Il senso profondo di Jomar per la neve

Puck
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RECENSIONE. Jomar, il protagonista del film Nord, opera del giovane esordiente Rune Denstad Langlo, vive in modo intenso rapporto con la neve. E' una sorta di intima confidenza e pericolosa consapevolezza di tutto ciò che essa rappresenta e suggella fuori e dentro di sé.

Nel 1992 uno scrittore scandinavo, il danese Peter Høeg, diede alle stampe un thriller dal titolo Il senso di Smilla per la neve, guadagnandosi il plauso della critica e dei lettori. Purtroppo, quando il regista Bille August decise di realizzarne un film, infilò, malgrado le migliori intenzioni, un pesante insuccesso. Non sempre i romanzi che conquistano il pubblico, se trasposti sullo schermo riescono a colpire nel segno. L’elenco sarebbe lungo e la vexata questio dell’adattamento, a cui oggi si affida ripetitivamente gran parte della produzione  italiana, assai spinosa.
 
Ebbene Høeg metteva allora in scena una protagonista, Smilla, in grado di parlare e comprendere la lingua degli Eschimesi, gli Inuit, per i quali esistono innumerevoli modi per chiamare la neve, a seconda del suo stato di aggregazione, consistenza,  freschezza, provvisorietà. Il suo “senso” particolare era per l’appunto la conoscenza dei molti termini diversi, che possono descrivere in modo esatto lo stato del ghiaccio e della neve, capacità sottile, e sconosciuta ai più, che la guidava nella  tormentata indagine. Jomar, il protagonista del film Nord, opera del giovane esordiente, Rune Denstad Langlo, di cui si è già parlato su questa testata, vive in un modo certamente meno scientifico, e tuttavia analogo, il rapporto con la neve.
 
E' una sorta di intima confidenza e pericolosa consapevolezza di tutto ciò che essa rappresenta e suggella fuori e dentro di sé: il silenzio immobile, la solitudine sconfinata, l’insidiosa fragile compattezza del mondo circostante, l’abbacinante biancore, che mette in luce forme e volumi, eppure riduce alla cecità, e ancora, le distanze che sembrano rendere la strada infinita e i rapporti umani impossibili; distanze inconcepibili (per noi), su cui corre la motoslitta del protagonista, al ritmo country dei Motorpsycho, o sulla quale i suoi sci incidono una linea profonda come un segno nella pelle, prima che la vertigine del vuoto si trasformi in danza leggera.
 
Jomar, ex campione di freestyle, dedito all’alcol e alla letargia, ritiratosi dal mondo in seguito a una crisi depressiva, di cui non si conosce né l’origine né l’esito, più orso che uomo, quando apprende di avere avuto un figlio di quattro anni dalla donna che ha amato, da catatonico guardiano di una pista da sci si costringe a diventare viaggiatore indefesso nella neve, nella tormenta, nella remota solitudine del circolo polare artico. Gli incontri casuali e fugaci, che ne punteggeranno il percorso, gli restituiranno un po’ di quegli affetti a cui sembrava aver dato l’addio.
 
Il regista, di formazione documentaristica, ha tratto ispirazione da un’esperienza personale, durante la quale ha sofferto di attacchi di panico e depressione, e dai ricordi d’infanzia sugli impiegati nelle stazioni sciistiche, sempre solitari, infelici, arrabbiati e alcolizzati. Tuttavia Jomar troverà familiarità e simpatia in tutti coloro che amano la comicità dolente e trattenuta dei film di Kaurismaki e in chi, affezionato lettore della collana Iperborea, si è commosso di fronte ai personaggi anarchici e stralunati di Paasilinna e  Harstard. 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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