Il Cile fa il conto dei danni ma la terra continua a tremare

Gabriella Saba da Santiago del Cile
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AMERICA LATINA. Oltre 800 i morti, 500mila le case distrutte, 2 milioni di persone in condizioni di disagio e in molte zone del Paese scarseggiano gli aiuti. Questo il primo bilancio a una settimana di distanza dall’inizio del terremoto.

 
I morti sono, fino ad ora, 802. È una cifra che continua a crescere e insieme a quella il bilancio dei dispersi, dei danni a case e strade, a monumenti e porti e, meno evidenti, delle ferite a un’economia che per fortuna è abbastanza solida da reggere alla catastrofe ma di cui nessuno può prevedere i contraccolpi, e i tempi necessari per rappezzarli. Di certo c’è il terremoto che ha colpito il Cile la mattina di sabato scorso. È stato il più violento degli ultimi cinquant’anni, perfino più forte di quello che, nel 1985, è entrato nella memoria dei cileni come uno degli eventi più disastrosi dell’ultimo secolo, lasciando un ricordo amarissimo e la speranza che non si ripetesse.
 
Una chimera, quest’ultima, dato che il Cile è una delle zone più sismiche al mondo, e i terremoti non sono tanto un’anomalia della natura quanto una fisiologia che va tenuta in conto, un elemento della vita, per quanto triste o spaventoso, doloroso e violento come quest’ultimo dello scorso sabato: sei regioni colpite e 500mila case distrutte, 2 milioni di persone danneggiate, strade spaccate e interrotte in molti punti, e monumenti sbriciolati o a pezzi, ridotti a residuati architettonici. Non ci vorranno meno di tre anni per riparare i guasti, ed è una stima per difetto.
 
I paesini sulla costa
Dopo una settimana, la vita riprende a Santiago benché le tracce del terremoto siano visibili in molti punti della città, per esempio in quelle stradine del centro in cui le case (antiche, popolari, spesso abbandonate) spiccavano come una nota vivace, una brillante, inaspettata macchia di colore e adesso sono mucchietti di polvere, informi collinette di detriti schierate al riparo delle transenne. La scossa ha lasciato immuni la maggior parte degli edifici e danneggiato relativamente poco la capitale. In gran parte della città sono tornate acqua e luce, la metropolitana ha ripreso a funzionare due giorni dopo il sisma, cellulari e telefoni ricevono quasi ovunque. Santiago ha retto bene, ma in gran parte delle zone colpite la situazione è ben lontana dal tornare alla normalità.
 
Un milione e 200mila cileni sono al momento senza acqua potabile e a 600mila famiglie manca la luce elettrica. La vera faccia della catastrofe è quella che si incontra nelle regioni del Bio Bio e del Maule, dove il sisma ha colpito con maggior forza (8,8 gradi della scala Richter, contro i circa 8 di Santiago), e alla disgrazia iniziale si sono succedute una serie di tragedie aggiuntive: per esempio lo tsunami che si è abbattuto poco dopo la scossa iniziale su alcuni paesini affacciati sulla costa come Talcahuano, Dichato e Constitución (quest’ultimo è stato il più colpito, con 350 morti), distruggendone i porti e lasciando dietro di sé un panorama da città bombardate. Nel paesino di Dichato, gli abitanti si sono salvati arrampicandosi sulle colline. Lo scenario dopo il maremoto mostrava elettrodomestici e sedie che galleggiavano nell’acqua che aveva coperto il paese (per inciso, c’è stato poi un balletto di responsabilità sul mancato allarme tsunami).
 
A Concepción, la capitale della regione del Bio Bio e la città più colpita, al terremoto si è aggiunta una inaspettata situazione da far west, con la città che restava senza servizi basici (non c’erano cibo e acqua) e i cittadini che saccheggiavano i supermercati che rifiutavano di servirli (a causa del black out energetico le casse avevano smesso di funzionare, e così le macchinette per le carte di credito, il mezzo di pagamento più usato in Cile). La situazione è poi degenerata e a decine hanno cominciato a portar via anche elettrodomestici e televisori. Soltanto ieri, il quinto giorno dopo il terremoto, i militari inviati da Santiago hanno cominciato a distribuire gli aiuti alimentari. L’invio dell’esercito in città ha ammorbidito la violenza e sta riportando a una relativa normalità la capitale che per qualche giorno aveva riempito le cronache con scene inaspettate da guerriglia urbana. Ad ogni modo, in molte zone gli aiuti ancora non arrivano: né un pezzo di pane, né una bottiglia d’acqua, né medicine.
 
A distanza di una settimana, il Paese comincia a fare il conto dei danni e del tempo che occorrerà per riaggiustarsi. In conferenza stampa il giorno dopo il terremoto, il neo eletto presidente Sebastián Piñera, il cui insediamento è previsto nei prossimi giorni, ha riconosciuto che il terremoto di sabato scorso è il più grave degli ultimi trent’anni. «Il Cile è un Paese di catastrofi», ha ammesso nell’affrontare quella che sarà la prima, grossa grana del suo mandato. Indossava una camicia immacolata e aveva un tono accorato, solenne. Ha ammesso che i danni alle infrastrutture sono enormi, ma ancora non quantificabili (ieri la presidente uscente Michelle Bachelet ha dichiarato che occorreranno da tre a quattro anni per ricostruire il Cile).
 
