Il viaggio e i bagagli in mostra. Appuntamento a Torino
MEMORIE. L’esposizione, curata da Paolo Novaresio, è ospitata fino al 10 maggio negli spazi del Borgo Medievale della capitale piemontese. Un’occasione per confrontarsi con la filosofia del viaggiare e con i suoi oggetti piccoli e grandi dall’Ottocento in poi. Ma c’è anche una sezione dedicata al Medioevo. Gli appassionati dello spostarsi da una parte all’altra del mappamondo non possono mancare di visitarla.
Tra il 1907 e il 1909, l’ufficiale di marina e scrittore Louis Marie Julien Viaud, meglio conosciuto come Pierre Loti, compie un lungo viaggio in Egitto, dal quale ricava un diario, dato alle stampe con il titolo La sfinge e il Nilo. Nel corso delle pagine, Loti racconta di un incontro con un gruppo di turisti che consumano il loro pranzo accanto alle Piramidi. Le guide al seguito montano i tavoli e vi dispongono intorno le sedie; tovaglie, posate, bicchieri e piatti vengono estratti dai grandi contenitori dove erano accuratamente ordinati; i cuochi della cucina da campo preparano un menu caldo e freddo, servito da impeccabili camerieri. “Turisti della Thomas Cook”, annota con snobistico disprezzo lo scrittore.
L’agenzia di viaggi che ha condotto quei turisti alle Piramidi, la prima al mondo per anno di fondazione (1841), porta il nome di chi, oltre al tour organizzato, sarà geniale inventore di una forma di pagamento diffusissima nel mondo fino all’avvento delle carte di credito: il traveller’s cheque. L’Egitto, quando Loti incrocia il gruppo, fa parte degli itinerari della Thomas Cook ormai da quarant’anni: viaggio costoso, infinitamente più esotico e lento rispetto alle accelerazioni e alle omologazioni che soltanto mezzo secolo dopo ne faranno una meta turistica “popolare”. Per un viaggio così, a quei tempi, occorreva attrezzarsi. Ma l’agenzia Cook si premura di porre un limite a eventuali esagerazioni nei guardaroba dei signori e delle dame: ciascun partecipante può portare, dentro i cassetti e gli scomparti dei bauli, non più di novanta chili di bagaglio. Di quella norma, di quei bauli, si trova testimonianza seguendo il percorso della mostra “L’uomo con la valigia. Piccola storia del bagaglio”, curata da Paolo Novaresio e ospitata fino al 10 maggio negli spazi del Borgo Medievale di Torino.
La mostra ricostruisce l’evoluzione del bagaglio di viaggio dall’Ottocento a oggi, con una sezione a parte dedicata al Medioevo. Sarebbe riduttivo, però, e va subito detto, confinarne gli intenti e lo spirito dentro la curiosità dei pezzi esposti, delle suggestioni degli allestimenti, della nostalgia per un modo di viaggiare che, anche in anni assai vicini ai nostri, si è già perduto senza rimedio. Novaresio e i suoi collaboratori hanno voluto andare ben oltre, cercando (con successo) di evidenziare anche e soprattutto lo stretto rapporto emozionale e psicologico che lega chi parte a quanto lo accompagna.
Gli utili contenitori
Afferma Novaresio: «Quando si abbandona la propria casa, per qualsivoglia ragione, si tende a portare quegli oggetti che rappresentano i rassicuranti simboli del conosciuto e fungono da raccordo tra il mondo materiale e quello dello spirito. Il bagaglio, primo atto volontario della partenza, diviene ponte tra la nostra vita precedente e quella nuova che ci attende altrove. In quest’ottica il suo contenuto si configura come una sorta di simulacro portatile della propria identità e cultura: il bagaglio è dunque lo specchio del viaggiatore. Ne sottolinea il carattere, lo stato sociale e di salute, i gusti, i mezzi economici, le aspettative e la meta del viaggio».
Affermazione ineccepibile e impossibile da contraddire, se appena ci fermiamo a riflettere su noi, moderni viaggiatori, di fronte a una valigia. Iniziamo a riempirla armati delle migliori intenzioni: saremo essenziali, spartani, sceglieremo soltanto lo stretto necessario. Ma, al momento di chiudere la valigia, puntualmente la sua bocca rimane spalancata a dismisura, le cerniere o le serrature rifiutano di chiudersi. E allora bisogna eliminare. Se ne vanno via molti libri messi sul fondo con l’impegno di leggerli in tre settimane, resta a casa la metà dei cd, la busta di medicamenti e medicinali si riduce, triste ma necessaria diviene la scelta ragionata di abiti e accessori. Chi, invece, riesce comunque a farci stare tutto, scoprirà, tornando, che metà di quanto aveva portato non è servito a nulla.
Fatte queste premesse, si può iniziare il cammino della mostra, tenendo a mente, prima di entrare, un cartello indicatore fondamentale per comprenderla e apprezzarla: quello dei tanti significati che la parola “viaggio” racchiude in sé al di là dell’accezione turistica. Da sempre, in ogni parte del pianeta, si è viaggiato, si viaggia, per mille diverse ragioni, che hanno radici profonde nella storia e nelle storie dell’umanità. E a ogni ragione, da sempre, ha corrisposto un particolare bagaglio. Decine di migliaia di anni fa, l’idea primitiva di un contenitore nacque per consentire all’uomo di raccogliere e avere con sé ciò che serviva alla sopravvivenza. E quel contenitore divenne tanto più indispensabile quando l’uomo decise di abbandonare i propri luoghi di origine per affacciarsi sull’Ignoto, per migrare. Migrare, cioè spostarsi ogni giorno su distanze brevi, o su altre che non si misurano perché non c’è ragione di farlo. Succede anche oggi, e di questo si dà testimonianza la sezione Bagagli di altri mondi attraverso le borse in fibra vegetale e in lana, i recipienti di terracotta, le bisacce in pelle animale, utilizzati delle popolazioni dei villaggi d’Africa, Siberia, Australia, che continuano ad avere soltanto le gambe come motore.
