sci da fondo, biciclette e simili. Abbasso i motori e il motorismo!
Vittorio
pianetaserra.wordpress.com

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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