Secondo il Fondo monetario internazionale, l’impatto del terremoto potrà essere significativo ma gestibile. Il Banco mondiale ha confermato questa previsione, compreso il fatto che è troppo presto per valutare gli effetti del terremoto sull’economia. I primi, prudenti bilanci fanno pensare che i danni saranno probabilmente contenuti. Il contributo al Pib (“Producto interno bruto”, l’equivalente del Pil) della regione del Maule, la più colpita, è infatti di appena del 14%, mentre la vera industria su cui si regge il Cile, quella mineraria, non è stata danneggiata, dato che si trova nel nord del Paese, una zona trascurata dal terremoto. Stando agli esperti, lo spauracchio è l’inflazione, possibile nell’immediato, mentre la temporanea scarsità degli alimenti sarà di breve durata e inciderebbe solo per poco tempo sull’aumento dei prezzi.
 
Pronostici e paure
Ogni settore fa i suoi conti, i suoi pronostici. Se nel settore vinicolo le perdite si aggirerebbero intorno ai 250 milioni di dollari, è quello delle costruzioni che registrerà un decollo nei prossimi anni. Non solo aumenterebbe del 10% il numero delle persone impiegate, ma è molto probabile che gli investimenti in questo settore e in quelli collaterali, previsti inizialmente per quest’anno in oltre 6.200 milioni di dollari, pari al 6,8 per cento del Pib, aumentino di parecchio. In tutto questo, nuovi fantasmi complicano il ritorno alla normalità, aggiungendo paure a paure. Un falso allarme tsunami lanciato due giorni fa nelle cittadine di Constitución, Concepción e Talcahuano ha seminato il terrore tra gli abitanti che si sono rifugiati, in attesa dell’onda, nelle colline sopra la città. Le forti repliche (scosse di assestamento) che si susseguono da sabato scorso a un ritmo serrato non contribuiscono a rasserenare gli animi.
 
I sismologi sostengono che è la placca terrestre che si sta assestando, però è complicato restare indifferenti di fronte a scosse che sfiorano il sesto grado. Gli stessi esperti dicono che dureranno per qualche mese, così l’unica alternativa è non farci caso. C’è una parte grottesca in questo terremoto, come in qualunque catastrofe. 109 reclusi che scappano dalla prigione, nella cittadina di Chillan, il cui muro, che comunicava con la casa di una coppia, è crollato dopo la scossa. I reclusi hanno svaligiato e dato fuoco a circa sei case e ne hanno assaltato varie altre. Per questo la misura del coprifuoco, applicata anche nella cittadina, è stata accolta con allegria dagli abitanti. Altra notizia collaterale: un centinaio di ecologisti si sono mobilitati per salvare i cani che sono rimasti senza padrone e si aggirano per la città da soli, e senza cibo. «Sono vittime quanto noi e stanno morendo di fame», ha dichiarato Alejandra Cassino, direttrice della Coalición por el Control Etico de la Fauna Urbana, che ha pure un sito web.
 
Non ci sono solo i danni fisici, le case e le città distrutte. Gli effetti del terremoto saranno anche, prevedibilmente, una botta sull’equilibrio psicologico. Secondo gli psichiatri della Universidad de Chile, il 20% della popolazione potrebbe soffrire di stress postraumatico, e infatti consigliano di limitare l’esposizione alle notizie sulla catastrofe. Non è come dirlo: in Cile non si parla e non si legge d’altro, è ovvio. C’è chi fa il coraggioso, ma sono pochi. La maggior parte di chi ha vissuto il terremoto è ancora sotto choc, o almeno spaventato. «Non ho mai avuto tanta paura», è il leit motiv che si sente ovunque. «È stato spaventoso ». Non sono solo signore di mezza età, ragazzi poco abituati ai terremoti ma uomini temprati che alloggiano, nelle rispettive memorie, un certo numero di terremoti da brivido. «Bisogna far finta di niente e cercare di tornare alla normalità il prima possibile», sentenzia la commessa di una farmacia del centro di Santiago, esattamente nello stesso momento in cui la terra trema (debolmente) per la trentesima volta nella giornata.
 
«E poi - aggiunge - non c’è che da affidarsi a Dios». Si fa uno sforzo per dormire a casa, in quelle case che qualche notte fa sono sembrate piccole navi in balia di un mare forza dieci. Nemmeno chi scrive ha una gran voglia di tornare nella sua. Nelle scale del palazzo antisismico in cui vivo (quelle stesse che ho sceso a rotta di collo mentre le pareti mi tremavano intorno come impazzite), pezzi di intonaco disseminati sui gradini fanno pensare drammaticamente a una sorta di fine dell’innocenza. Quella in cui i terremoti sono una cosa che capita solo nei film.
 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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