Il compleanno della voce che accompagna l'Italia
MUSICA. Giovedì prossimo, il 25 marzo, Mina compie settant’anni. Un traguardo importante in una vita artistica di poche amarezze e molti successi. Lei resta infatti un fenomeno vocale e di costume senza eguali, nonostante non faccia un concerto dal 1978 e sia sparita dalle scene come fece Greta Garbo. Da un po’ è diventata anche opinionista, curando due rubriche sui giornali. E ora vuole invadere internet.
Avere settant’anni, dicasi settanta, e sentirseli tutti. Questa sì che è una femminilità scandalosa e privilegiata nel tempo nostro, dove la donna esiste solo dai trent’anni in giù e l’accumularsi visibile dell’età è il demone da scacciare a ogni costo. Il settantesimo compleanno di Mina, segnato sul calendario il 25 marzo, assomiglia così a quell’altolà che Anna Magnani rivolse al truccatore che provava a nasconderle le rughe: «Non me ne togliere nemmeno una. C’ho messo una vita a farmele venire». E se è vero (come è vero) che Mina, all’anagrafe Mina Anna Mazzini, ha passato gli ultimi vent’anni a nascondersi, non si può certo dire che l’abbia fatto per celare la faccia invecchiata: piuttosto erano le cose da dire che le mancavano. Ma a questo c’arriviamo.
I festeggiamenti per l’anniversario nazionale della cantante sono iniziati da un pezzo. Articoli sui giornali, auguri a mezzo stampa, apprezzamenti trasversali. Il mercato, come d’abitudine, ha colto l’occasione per alzare un gruzzoletto. E allora ecco arrivare nei negozi di dischi l’intera produzione della Nostra nel periodo che va da 1994 al 2007. La novità è che saranno pubblicati in vinile, cioè su quei larghi dischi neri e bellissimi, sicuramente meno maneggevoli di altri supporti, ma nella qualità del suono superiori a qualsiasi altra cosa. Gli album del periodo indicato sono gli unici mai usciti in questo formato. E la cosa stuzzica, ovviamente, i collezionisti. Ma anche chi preferisce cose adeguate ai tempi sarà accontentato: “Mina: ieri, oggi, domani” è una radio web temporanea che trasmette e trasmetterà ininterrottamente tutte le canzoni dell’artista. Negli intervalli saranno mandati in onda i messaggi di felicitazioni per il compimento degli anni che le sono stati inviati da persone con le quali ha lavorato e lavora. Uno per tutti: Cristiano Malgioglio. Il quale ha fatto sapere all’artista per cui ha scritto “Vida loca” e “Carne viva” che è pronta per lei un’altra composizione. Il testo è dello scrittore Aldo Busi, sue sono le musiche. E lui, Malgioglio, vorrebbe farla includere nel nuovo disco di inediti in uscita a maggio. Chissà se sarà accontentato.
Intanto, però, ci si potrebbe chiedere da dove viene e perché quest’amore collettivo per Mina. La risposta potremmo trovarla, come alcuni la trovano, nella straordinarietà della sua voce. Solo che questo non spiegherebbe perché altre dotatissime sue colleghe (per esempio Giorgia) non abbiano avuto lo stesso destino. E allora conviene andare a frugare nella sua biografia chiacchierata e ricca di particolari (anche) pruriginosi: ma solo fino a una data precisa - il 1978 - passaggio dopo il quale tutto è fatto di sottrazione e assenza. È in quell’anno, infatti, che Mina decide di non sottoporsi più agli sguardi del pubblico. E sceglie di disertare gli schermi televisivi, di non parlare più con i giornalisti e di ritirarsi a una vita privata lontana. Ma quell’anno, il 1978, non è un anno normale per l’Italia. Aldo Moro viene rapito e ammazzato dalle Brigate rosse e un intero decennio di movimenti viene risucchiato nella tragedia di una nazione. Quell’anno può essere preso come riferimento fondamentale di ciò che viene chiamato il «riflusso»: ovvero l’allontanamento dalla vita pubblica di migliaia e migliaia di persone che fino al giorno prima erano impegnate a tempo pieno nella costruzione di un Paese nuovo.
Mina si ritira dalla scena in incredibile coincidenza con quel ritorno al privato collettivo. Ed ecco perché lei, più che una voce invidiatissima, è in verità l’interprete dei cambiamenti di un Paese intero. Lo è stata negli anni Sessanta e Settanta, quando le canzoni degli altri che rifaceva erano sulla bocca di tutti. Lo è stata quando è diventata oggetto di chiacchiera per la storia d’amore che aveva con Corrado Pani, attore di teatro bravissimo, ma ancora sposato quando ebbe da lei un figlio, Massimiliano. Era questa l’Italia che cantava Mille bolle blu. L’Italia dove il divorzio era proibito ancora; l’Italia della Rai bacchettona che la escluse da tutti i suoi programmi; l’Italia che per un piglio moralista poteva gettarla in disgrazia e invece si riconobbe in lei: perché sotto la crosta castigata voleva in realtà assomigliarle.
Mina è stata la voce di sottofondo di questa nazione che galoppava altrove. È stata uno stacco leggero che copriva i vuoti tra un passo e l’altro. La sagoma sensuale del desiderio di darsi un’altra fisionomia.
