Il profeta musulmano e calvinista di Audiard
CINEMA. Nelle sale italiane dal 19 marzo, "Un prophète" è un film avvincente, complesso ed etico, a suo modo, che mostra la drammatica incertezza tra responsabilità e scelta, vita e morte, appartenenza e tradimento, che caratterizzano la vita di un giovane arabo analfabeta in carcere.
Un prophète di Jacques Audiard, Gran premio della giuria a Cannes, vincitore del Bafta come miglior film in lingua non inglese, candidato all’Oscar nella categoria dei film stranieri, reduce dalla vittoria di nove Cesar, uscirà in Italia il prossimo 19 marzo. E' un film avvincente nei ritmi, complesso nel dipanarsi della vicenda, etico, a suo modo, nel mostrare la drammatica incertezza tra responsabilità e scelta, vita e morte, appartenenza e tradimento, che caratterizzano la vita di un giovane arabo analfabeta nel violento universo carcerario.
Prova d’attore memorabile quella di Tahar Rahim, che consegna fragilità e spregiudicatezza, autenticità e istinto animale a questo personaggio, da principio solitario e inerme, poi sempre più audace e consapevole, impegnato in una “struggle for life” dai ritmi serrati, spietata per logica interna, desolante per disumanità, a cui ci si può ribellare, solo assimilandone i meccanismi, metabolizzandone le forme e istituendo un nuovo principio d’autorità, la legge del più forte, che, in questo caso, è anche la legge del più intelligente. Volpe e leone, in omaggio a Machiavelli. Flessibile giunco, che si piega ma non si spezza, in omaggio allo zen.
Eroe predestinato, toccato dalla grazia divina e dall’elezione incondizionata, in omaggio al calvinismo, che nella cultura francese resta sostanziale. è soprattutto questo aspetto che rende la materia trattata, al di là del contenuto sociale, originale e apparentemente idiosincratica. Un romanzo di iniziazione, degno di Charles Dickens, con i toni cupi della penna di Edward Bunker; un plot incalzante, fatto di brusche virate e feroce determinismo, con un subplot fantasmatico, che mal si amalgama al taglio documentaristico della vicenda; uno sguardo oggettivo e disincantato (come già nelle opere precedenti di Audiard), raffinato da squarci visionari, che giustificano il titolo e donano lirismo a questo polar, in cui il genere si trasforma in tensivo viaggio al termine della notte, complici il sound rock e la macchina a mano.
Se nel 2008 a Cannes aveva vinto il film di Cantet, incentrato su una classe, nel 2009 il film di Audiard ha giustamente riscaldato gli animi, proponendo il mondo vessatorio del carcere. In entrambi i casi si tratta di universi perimetrati, chiusi, istituzionali, a loro modo oppressivi, che rappresentano un Paese, la Francia, o meglio ancora un Occidente, che si interroga sul conflitto razziale e religioso, sulle forze in campo nella società attuale, sull’ambivalenza nascosta e la competizione evidente tra individui ed etnie, sui legami di sangue e la solidarietà dei negletti. Entrambi mettono in scena la lacerazione tra conservazione e nuovo che avanza, tra il linguaggio degli apparati e l’apparato del linguaggio, tra l’analfabetismo di chi entra nella competizione della società industrializzata e le strategie delle comunicazione di chi cerca di sopravvivere a essa.
Arabo, còrso, francese e argot si mescolano e sfidano. Ma se la Francia sa guadare ai suoi talenti e alle sue autorappresentazioni, colpisce ancora di più che in Italia una potente metafora della contemporaneità, come Vincere di Bellocchio, seppur acclamato dalla critica internazionale e amato dal pubblico, non sia stata aiutato a partecipare alla corsa agli Oscar. Ma il nostro Paese, come dimostrano i fatti recenti, vive di furberie e disonestà, materiale e intellettuale, taglia la testa ai talenti e delle autorappresentazioni ha paura, purché non siano quelle organizzate dai soliti noti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







