Il cinema violento e visionario di Schrader

Alessia Mazzenga
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PERSONAGGI. Autore di soggetti struggenti, realizza film spiritualmente densi, per quanto riguarda il tormento di personaggi alla ricerca di salvezza in un mondo violento.

Mentre è di questi giorni la notizia di un ridimensionamento a livello economico e di contenuto della prestigiosa sezione del Festival di Roma, L’Altro Cinema/Extra, curata da Mario Sesti e dedicata alle scoperte, al fuori formato e alla sperimentazione, il critico continua a organizzare alcuni degli incontri più interessanti della Capitale con gli appuntamenti del suo ormai celebre Viaggio nel cinema americano alla Casa del cinema di Roma.

Lunedì scorso ospite dell’interessantissimoformat, che in passato ha già ospitato registi del calibro di Tim Burton, Sydney Pollack, Joel e Ethan Coen e recentemente la celebre attrice americana Susan Sarandon, è stato uno dei più prestigiosi sceneggiatori dell’ America degli anni 70, Paul Schrader. 
 
Autore di soggetti struggenti e violenti, come quelli del thriller Yakuza di Sidney Pollack o quelli, indimenticabili, dei capolavori di Scorsese, Taxi driver e Toro scatenato, Schrader approda alla regia nel 1978 con Blue collar, realizzando film eleganti dal punto di vista delle immagini e spiritualmente densi, per quanto riguarda il tormento di personaggi, alla ricerca di una qualche forma di salvezza in un mondo violento e irrimediabilmente corrotto. 
 
La bellezza di sceneggiature che si costruiscono con semplicità, con due persone intorno a un tavolo o «con un tizio seduto in una stanza, che parla con se stesso», ha ironizzato lo sceneggiatore, e che hanno dato vita a immagini potentemente visionarie come il monologo delirante di De Niro in Taxi driver, stampato indelebilmente nella nostra mente, Schrader ce le ha raccontate così: «I giovani sono spesso affascinati dalla violenza fine a se stessa, io, invece, ho potuto realizzare il personaggio di Travis Bickle (Taxi driver) solo dopo aver visto Pickpochet di Bresson. Le mie storie e i miei film derivano direttamente dal mio primo amore: il cinema europeo degli anni 60».
 
Bunuel, Bergman e Bresson, un cinema all’apice, «che non c’è più» e a cui il regista è tornato sempre come ideale punto di riferimento. «Il segreto dei miei film - ha spiegato il celebre autore, mentre le immagini di Toro scatenato, American gigolo e Affliction intervallavano i suoi discorsi - dipende anche da una costruzione delle storie con il monocolo. Dal mostrare, cioè, sempre una visione univoca del mondo, ma attraverso gli occhi di un personaggio con cui fino a quel momento lo spettatore non aveva mai considerato degno identificarsi. In questo modo creo una crepa nel sentire di chi guarda, che gli consente di far passare cose inedite, mai sperimentate e fino a quel momento apparentemente prive d’interesse».
 
Elegante, sensuale e a tratti vojeristico (Hardcore; Autofocus),il suo sguardo ha indagato con interesse anche la poesia e la raffinatezza del cinema giapponese con film come Mishima. Vero e proprio scopritore per l’Occidente del cinema del grande regista orientale Yasujiro Ozu - «ero attirato», ha spiegato, «da questo cinema ascetico, che è in grado di produrre improvvisamente un’esplosione emotiva completamente inaspettata» - i suoi film hanno seminato per il cinema della generazione successiva e anche Tarantino gli deve sicuramente qualcosa. «C’è comunque una differenza con Tarantino - precisa, concludendo, Schader a fine serata - io sono il prodotto della generazione esistenziale, lui di quella ironica. Io dico: “Devo vivere”, lui: “Chi se ne frega di vivere”».
 

E' vero, come ha detto il regista all’inizio dell’incontro: «Il cinema degli anni 70 non esiste più». 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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