Ma l’unica cosa che ha sempre e solo saputo fare, Mina, è interpretare. Le canzoni gliel’hanno (quasi) tutte scritte. Il suo talento è stato quello di capire qual’erano le cose da prendere e quelle da scartare. Per esempio rifece la Canzone di Marinella di Fabrizio De André quando De André non era nessuno. E lui scrisse: «Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 “La canzone di Marinella” con tutta probabilità avrei terminato i miei studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti». Più di recente (1997), con tatto finissimo, si è messa in bocca Dentro Marylin degli Afterhours. L’ha chiamata Tre volte dentro me e ha dimostrato ancora una volta di saper intuire cosa si muove di buono nell’Italia, di avere la capacità di accoglierlo. Anni dopo, i suddetti Afterhours, sono il gruppo rock nostrano più seguito e apprezzato. Guarda caso.
Ma sapere usare la voce e interpretare le altezze altrui non equivale ad avere qualcosa da dire. Mina si è salvata dal finire come un fenomeno da baraccone qualsiasi. Si è custodita dall’egocentrismo di massa di facebook e dall’insignificanza della televisione che mette in scena la realtà. Ha evitato di diventare, chessò, come Aldo Busi, lo scrittore: cioè finire in un’Isola dei Famosi qualsiasi e poi abbandonarla perché non era quello che aveva immaginato. Come se ci volesse tanto.
I suoi occhiali scuri, la sua riservatezza l’hanno tenuta alla larga dal flusso ininterrotto della vanità. Le due cose che ha scelto per rimanere in contatto col mondo, dopo il suo esilio volontario a Lugano, sono la musica e gli interventi giornalistici. La prima, come al solito, composta da altri. I secondi, invece, scritti da lei. Ma è proprio qui, dove Mina finisce di essere un’interprete e diventa autrice, che si rivela il suo limite più invalicabile. La creatività. Nelle rubriche che tiene su La Stampa (domenica sempre in prima pagina) e su Vanity Fair (risposte alle lettere dei lettori) capita una volta ogni anno di leggere righe degne di essere sottolineate. Spesso sono soltanto un accumulo di luoghi comuni, cose che un qualsiasi redattore scriverebbe meglio di lei: e non si capisce davvero quale sia l’opinione che vale la pena d’incartare con tutto quel prestigio. Per dire: dedica un articoletto a Leopardi e riesce a concluderlo con il «naufragar m’è dolce in questo mar», come la più prevedibile delle scolarette. O peggio: risponde a una diciottenne che chiede un consiglio per il primo amore che l’ha lasciata con «l’occhio non vede cuore non duole», lo stesso avvertimento che la malcapitata poteva ottenere al bar sport più vicino.
Mina è dunque diventata, nonostante tutte le ritirate, anche un marchio che acchiappa. Ogni volta che promuove una cosa milioni di persone accorrono a vederla. È bravissima - oppure sono bravissimi quelli che le stanno vicino - a sfruttare le potenzialità della Rete. Nel 2001 regalò ai suoi fan un concerto insolito su internet. Seguitissimo, lo spettacolo fu un successo di pubblico straordinario. Lei si fece riprendere nel suo studio di registrazione: i capelli raccolti, la sciarpetta indolente da gatta stanca, gli occhiali da sole anche in penombra.
Le canzoni naturalmente non erano sue. Ma è meglio per tutti che lei si renda conto di non avere niente da aggiungere al già detto. La cosa che gli riesce bene è parafrasare il sentito altrove. Punto. Non c’è niente di male: è la sua grandezza. Se si vuole toccare il calderone bollente dell’invenzione, bene, si è pregati di rivolgersi altrove. Qui si magnifica, dichiarandolo, il plagio. Auguri, Mina.
LA TIGRE E LE SUE DISAVVENTURE
La giornalista Natalia Aspesi coniò per Mina l’espressione «Tigre di Cremona» con la quale molti giornali presero a chiamarla e ancora la designano. L’espressione è veramente brutta, va bene, ma segnala una fatto (oltre al dato biografico: Mina è cresciuta a Cremona) su cui vale la pena soffermarsi. Negli anni della donna ancora a libertà vigilata, Mina fu colei che incarnò il cambiamento di tutto un immaginario. E se fino allora l’uomo aveva per lo più giocato il ruolo del predatore, il soggetto unico della conquista sessuale, da quel momento in poi Mina comincia a erodere lo stereotipo, incarnandosi nella mangiatrice (appunto, la tigre) di uomini. I suoi amori sono stati molti, bellissima com’era. E in questo c’è un tratto che anticipa e preconizza ciò che sarebbe avvenuto dopo: la diminuzione del maschio cacciatore e la pari opportunità di divenire preda. Tra tutte le storie d’amore che ebbe, quella più fulminea e passionale la consumò con il giornalista sportivo Virgilio Crocco. Lo conobbe nel 1970, quando ancora stava con Augusto Martelli: non solo il suo uomo, ma anche il suo arrangiatore. I due, Mina e Virgilio, s’innamorarono velocemente e nel giro di poche settimane si sposarono. La cerimonia fu molto spartana e diede lavoro per giorni ai cronisti rosa. Lei si presentò con occhialoni gialli su capelli rossi, maglione girocollo e stivali. Lui arrivò spettinato, giacca senza cravatta. Insomma tutti gli ingredienti per imbastire articoli spassosi. La cosa sorprendente è che con la stessa rapidità con cui si erano innamorati e dichiarati marito e moglie i due si abbandonarono. Durò soltanto due mesi, la loro unione, un matrimonio lampo ma con una figlia, Benedetta, come frutto durevole. Che però ebbe una conseguenza spiacevole all’inizio, ma rivelatesi feconda più tardi. Mina, dopo aver lasciato Martelli, fu costretta a trovarsi un altro arrangiatore. Ripiegò su Pino Presti. E almeno con lui, se non tutta la vita, la relazione è durato molto a lungo. È ancora uno dei suoi uomini di fiducia.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