E se le gambe divengono quattro, quelle dei dromedari, ecco allora le carovane degli Uomini Blu, i tuareg, nomadi sahariani. Nella vetrina dove è esposto il loro corredo, ci sono la teiera da cui versare un tè così forte che toglie il sonno, i bicchierini per sorbirlo, la pipa e il tabacco, il martello per spezzare i cristalli di zucchero; la ghirba, otre in cuoio per l’acqua, e i contenitori dove conservare i datteri; le stuoie e le coperte per ripararsi dal freddo notturno del deserto, tenendo accanto una spada o un pugnale; i gioielli d’argento, gli amuleti, una tavoletta in legno che porta incisi i versi del Corano.
Anche quando l’atlante del mondo era ormai definitivamente compilato grazie a quattro secoli di esplorazioni, e le Terre Ignote che i romani indicavano scrivendo sulle mappe “Hic sunt leones” tali non erano più, molti angoli dei cinque continenti restavano ostili, duri da affrontare, sconosciuti nei dettagli geografici e nell’incognita dei rischi cui esponevano l’estraneo. E allora, esploratore o colonialista, mercante o avventuriero, bisognava andare loro incontro con mezzi adeguati. Di tali mezzi racconta la sala dedicata a Gli oggetti del viaggiatore. Binocoli, bussole, sestanti, cannocchiali, carte e mappe, fino al Gps (il navigatore satellitare), per non perdere la strada. Vere e proprie farmacie da viaggio fornite di tutto ciò che serviva ad affrontare malattie temibili quali la malaria e la minaccia del tetano, le ferite da curare e operare con appositi medicamenti e strumenti. Cofanetti, piccole casseforti, cinture salvasoldi, portafogli con tasche segrete, nascondevano e proteggevano denaro e documenti dai furti. C’era poi chi non accettava, ovunque e in nessun caso, di lasciare a casa piccoli vizi e ritualità. Incanta e fa sorridere, ma con un pizzico forte di invidia per quei tempi, ammirare i set di posate da viaggio, le fiaschette con bicchieri da whisky in varie versioni, il set da ora del tè con tazze e bricco, il completo per fumatore, i lussuosi nécessaire da toeletta (spazzole, pettini, profumi, specchietti, cosmetici).
E visto che la fede, la superstizione, l’esorcismo delle Forze Divine altrui, la tutela della propria identità religiosa, volevano la loro parte, ecco le immagini di santini, i reliquiari, le custodie per la Bibbia e i testi sacri. Ulteriore modo di restare in rapporto con il proprio mondo e non dimenticarlo, era quello di mandare lettere a familiari e ad amici, servendosi di scrittoi portatili con tanto di carta, calamaio, penna e un’infinità di cassettini.
Si sale alla Rocca del Borgo Medievale, tappa conclusiva della mostra, per scoprire il vero significato della parola bagaglio. Giramondo di ogni epoca, dal nobile epigone del Grand Tour al frikkettone anni Sessanta del Novecento, dal pellegrino al business man, dall’emigrante al turista del villaggio tropicale, tutti sono immortalati e raffigurati nei loro corredi e nei loro contenitori da viaggio. È forse, questa, la parte più evocativa e divertente del percorso. Chi potrebbe portarsi ancora dietro, alle luce dei 25 chili massimi di peso concessi dalle compagnie aere, l’enorme baule verde con scomparti, cassetti e guardaroba? E che dire dei lucchetti, delle serrature, delle catene con cui si proteggevano dai furti i colli al seguito? Adesso la sicurezza è affidata a un marchingegno che, in cambio di una modica spesa all’aeroporto, avvolge il trolley in una pellicola trasparente. I migranti di oggi sono i clandestini del Terzo mondo imbarcati come bestie da macello su gommoni e relitti. Partono senza nulla da vestire o da mangiare.
I migranti di ieri, popolo con tanti cognomi italiani, viaggiavano in terza classe, nel ventre più profondo dei transatlantici diretti a New York e a Ellis Island. Almeno loro, magra eppure forte consolazione, stringevano al petto fagotti di vestiti e biancheria, impugnavano borse di paglia con dentro qualcosa da bere e da mangiare che profumava della terra appena lasciata. E il soldato medioevale? La miseria della sua vita quotidiana è stata magnificamente trasposta, con crudo realismo, da Ermanno Olmi nel film Il mestiere delle armi. La mostra ne dà conferma nelle cose che il soldato aveva in dotazione: un acciarino, il grasso per oliare le armi, un cucchiaio, un coltello, qualche indumento molto simile a uno straccio. Principi e condottieri, pronti alla fuga durante un’epoca a dir poco inquieta, comandavano assalti e imprese guerresche dai loro accampamenti, dotati di mobili e accessori smontabili in un attimo qualora le circostanze lo imponessero.
All’uscita, il visitatore attento esce con un bagaglio, invisibile, che ha il piacevole peso dei sentimenti, delle emozioni, della sorpresa. Un bagaglio da aggiungere, senza conseguenze sulla bilancia del check in, quando il visitatore attento preparerà il suo prossimo viaggio. Veloce, razionale, facile. Eppure, ancora e comunque, il viaggio di un uomo con la valigia.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







